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 Libro del mese   

Anno 2004


Revisione storiografica FEBBRAIO 2004 Prima edizione,
ottobre 2003

Dopo aver raccontato in numerosi libri le atrocità compiute dai tedeschi e dai fascisti, "mi è sembrato giusto far vedere l'altra faccia della medaglia". […] "il mio intento era di costruire un libro sereno. E di contribuire a spalancare una porta rimasta sbarrata per quasi sessant'anni." Oltre 200.000 copie vendute e numerose ristampe in pochi mesi fanno di questo libro un caso letterario prima ancora che un repertorio fondamentale per gli storici accademici che vorranno affrontare il tema degli eccidi ad opera dei partigiani nell'Italia del Nord.
Il libro tratta del 'giorno dopo' la fine ufficiale delle ostilità, quando il Paese avrebbe dovuto pensare solo a leccarsi le ferite e a ricostruire ciò che era stato distrutto. Invece in molte zone dell'Italia settentrionale scattò la vendetta contro i fascisti, anche se ormai essi non erano più in condizione di nuocere. Le stragi non risparmiarono né i parenti né le fidanzate dei 'vinti': in tanti furono messi nel mucchio e assassinati in un'operazione di giustizia sommaria, i cui responsabili nella maggior parte dei casi non furono mai condannati.

Qual è il grande merito dell'opera? E che essa è una testimonianza di coraggio civile. Pansa, infatti, è un intellettuale di sinistra. Nel Prologo dice chiaramente (pag. 13) che i protagonisti di questo libro: "avevano scelto di combattere per una causa che, ancora oggi, giudico sbagliata". Ma prima o poi, sembra dire, qualcuno doveva decidersi di raccontare la loro storia. Sapeva di andare nettamente in controtendenza trattando un argomento "scabroso", quasi intoccabile.
La scommessa è stata vinta ed oggi il tema delle uccisioni a guerra finita è riemerso dall'oblìo a cui era stato condannato per tanti anni.

Giampaolo Pansa

Il sangue dei vinti.
Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile.




Editore

Sperling & Kupfer, Milano: 2003.
Collana "Saggi Storia".


L'autore

Giampaolo Pansa è uno dei più affermati giornalisti italiani viventi. Nato a Casale Monferrato (Alessandria) nel 1935, attualmente è condirettore de L'Espresso.

 

 

 

 

Tratto dalle pagg. 261-262
Silvio Pasi era nato a Lugo [in provincia di Ravenna] il 23 giugno 1911. Durante la Resistenza si era dimostrato un bravo comandante partigiano, nelle Garibaldi, naturalmente [la 28ª Brigata Garibaldi]. Per questo aveva ottenuto una medaglia d'argento al valor militare. Quale tipo di partigiano e di comunsita fosse, ce lo spiega Atos Billi, l'autore del libro su Voltana [Voltana, una comunità particolare, Longo Editore, Ravenna 2002] in una pagina interessante per capacità d'introspezione psicologia e di analisi politica.
«Poco istruito, però intelligente e buon comunicatore, aveva identificato nella scelta partigiano-comunista non solo lo strumento per combattere e vincere il nazifascismo. Ma anche, e specialmente, il mezzo per realizzare la sua ideologia, che egli aveva assimilato soltanto negli aspetti più elementari. La lotta di classe come strumento per raggiungere il potere. La democrazia come strumento di rappresentanza del solo proletariato, ritenuto marxisticamente l'unica classe meritevole di attenzione. L'esproprio dei mezzi di produzione: le terre appoderate ai mezzadri, quelle larghe ai braccianti, le fabbriche agli operai, e così via. In tal modo, la Resistenza gli appariva il mezzo sia per combattere il nazismo e il fascismo, sia per realizzare, se necessario anche con la violenza, il comunismo, al quale si era votato sin dal 1930.»

Tratto da pag. 299
Il 12 luglio 1945, 'Unità democratica', il giornale del CNL di Modena, scrisse: "Continuano ad accadere fatti così mostruosi e barbari che gettano lo sgomento e una grande amarezza nell'animo di chi ha lottato e sofferto, illudendosi di annientare col fascismo ogni male. Ma purtroppo dobbiamo constatare che non soltanto i nazifascisti erano belve umane".