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Dopo aver raccontato in numerosi libri le atrocità compiute dai
tedeschi e dai fascisti, "mi è sembrato giusto far vedere
l'altra faccia della medaglia". [
] "il mio intento era
di costruire un libro sereno. E di contribuire a spalancare una porta
rimasta sbarrata per quasi sessant'anni." Oltre 200.000 copie vendute
e numerose ristampe in pochi mesi fanno di questo libro un caso letterario
prima ancora che un repertorio fondamentale per gli storici accademici
che vorranno affrontare il tema degli eccidi ad opera dei partigiani nell'Italia
del Nord.
Il libro tratta del 'giorno dopo' la fine ufficiale delle ostilità,
quando il Paese avrebbe dovuto pensare solo a leccarsi le ferite e a ricostruire
ciò che era stato distrutto. Invece in molte zone dell'Italia settentrionale
scattò la vendetta contro i fascisti, anche se ormai essi non erano
più in condizione di nuocere. Le stragi non risparmiarono né
i parenti né le fidanzate dei 'vinti': in tanti furono messi nel
mucchio e assassinati in un'operazione di giustizia sommaria, i cui responsabili
nella maggior parte dei casi non furono mai condannati.
Qual è il grande merito dell'opera? E che essa è una testimonianza
di coraggio civile. Pansa, infatti, è un intellettuale di sinistra.
Nel Prologo dice chiaramente (pag. 13) che i protagonisti di questo libro:
"avevano scelto di combattere per una causa che, ancora oggi, giudico
sbagliata". Ma prima o poi, sembra dire, qualcuno doveva decidersi
di raccontare la loro storia. Sapeva di andare nettamente in controtendenza
trattando un argomento "scabroso", quasi intoccabile.
La scommessa è stata vinta ed oggi il tema delle uccisioni a guerra
finita è riemerso dall'oblìo a cui era stato condannato
per tanti anni.
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Giampaolo Pansa
Il sangue dei vinti.
Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile.
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Editore
Sperling & Kupfer, Milano: 2003.
Collana "Saggi Storia".
L'autore
Giampaolo Pansa è
uno dei più affermati giornalisti italiani viventi. Nato a Casale
Monferrato (Alessandria) nel 1935, attualmente è condirettore de
L'Espresso.
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Tratto dalle pagg.
261-262
Silvio Pasi era nato a Lugo [in provincia di Ravenna] il 23 giugno 1911.
Durante la Resistenza si era dimostrato un bravo comandante partigiano,
nelle Garibaldi, naturalmente [la 28ª Brigata Garibaldi]. Per questo
aveva ottenuto una medaglia d'argento al valor militare. Quale tipo di
partigiano e di comunsita fosse, ce lo spiega Atos Billi, l'autore del
libro su Voltana [Voltana, una comunità particolare, Longo
Editore, Ravenna 2002] in una pagina interessante per capacità
d'introspezione psicologia e di analisi politica.
«Poco istruito, però intelligente e buon comunicatore, aveva
identificato nella scelta partigiano-comunista non solo lo strumento per
combattere e vincere il nazifascismo. Ma anche, e specialmente, il mezzo
per realizzare la sua ideologia, che egli aveva assimilato soltanto negli
aspetti più elementari. La lotta di classe come strumento per raggiungere
il potere. La democrazia come strumento di rappresentanza del solo proletariato,
ritenuto marxisticamente l'unica classe meritevole di attenzione. L'esproprio
dei mezzi di produzione: le terre appoderate ai mezzadri, quelle larghe
ai braccianti, le fabbriche agli operai, e così via. In tal modo,
la Resistenza gli appariva il mezzo sia per combattere il nazismo e il
fascismo, sia per realizzare, se necessario anche con la violenza, il
comunismo, al quale si era votato sin dal 1930.»
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