Tratto da "Il Sole 24 Ore" del 26 ottobre 2003

Sulle tracce di Zorzi lo sfuggente

vedi anche I tre filosofi di Giorgione e Allegoria di un falso messia

Di Marina Modana

Caso più unico che raro, nel genere delle moderne pubblicazioni di arte antica, il catalogo (Marsilio) della mostra di Giorgione a Venezia non contiene nessuna biografia dell’artista. Viene il sospetto che "Zorzi da Castelfranco" non sia mai esistito. Gli antichi latini preferivano sbagliare per eccesso piuttosto che per difetto, ma il comitato scientifico della manifestazione ha scelto la soluzione opposta, più estrema e minimalista: piuttosto che continuare a divulgare le contraddizioni del vecchio Vasari (storiografo dell’arte vissuto a Firenze nel XVI secolo) o le, fantasie fuorvianti dell’età romantica, meglio un onesto silenzio. Oppure un incipit poetico, rubato a Il fuoco di D’Annunzio: "Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi di lui s’ignora, e taluno giunge a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno non gli riconosce alcuna opera certa..." (1898). Nel cercare dunque di ricostruire la breve vita del pittore (nato tra il 1477 e il 1478) attraverso i pochi documenti visivi (le opere finora riconosciute a Giorgione sono in tutto 25) e i pochissimi documenti cartacei, ci affideremo al talento investigativo di Augusto Gentili, che firma il saggio più avvincente m catalogo e che negli ultimi tre anni ha reso noti i frutti delle sue ricerche in varie sedi scientifiche e accademiche.

Giorgione, con ogni probabilità, giunge a Venezia piuttosto tardi, verso il 1503-1504, dopo aver lasciato in Castelfranco almeno due opere importanti: il fregio di casa Marta Pellizzari (ora denominata "casa di Giorgione") e la celeberrima pala in Duomo. A Venezia — come è documentato dall’iscrizione dietro il ritratto di donna noto come Laura (oggi a Vienna), datato 1506 — l’artista approda nella bottega di Vincenzo Catena e impara un solido mestiere, alla maniera di Giovanni Bellini, guarda la grafica tedesca da Dürer a Cranach, ma sceglie il "leonardismo" di seconda mano, mediato dai pittori lombardi attestati in laguna a cavallo dei due secoli, prima Andrea Solario e poi Giovanni Agostino da Lodi.

Seguiamo ancora Augusto Gentili per scoprire che Giorgione non ebbe mai una bottega personale, ne una scuola, e tanto meno i "creati" assegnatigli da Vasari: Sebastiano del Piombo s’afferma prima e meglio di lui: Tiziano gli ruba il posto alla prima occasione. Estraneo di fatto al circuito ecclesiastico, sembra recuperare terreno nei confronti della committenza civile negli anni 1507-1508, quando la Repubblica di Venezia lo incarica di affrescare la facciata sul Canal Grande del Fondaco dei Tedeschi, ma poi i documenti lo segnalano in disgrazia, con i sostanziosi indizi di un doppio fallimento (in Palazzo Ducale e al Fondaco), col relativo silenzio del 1509, col silenzio assoluto della morte precoce e improvvisa, nel 1510.

Dunque dalla mostra di Venezia esce un Giorgione inedito: un pittore dal ruolo modesto e marginale sia rispetto all’emergenza dei "nuovi" interpreti del Rinascimento in laguna, Tiziano e Sebastiano, sia rispetto alla continuità dei "vecchi", Bellini, Carpaccio, Cima, e delle loro botteghe: un ruolo del tutto in contrasto con la mitizzazione dei romantici, con la sopravvalutazione dei moderni, con l’attenzione mercantile di tutte le epoche. Secondo il Gentili questa limitazione dipende dal fatto che, a fronte delle innegabili qualità di fusione coloristica e definizione atmosferica che determinano il diffuso apprezzamento moderno, "gli mancarono anatomia e disegno, dunque costanza e sicurezza nella costruzione della figura, nella resa del movimento e del gesto". Non sapeva dipingere storie, non coltivava opportuni rapporti politico-culturali in sede ecclesiastica e in sede civica, oppure non aveva il tempo e la voglia di costruirseli.

Giorgione preferì restare nella dimensione privata, dipingere figure isolate, immobili, allegoriche, solo in parte, oggi, decifrate. Ma perché oggi non si riesce a capire un pittore celebrato persino da Baldasar Castiglione nel suo Cortegiano accanto a Leonardo, Raffaello e Michelangelo?

Una risposta forse si trova nella sua casa di Castelfranco Veneto che, in occasione della mostra, è stata restaurata e riaperta al pubblico. Per saperne di più bisogna concentrarsi sul "Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche", attribuito a Giorgione e sugli altri affreschi nuovamente visitabili a conclusione di un accurato intervento di conservazione e di recupero. Il "Fregio" è un’autentica enciclopedia della cultura veneta tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, densa di riferimenti a opere coeve quali i "Dialoghi d’amore" di Leone Ebreo, la "Sphaera Mundi" del Sacrobosco, 1’"Hypenorotomachia Poliphili" di Francesco Colonna. Le scritte dipinte nei cartigli, attinte da Publilio Siro, da Sallustio e dalla Bibbia, esaltano la ragione vittoriosa contro i rivolgimenti della fortuna, la prudenza, il dominio delle passioni.

Secondo Augusto Gentili l’enigma di Giorgione si svelerebbe in parte sopra le mura domestiche, improntate da una cultura iniziatica, astrologica e cabalistica. Letti in questa luce anche i Tre filosofi e la Tempesta sarebbero allegorie delle tendenze millenaristiche ricorrenti nel pensiero ebraico, dove la prospettiva della salvezza coincide sempre col riscatto dalla catastrofe e dall’annientamento. Un pensiero non molto lontano dall’attesa del "papa angelico", promossa dalle correnti gioachimite cristiane in cui forse si riconoscevano Giorgione e i suoi committenti. Una cerchia rigoristica di cristiani colti e delusi, di intellettuali e di ricchi patrizi inclini a cercare nella religione e nella cultura ebraica l’alternativa al cristianesimo deteriorato.



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