Muflone

(Ovis musimon)

Sistematica e notizie generali

 

Il Muflone è un Bovide, anche se a tutti gli effetti risulta essere una pecora selvatica. È diffuso in tutta Europa grazie ad una massiccia introduzione a scopi venatori. Deriva dall’introduzione, fatta in Sardegna verso il 6000 avanti Cristo, di una pecora selvatica discendente dall’urial (una pecora selvatica ancestrale).

 

Biologia e caratteri distintivi

 

Il Muflone è una pecora da carne e non produce lana. Si è evoluto distintamente in Sardegna e in Corsica. Come tutti i bovidi ha corna perenni, costituite da zaffi ossei (os cornu) rivestiti da astucci cornei. Ha 4 dita per zampa, il secondo e quinto dito sono speroni. Il Muflone è un animale ruminante. Le femmine presentano 2 capezzoli, a differenza dei Cervidi che ne hanno 4. Le femmine (o mufle) generalmente non hanno corna, ma attenzione: le femmine della razza corsa hanno le corna. Un singolo corno è detto cerchio; la maschera in inverno è bianca. Il Muflone maschio presenta la “sella”, che è una macchia di colore più chiaro posizionata sul dorso (è ben visibile quando gli esemplari sono in mantello invernale). Lo specchio anale è bianco, mentre la coda risulta nera. La parte ventrale e le parti distali degli arti sono bianche. Il maschio in inverno presenta una “criniera”. Il mantello è a pelo corto e ruvido, mai lanoso e ricciuto. I maschi in inverno hanno il mantello di colore bruno, mentre in estate tende al rossastro. Le femmine sono più chiare dei maschi e raramente hanno la sella. Esistono tuttavia esemplari melanici (completamente neri) e maschi privi di sella.

 

Classi di età

 

Per la femmina ci si basa sullo sviluppo della maschera facciale e sul profilo del muso, che in animali giovani è più affusolato e tondeggiante. L’agnella sta con la madre fino al parto successivo. Le femmine si dividono in 2 classi di età: giovani e adulte.

Per quanto riguarda l’età dei maschi, essa si valuta dalla lunghezza del corno. La crescita del corno subisce un rallentamento in inverno, durante il quale le pieghe del tessuto sono più vicine e formano un anello di accrescimento. Il corno inizia a formarsi dopo due mesi di vita e il tasso di crescita cala col tempo. Intorno ai 7 anni di età non si vedono più gli anelli di accrescimento e il corno, visivamente, non cresce. In alcuni casi il corno ira all’interno, ma questo porta alla morte dell’individuo. L’età dei maschi può essere valutata dallo sviluppo del trofeo.

Gli agnelli presentano il corno che punta verso l’alto o al massimo all’indietro e seguono la madre.

Gli yearling (individui di 1 anno compiuto) e gli animali di 2 anni presentano il corno verso il basso o in corrispondenza del collo. A 2 anni di età compare la sella.

Gli adulti (3 – 5 anni) presentano il corno nello spessore del collo, ma la cima non raggiunge l’occhio.

Gli anziani (6 anni e oltre) hanno la cima del corno sull’occhio (1 giro completo) e oltre.

Più l’animale è vecchio e più le basi delle corna sono distanti.

Il metodo più sicuro per valutare l’età di un muflone è comunque quello di basarsi sulla dentatura. La formula dentaria del Muflone è: 3 incisivi, 1 falso canino, 3 premolari e 3 molari nell’emimandibola superiore (3, 1, 3, 3); 0 incisivi, 0 canini, 3 premolari e 3 molari nell’emimandibola inferiore (0, 0, 3, 3). Per determinare l’età di un individuo si prendono in considerazione gli incisivi e il falso canino: il primo incisivo diventa definitivo a 1 anno compiuto, il secondo cambia a 2 anni, il terzo cambia a 3 anni, mentre il falso canino viene cambiato al quarto anno d’età.

 

Comportamenti caratteristici

 

Ad ottobre i maschi adulti vanno a stanare le femmine ricettive (poligamia con difesa della femmina). Comportamenti caratteristici del maschio sono il flehmen, il falso calcio e gli scontri a cornate per la conquista della possibilità di riprodursi. Il flehmen è l’arricciamento del labbro superiore.

 

Distribuzione attuale e potenziale

 

        Negli ultimi anni lo status del Muflone in Sardegna è sicuramente migliorato e sembra che esistano le premesse per la rioccupazione da parte di questa specie, nel prossimo futuro, di una consistente frazione dell’antico areale insulare. Anche in questo caso operazioni di rilascio in siti strategici (ad esempio la catena del Goceano e i monti di Alà) potrebbero favorire ed accelerare il processo in atto e risulterebbero auspicabili.

        Considerazioni diverse merita invece la gestione della specie nell’Italia peninsulare e in particolare sull’arco alpino, ove popolazioni introdotte alcuni decenni fa e da allora sviluppatesi in maniera considerevole, sembrano entrare in competizione con il Camoscio a svantaggio di quest’ultimo, la cui conservazione, in quanto specie autoctona, dovrebbe risultare prioritaria. Oltre ad un severo controllo, se non una completa eliminazione di queste popolazioni, si impone un’estrema cautela nell’eseguire nuove introduzioni, che andrebbero, comunque, evitate ove esista la possibilità di contatto fra le due specie.

        Per quanto riguarda l’Italia alpina ciò restringe le possibili aree di immissione ad alcuni settori montuosi isolati della regione insubrica, che, tra l’altro, presentano caratteristiche climatico – vegetazionali paramediterranee e spesso l’alternanza di vecchi cedui non più governati a pascoli ormai da tempo in disuso. Tali caratteristiche risultano senz’altro favorevoli all’insediamento del Muflone, specie che non sembra mostrare un alto grado di competizione con il Capriolo, l’altro ungulato per cui queste aree presentano un certo grado di vocazionalità.

        Naturalmente l’introduzione del Muflone dovrà essere evitata anche in quei settori dell’Appennino centrale (complesso MarsicaMajella – Gran Sasso) dove risulta programmabile un ampliamento dell’areale del Camoscio d’Abruzzo.

 

Determinazione della capacità faunistica del territorio in termini quantitativi

 

Modelli di valutazione ambientale

        Un modello di valutazione ambientale per il Muflone è stato proposto da Mueller (1962).

        Per la gestione nelle aree di presenza si consideri che le densità biotiche possono raggiungere i 15 capi per 100 ettari (Perco, 1976), con massimi anche di 20-30 capi. È peraltro da rilevare come in zone alpine, con limitati quartieri di svernamento, vengano consigliate densità assai più basse (intorno ai 10 capi per 100 ettari) da altri Autori (Mottl, 1960), in particolare nelle aree in cui il Muflone risulta presente congiuntamente con il Camoscio. In tali situazioni un’attenta analisi della dinamica di quest’ultima specie deve costituire di fatto la base per la gestione anche del Muflone, con riduzioni drastiche di quest’ultimo, sino alla totale eliminazione, nel caso di un’eventuale diminuzione delle popolazioni rupicaprine.

        Le dimensioni di un comprensorio idoneo alla presenza del Muflone non dovrebbero essere inferiori a 2.500 ettari.

 

Competizione interspecifica

 

        Interazioni sono segnalate tra questa specie ed il Camoscio, con possibilità di intolleranza spaziale, ma soprattutto di competizione alimentare, trattandosi di specie a regime trofico relativamente simile, a base soprattutto di essenze erbacee. Effetti negativi sul Camoscio sono segnalati da Filej e da Cassola; una regressione del Camoscio in aree ad elevata presenza di Mufloni non solo è da ritenersi possibile, ma è stata concretamente verificata, ad esempio, in Piemonte, nell’Azienda faunistico – venatoria dell’Albergian e nella val Sesia.

        È infine da sottolineare la possibilità di trasmissione di agenti patogeni fra le due specie.

        In rapporto ad esigenze ecologiche diverse, interferenze non sembrano esistere con Stambecco e Cinghiale; Perco sostiene una complementarietà nell’utilizzo delle fonti alimentari con il Cinghiale.

        Possibili, ma in genere non rilevanti, sono le interazioni con il bestiame, soprattutto nell’utilizzo primaverile della cotica erbosa da parte dei Mufloni nei prati pascoli successivamente destinati alle mandrie. Una competizione alimentare più marcata può verificarsi con gli ovicaprini, con i quali sono note anche connessioni di tipo sanitario. Con gli ovini esiste infine il pericolo di ibridazione.

 

 

 

Danni all’ambiente

 

        Benché la maggior parte degli autori sia concorde nell’escludere pesanti responsabilità del Muflone nel causare danni alle attività agricole, un certo impatto è da ritenersi possibile, specialmente durante la primavera, soprattutto su pascoli e su orti e campi di cereali.

        Danni da cimatura e da scortecciamento, generalmente non particolarmente rilevanti, possono essere arrecati sia alle latifoglie, sia alle giovani conifere (Abete bianco, Abete rosso, Pino silvestre, Larice).

 

 Determinazione della consistenza e della struttura delle popolazioni

 

        Per una quantificazione della consistenza di una popolazione di Mufloni possono essere adottate differenti metodologie, anche integrabili tra loro:

-        Censimento esaustivo mediante osservazione diretta da percorsi e postazioni fisse previa zonazione del comprensorio. La stagione più idonea per eseguire queste operazioni è la primavera (aprile – maggio) subito dopo i parti, soprattutto in aree con discreta presenza di prati e pascoli e nelle zone di montagna, in cui gran parte dei comprensori risultano ancora inaccessibili a causa dell’innevamento. In questo periodo è possibile sia una valutazione della natalità, sia della “consistenza primaverile”, ormai praticamente al netto della mortalità invernale.

-        Valutazione indiretta delle presenze mediante rilevamento delle impronte sulla neve effettuato il secondo giorno dopo una nevicata, coprendo con il personale tutto il territorio utilizzato dalla popolazione. Sono suggerite due ripetizioni a cavallo dell’inverno. È un metodo di limitata applicabilità nelle zone di montagna.

Per il rilevamento della struttura può essere utilizzata la seguente schematizzazione:

-        Piccoli nati nell’anno (agnelli), maschi e femmine (senza distinzione)

-        Maschi di un anno compiuto (yearling)

-        Maschi di 2 anni

-        Maschi di 3 – 4 anni

-        Maschi di oltre 4 anni

-        Femmine di un anno (sottili)

-        Femmine di oltre 2 anni

 

Impostazione dei piani di prelievo

 

L’incremento utile annuo (cioè la differenza fra il numero dei nuovi nati e il numero dei morti), da considerarsi come riferimento per l’impostazione quantitativa del prelievo, può variare per questo Bovide da circa il 20% sino al 35 – 40 % della consistenza primaverile.

        In genere un abbattimento del 25 – 30% della consistenza primaverile è da considerarsi conservativo. Occorre mantenere comunque, anche nell’abbattimento, il rapporto naturale fra i sessi, che è di 1:1.

        Per quanto concerne la ripartizione del prelievo nelle diverse classi di età può valere, in una popolazione ben strutturata, la ripartizione riportata dalla seguente tabella

Classe

Età

% sul totale dei capi da abbattere

Maschi

 

 

0

Piccoli dell’anno

20%

I-II

1 – 2 anni

20 – 40%

III-IV

3 e più anni

40 – 60%

Femmine

 

 

0-I

Piccoli dell’anno e soggetti di 1 anno

40 – 50%

(sino a 30% di agnelli)

II-III

2 e più anni

50 – 60%

Per una scelta di tipo qualitativo nel piano sopra indicato occorre tener conto della qualità media della popolazione, basando le valutazioni sulla struttura e robustezza corporea. Per i maschi una selezione può essere fatta anche in base alle caratteristiche del trofeo, importante per stabilire i rapporti gerarchici. Gli abbattimenti dovrebbero essere effettuati a partire dal 1 settembre sino al 15 dicembre.

 

Tecniche di immissione

 

        Diversi autori consigliano l’utilizzo di un recinto di acclimatazione qualora si voglia costituire ex novo una popolazione di mufloni e ciò allo scopo di ridurre un’eccessiva dispersione degli animali durante le prime fasi di acclimatazione; peraltro in diversi casi di introduzioni recenti attuate senza l’uso dei recinti, questo fenomeno si è rivelato piuttosto trascurabile, tanto da far pensare ad un rapporto costi/benefici non particolarmente favorevole. Indubbiamente grande importanza nella riuscita di simili progetti riveste invece la scelta dei siti di immissione, il numero di animali coinvolti e la composizione qualitativa del nucleo iniziale.

        Il gruppo minimo di introduzione dovrebbe essere costituito da una quindicina di soggetti con un rapporto fra i sessi di 1:1,5 o 1:2 a favore delle femmine; questo consente un accrescimento più veloce della popolazione nelle prime fasi. Successivamente la popolazione stabilizzata dovrà essere mantenuta con un numero pressoché paritario di maschi e femmine, come per gli altri Ungulati. Sarà bene che il nucleo iniziale sia costituito prevalentemente da animali giovani, ma nello stesso tempo che esso risulti ben strutturato per ciò che concerne la suddivisione in classi sociali.

        Idealmente le immissioni dovrebbero proseguire per più anni, in modo da accelerare la formazione di una popolazione “gestibile”; a tale scopo giova ricordare che la dimensione minima di una popolazione per la gestione venatoria è stimata in 200 – 250 capi e che il comprensorio territoriale di gestione non dovrebbe essere inferiore ai 2.500 ettari.

 

Bibliografia

 

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