IL SITO DEL MISTERO



Tratto da "la Repubblica" del 3 dicembre 2001

QABBALAH Nel mondo misterioso dove Dio è uguale a noi

La confessione finora anonima di un grande mistico ebreo di Saragozza. Insegnò in Italia e finì per credere di essere il Messia. Esce "Le porte della giustizia" un libro commentato da Moshe Idel lo abbiamo intervistato

Di Susanna Nirenstein

"Quando giunsi alla terza notte, ed era passata la mezzanotte (...) notai che la candela stava per spegnersi, mi apprestai a sistemarla, e la spensi(...). Allora vidi che la luce persisteva (...) vidi che proveniva da me stesso. Dissi tra me "Non ci credo". Cominciai a girare per tutta la casa, essa (la luce) si muoveva con me. (...) Dissi tra me: "Questo a cui ho assistito è certamente un grande segno". Sono poche righe di un lungo straordinario resoconto autobiografico sull’esperienza estatica di un qabbalista del XIII secolo, un allievo del celebre Abulafia, l’iniziatore della Qabbalah profetica, un grande mistico ebreo di Saragozza che abitò e insegnò anche in Italia e finì per credere di essere il messia. Quella "confessione" finora anonima si intitola Le porte della giustizia (Sha’are Tzedeq), ed oggi, riccamente introdotta e commentata da Moshe Idel (54enne, professore di Pensiero ebraico alla Hebrew University di Gerusalemme, considerato il maggiore studioso di Qabbalah vivente), esce con l’ Adelphi (pagg. 544, lire 100.000 (51,64 euro) ), la casa editrice che ha deciso di pubblicare Idel quando la sua allieva Elisabetta Zevi gliel’ha portato. Incontriamo Idel a Napoli (in qualche modo assai assomigliante a A.B. Yehoshua) dove partecipa a un convegno sull’ermetismo all’Istituto Orientale.

Professore, nel suo libro lei attribuisce il racconto dell’estasi a un certo Rabbi Natan ben Sa’adyah Har’ar, di Messina. E’ un fatto così eccezionale che un mistico ebreo racconti la sua esperienza e la sua tecnica profetica?

"Sì, nell’ebraismo è un fatto raro, anche se i mistici non furono certo pochi. Il fatto è che nel mondo ebraico la soggettività non faceva mai la parte del leone. Non importa se tu ti senti felice o triste del tuo procedere religioso. La comunicazione si basava sull’insegnare agli altri cosa fare per essere un buon ebreo. I qabbalisti estatici per esempio non si stupiscono mai per il "contatto" che stabiliscono con il divino, comunicano una tecnica e non si sorprendono perché funziona. Lo sanno che deve funzionare. Credo che dipenda dal concetto di grazia che abbiamo noi ebrei: per la cristianità l’uomo è caduto dall’Eden, per l’ebraismo è stato espulso, in via orizzontale, ovvero è restato sullo stesso asse: se usa certe forme di religiosità, certe tecniche rituali può rientrare in comunicazione con Dio".

Ma il suo Rabbi Nathan è sorpreso da quel che gli accade.

"E’ stupito di vedere il suo corpo irradiare luce. Ma quando arriva la voce, la voce divina che gli dice "Certamente tu morirai e non vivrai! Chi ti ha indotto a toccare il Gran Nome?", lui non si spaventa più di tanto. Ha seguito la via estatica basata su una tecnica vocale che il suo maestro Abulafia gli ha insegnato e aspetta una risposta vocale. E così replica semplicemente: perché mi sgridi, se seguo i dettami della Torah nemmeno Dio si può adirare".

Quanto era diffusa la Qabbalah estatica?

"Bisogna vedere la regione e il periodo di cui si parla. Per quanto riguarda l’Italia, dal XIII secolo al Rinascimento, fu senz’altro la più studiata e praticata. Per duecento anni, nel mondo dei qabbalisti, gli insegnamenti di Abulafia furono i più seguiti".

In cosa consisteva?

"Erano manoscritti che mostravano una tecnica per raggiungere un’esperienza profetica".

Una tecnica fatta di varie fasi, sempre uguale per tutti?

"No. Abulafia scrisse moltissimi libri, e proponeva in qualche modo delle tecniche personalizzate per i molti allievi che ebbe".

Qual era comunque il denominatore comune della tecnica estatica insegnata da Abulafia?

"Prepararsi con un digiuno, allestire un luogo puro e solitario, magari odoroso di mirto. Poi combinare le lettere ebraiche dei nomi divini (dall’alfabeto ebraico, alle 72 lettere che compongono ognuno dei tre versetti dell’Esodo 14, 1921 fino all’incrocio col tetragramma di Dio, n.d.r.), e il loro valore numerico".

Perché le lettere, la parola, sono l’essenza del mondo e ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione al nome di Dio che si manifesta in tutta la creazione, scrive Scholem che lei ha conosciuto.

"Sì. Pronunciare le lettere in migliaia di combinazioni, respirando in un certo modo, cantando con una certa cadenza e melodia, muovendo la testa, le mani; a volte contemplando il proprio corpo, immaginando le lettere intorno a sé, fisse e in movimento. Il concetto era: se fai così non puoi sbagliare, lo puoi ripetere ogni giorno, per pochi giorni come fece rabbi Nathan (quattro mesi durò il suo studio con Abulafia della "via dei nomi", n.d.r.), o per anni: prima o poi succederà qualcosa".

Gershom Scholem scriveva che "la scienza delle combinazioni delle lettere è una musica del puro pensiero".

Lei ha mai provato?

"No, non sono un mistico".

Comunque a cosa doveva portare la permutazione e la combinazione delle lettere?

"Alla sensazione di una presenza che prende possesso di te e parla attraverso di te. Ripetendo le lettere creavano un certo meccanismo nella gola, un meccanismo che veniva messo in moto anche se non lo attivavano loro stessi, volontariamente, ma gli angeli, o Dio, o..."

Ha qualcosa a che fare con la tecnica sufi?

"Può sembrare, i sufi ripetevano il nome di Allah. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto più complicato: la combinazione delle lettere è infinita e va ripetuta secondo ordini molto diversi. Qui sei iperattivo, la tua capacità mentale crea migliaia di incroci tra le lettere. Nient’altro può entrare dal di fuori, sei troppo occupato nel movimento che cambia tutte le volte. E l’incrocio non è per associazione, l’esperienza mistica non ha in sé niente di semantico: piuttosto generi un vuoto di significato, distruggi il linguaggio e l’apparato ricomincia a funzionare creando un nuovo linguaggio. Se entri in contatto con qualcosa di più alto devi aver eliminato quel che hai dentro per fargli posto".

Ricorda lo zimzum della Qabbalah di Yitzchàq Luria, Dio che si contrae per dare luogo a un vuoto e fare spazio alla creazione dell’universo.

"E’ un concetto che verrà molto dopo, nel Cinquecento. Ma sì, c’è qualcosa..."

Quali erano allora le altre correnti importanti della Qabbalah?

"Quella tradizionale, la Qabbalah teosofica, intensificava al massimo la vita religiosa, l’adempimento delle 613 mitzvot che ogni buon ebreo deve eseguire, secondo una tradizione esoterica elitaria. I qabbalisti si chiedevano di fare di più perché "sapevano" di più. Conoscevano cioè, e contemplavano, gli attributi mistici di Dio, la struttura divina data dalle 10 sefirot (le sue emanazioni), i loro nomi, i loro legami... e soprattutto il loro rapporto con i precetti, con le mitzvot. L’importante per loro è capire la relazione tra la struttura del divino e le mizvot che dobbiamo compiere. Conoscere senza fare è per loro un nonsenso, sarebbe come conoscere l’alfabeto e non saper parlare. La Qabbalah fornisce una struttura all’attività religiosa".

Il mondo rabbinico tradizionale la pensava diversamente.

"Per il mondo rabbinico la cosa essenziale era una comunità che si muovesse sincronicamente. Non vollero costruire una teologia, l’ambito su cui discutevano era il comportamento sulle cose concrete. I qabbalisti al contrario avevano costruito un sistema complesso, e se vuole anche molto astruso".

Le 10 sefirot, le 22 lettere dell’alfabeto ebraico, i nomi divini... Non c’è qualcosa di politeista in questa impostazione?

"Gli ebrei non erano così innamorati del loro monoteismo. Basta pensare allo Shema’ Israel (Ascolta Israele, la principale preghiera ebraica, n.d.r.): Adonai Eloenu Adonai Ehad... tre parole per dire Dio, e poi annunciare che è uno, un dio trinitario. Quel che è caratteristico per l’ebraismo non è che Dio sia uno, ma il patto che abbiamo con lui. Un Dio, il migliore, sposato con gli ebrei, un legame a cui siamo reciprocamente fedeli. La Qabbalah in un certo senso capisce che Dio è un fatto complesso e che nella sua complessità risiede la ragione dei nostri comportamenti religiosi: adempiere alle mitzvot stringe la relazione interna del popolo eletto e di questo con Dio".

Esiste anche una Qabbalah magica.

"Ad Abulafia la magia non interessava. Fare del male o del bene a qualcuno usando i nomi divini... per lui non era quello il punto, ma piuttosto "confessare" il potere del nome di Dio, trovare un unione con Dio attraverso una tecnica mistica. La magia ebraica non è per forza Qabbalah. A volte invece i qabbalisti integrarono, trasformarono i rituali: operavano magia con benedizioni che trasferivano potere, con amuleti".

"In Israele ormai la Qabbalah viene intesa quasi solo come magia".

E che tipo di gente è quella che ha una visione del genere?

"Di tutti i tipi. Ebrei che vengono da Nord Africa, o invece chassid seguaci di zaddiq (autorità religiose ebraiche dell’Europa orientale ritenuti mediatori tra Dio e gli uomini). Persone che nella fase della fondazione dello Stato di Israele erano state messe ai margini dal laicismo e che ora rivendicano la loro Qabbalah. Yitzchaq Kaduri ad esempio: un mago che ormai agli occhi di tutti rappresenta la Qabbalah".

Usano i metodi estatici di cui abbiamo parlato?

"Prima parlavano solo di Luria. Poi ultimamente si torna a leggere Abulafia, bandito fino a 5 anni fa. Due editori hanno stampato lo stesso titolo. Un avvenimento eccezionale! A Meah Sharim (il quartiere ortodosso di Gerusalemme) sono in molti a studiarlo, ma nessuno lo ammetterebbe".

C’è qualcosa di moderno nella Qabbalah?

"L’élite intellettuale ne è attratta. Eco, Derrida. Harold Bloom ha scritto l’introduzione a un mio libro che esce alla Yale University. Calasso che ha voluto i miei libri (con Adelphi usciranno presto di Idel anche Mistici messianici, e Eros e Qabbalah, n.d.r.). Nella Qabbalah il linguaggio coincide con la realtà, un concetto che sta diventando sempre più ovvio per tutti noi".

Un’ultima cosa. Esiste una relazione tra religione, misticismo e fondamentalismo?

"Certo che esiste. Certi mistici diventano integralisti perché credono di possedere verità assolute. Pensi a Savonarola. Nei momenti di cambiamento una forte convinzione diventa fondamentalismo. Il misticismo però non è sovrapponibile all’integralismo. Ma certo l’aiuta".



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