Your browser does not support script
Spazio di Cultura e Politica  
fondato da Andrea Pelfini
HOME
CHI SIAMO

ARCHIVIO

Cultura
Politica
Europa
Arte
Geopolitica
(S)consigli di Lettura

 

 

 
LINK

 

PROPAGANDA E ANTIPROPAGANDA. IL CASO FORLI'
di Marcello Landi

 
 

Si può tentare, in Italia, di far “sparire” una città di oltre centomila abitanti, per di più capoluogo di provincia?
La domanda è provocatoria, ma la realtà lo è forse ancora di più… perché il tentativo è stato fatto davvero!
Ma andiamo con ordine.

LA PROPAGANDA FASCISTA

L’efficacia e la capillarità della propaganda fascista sono note.
Lo stesso luogo di nascita del Duce, Predappio, divenne fonte di radicali interventi urbanistici, nonché meta di pellegrinaggi, sia spontanei sia organizzati dal Regime. I documenti ci raccontano perfino di donne che, in procinto di partorire, si sono trasferite momentaneamente a Predappio, magari da Roma, per dare alla luce il proprio figlio nel “paese del Duce”!
Allo stesso modo, anche la vicina città di Forlì diventò ben presto nota, in Italia e nel mondo, come “la città del Duce”. Ed anche a Forlì il fascismo volle intervenire.

Ad esempio, la stazione ferroviaria, che in origine era in corrispondenza del centro storico, venne chiusa, per inaugurarne un’altra in una zona più libera. Lo scopo era quello di permettere agli architetti del Regime di costruirle

di fronte un largo e lungo viale, alberato e con controviali, una specie di percorso trionfale, “Viale Benito Mussolini” ovviamente. Altrettanto ovviamente, oggi ha cambiato nome, diventando il “Viale della Libertà”, nel senso che ci siamo liberati di Mussolini!

Percorrendo il Viale Mussolini in direzione di Predappio, il pellegrino fascista, dopo essere passato davanti alla Casa del Fascio, poteva giungere - non a caso - nel Piazzale della Vittoria, dove sorge il Monumento di Cesare Bazzani alla Vittoria della Prima Guerra Mondiale e, come allora si diceva, “ai Martiri della Rivoluzione Fascista”, monumento inaugurato personalmente da Mussolini nel 1928. Sulla stessa piazza si affacciava il Collegio Aeronautico, monumento invece alla modernità del fascismo, che cercava sempre di collegare il mito del futuro al mito dell’eredità storica.

Si sa, del resto, che Mussolini teneva particolarmente ad essere riconosciuto come l’ultimo discendente della romanità: continua era l’insistenza sul rapporto stretto tra Roma ed il fascismo, tanto che anche l’archeologia vide all’epoca un notevole sviluppo, appunto allo scopo di meglio far conoscere le glorie italiche.

Meno noto è che perfino la geografia venne impiegata nel tentativo di collegare Mussolini con Roma. Infatti, tra i problemi, alcuni dei quali anche grandi, lasciati in sospeso dai governi liberali del Regno d’Italia, ce n’era uno, in sé piccolo, di ordine amministrativo: ridefinire in maniera più rispettosa dei confini naturali gli ambiti territoriali delle province di Forlì e di Firenze, dato che quest’ultima comprendeva parecchi comuni della Romagna (la cosiddetta Romagna toscana).

Così, nel 1923, si decise finalmente di far rientrare l’intero circondario di Rocca San Casciano nella provincia di Forlì, con innegabili vantaggi per gli abitanti (non solo Forlì, da quella zona, è più vicina di Firenze, ma inoltre, per andare nel capoluogo, non si dovevano più valicare gli Appennini), ma soprattutto, che è quel che interessa il nostro discorso, con il conseguente spostamento dell’area delle fonti del Tevere dalla Provincia di Firenze a quella di Forlì.

Ed ecco il risultato: come il Tevere nasce, piccolo ed oscuro, nel forlivese, e diventa il grande fiume di Roma, così Benito Mussolini nasce, da famiglia piccola ed oscura, sempre nel forlivese, e diventa Duce del Fascismo e Capo del Governo dell’Italia. Un capolavoro geografico-propagandista!

L’ANTIPROPAGANDA ANTIFASCISTA

Di contro, non si è ancora considerata a fondo, invece, quella che si potrebbe chiamare l’antipropaganda antifascista.

Qui vorrei proporre un singolo caso di studio, molto interessante per il suo valore simbolico: i riferimenti alla “Città del Duce”, cioè a Forlì. Lo studio è, oggi, tanto più serenamente effettuabile quanto ormai gli effetti sia della propaganda fascista sia dell’antipropaganda antifascista si sono attenuati, tanto che Forlì è attualmente considerabile quasi una città come le altre.

Ma per due generazioni non è stato così: per due generazioni è stata la “Città del Duce”, con onori ed oneri, per vent’anni esaltata al punto di essere meta di pellegrinaggi, ma per i successivi cinquanta esecrata al punto che, per una silenziosa e forse spontanea conventio ad tacendum, non andava nemmeno nominata, a meno che non fosse strettamente inevitabile. Il che, ai giorni nostri, può perfino apparire divertente!
Premetto che tutti gli esempi riportati sono o controllabili sulle fonti o resoconti di esperienze personali, che hanno quindi il valore della testimonianza diretta.

Gli effetti della conventio ad tacendum - essendo io nato a Forlì nel 1961, a dire il vero del tutto incolpevolmente, visto che, prima di venire al mondo, non ero stato avvertito del valore simbolico del luogo! - hanno cominciato a manifestarmisi fin da ragazzo.
Immaginatevi di abitare in una città e di scoprire che, appena pochi chilometri fuori di essa, nessuno sembri saperne più niente… Non sto dicendo che fosse “poco famosa”. Sto dicendo che “non c’era più”, che nessuno ne sapeva più niente e che da nessuna parte era indicata! Immaginatevi, dunque, una cosa del genere: che cosa vi potrebbe passare per la testa?
Ma vediamo, leggendolo con l’opportuno umorismo, qualche esempio, risalendo indietro nel tempo di qualche anno…

Se da Forlì volete recarvi nella vicina cittadina di Lugo, non avete che da imboccare la via cosiddetta Lughese, e seguire la segnaletica. Ma provate, una volta a Lugo, a tentare di tornare a Forlì! I più sconosciuti paesini sono indicati, ma Forlì, no. Perché? Questioni di campanile, visto che Lugo è in provincia di Ravenna? Può darsi… Eppure a Forlì Lugo è indicata; ed è cosa normale, invece, trovare piuttosto indicazioni in un centro abitato più piccolo verso uno più grande che non il contrario!
Naturalmente, si potrebbe anche fare l’ipotesi che, per i più vari motivi, nessuno mai da Lugo desideri andare a Forlì, e che nemmeno i forlivesi che vi capitino abbiano mai a provare il desiderio di tornare a casa… Ma non credo che regga!

Oppure, voi vi recate a vedere lo scavo archeologico di una villa romana circa a metà strada tra Forlì e Ravenna. Naturalmente, nel piccolo museo c’è una pianta della zona intorno alla villa. Chiunque si aspetterebbe, ragionevolmente, che la villa stessa fosse al centro della pianta. Invece no: la villa è indicata in un punto fortemente decentrato, in modo che si veda solo quello che c’è a nord e ad ovest del sito, le province di Ravenna, di Ferrara, di Bologna.
L’unico plausibile motivo di un modo così strano di “tagliare” la mappa è voler escludere qualcosa… Che cosa non vi deve comparire?
Sì, il sagace lettore lo ha già indovinato: la carta è tagliata in modo da tener fuori giusto giusto la città di Forlì!
Ma anche qui siamo in provincia di Ravenna: sono forse tutti campanilisti nel ravennate?
In realtà, non è questo il problema: quante cartine (alcune geografiche, molte storiche) ho visto in giro per l’Italia, con indicata la Romagna, e con uno spazio bianco dove doveva esserci Forlì! L’esperienza, per un ragazzo inconsapevole di essere un “nemico oggettivo” della democrazia in quanto pericolosamente forlivese, era veramente tale da lasciare sconcertato!

Seguiamo l’itinerario della Via Emilia da Bologna verso Rimini: ecco Imola, Castebolognese, Faenza, [spazio bianco al posto di Forlì: i più astuti cartografi vi scrivono ROMAGNA], Cesena: tutte città più piccole di Forlì, s’intende! Ma Mussolini non è nato vicino ad esse…
Ovviamente, anche l’aggettivo forlivese deve sparire: se uno è nato a Ravenna è un ravennate; se è nato a Rimini è un riminese; ma se è nato a Forlì e bisogna proprio citarlo, allora è un romagnolo!
Forlì è diventata ormai una città evanescente.
Perfino i comuni in provincia di Forlì non rivelano volentieri questo dato amministrativo: si preferisce non dire niente, o dire “in Romagna”!
C’è chi cerca di fare ancor meglio: se la fondazione romana di Forlì era servita alla propaganda fascista, va negata perfino quella: ed ecco che ho trovato libri di storia che elencavano Forlì tra le città di fondazione medioevale! L’antipropaganda procede a grandi passi!

Andiamo adesso nella rocca di Castrocaro, a pochi passi da Forlì, in provincia di Forlì (i Ravennati stavolta non c’entrano). Solita cartina dei dintorni, stavolta in età medioevale: solito spazio bianco. Chiedo alla guida: Forse che Forlì nel Medio Evo non c’era ancora? Sorriso imbarazzato di circostanza: Forlì è una città di origine romana, che ha più di duemila anni sulle spalle!
Che cosa voleva dire quel sorriso? Solo dopo molti anni dalla mia adolescenza sono riuscito a capirlo: era una domanda. La domanda, più o meno suona così: Perché mi chiedi di Forlì? Sei davvero ingenuo? Sei un giovane fascista? Non sai che solo i fascisti sanno dov’è Forlì, o possono desiderare di sapere dove sia?

Canossa (provincia di Reggio Emilia): altro castello, altra cartina, stavolta non si tratta solo dei dintorni, ma ci sono tutti i capoluoghi di provincia dell’Emilia-Romagna… Tutti? Be’, a dire il vero, ne manca uno. Ma uno solo, eh! C’è bisogno che dica quale? La cosa carina (e che ho appreso dopo) è che la leggenda vuole che Matilde di Canossa abbia fondato almeno una chiesa presso Forlì. Quindi era più che ragionevole pensare che, se una città non doveva comparire, fosse un’altra. Ma poi: perché una città della regione, e una sola, non doveva comparire? Avevano finito l’inchiostro?

Altra domanda, sortami, stavolta, dopo aver appreso del peso dato a Forlì dalla propaganda fascista: se negli anni Venti, Trenta o Quaranta, tutti sapevano dove fosse Forlì, com’è possibile che, negli anni Cinquanta o Sessanta, ugualmente tutti, appena lontani pochi chilometri, fossero pronti a giurare di non averne mai sentito parlare?

Mi sono accorto, da grande, anche di un’altra cosa: del lodevole antifascismo degli stessi Forlivesi! Se io, ragazzo, chiedevo: “Ma perché non indicano Forlì da nessuna parte?”, la risposta immancabile era: “Ma perché dovrebbero indicarla? Non sai che a Forlì non c’è niente di interessante? Nessuno vuole venire a Forlì!”. La risposta allora mi lasciava sconcertato!

Ma poi ho capito: altrove, negli abitanti poteva parlare il campanilismo, ma a Forlì, no. A Forlì, si andava sicuri: prevaleva l’antifascismo!
Ed è prevalso, nel dopoguerra, al punto che monumenti che potevano attirare turisti, ma che erano stati distrutti dalla Seconda Guerra Mondiale, come il Teatro Comunale, che vantava una significativa tradizione lirica, non sono mai stati ricostruiti. Un esempio significativo è la cappella affrescata dal grande Melozzo nella Chiesa di San Biagio, bombardata dagli Americani. Per sicurezza, non solo non si è tentato di ricostruirla, ma si sono fatti sparire i frammenti di affresco. Oggi nessuno sa più dire dove siano stati messi! Così si evitano tentazioni, no?

A proposito, non avete le idee chiare su chi sia Melozzo? Non è strano: è vero che è sempre stato considerato uno dei più grandi pittori del Quattrocento italiano, tanto che sullo scalone d’onore del Quirinale c’è ancora un suo frammento d’affresco ed un’iscrizione latina che vanta il suo primato nella prospettiva. Ma aveva una sfortuna: era forlivese! Infatti, è il principale pittore di Forlì, ed è pure di scuola pittorica forlivese.

A questo punto, il lavoro dell’antipropaganda antifascista è stato duro: bisognava far sparire il più possibile non solo Melozzo, ad esempio assegnando ad altri i lavori che la tradizione attribuiva a lui, ma l’intera scuola di pittura forlivese, che infatti nei manuali attuali non c’è quasi più! Da quest’ultima decisione, sono sorti problemi infiniti, tra cui la difficoltà di classificare Melozzo stesso, quando se ne doveva parlare. Ne ho trovate di tutti i colori: scuola umbra, scuola ferrarese, scuola veneta, scuola romana… e chi più ne ha più ne metta! A pensarci, a me pare molto divertente! …oltre che un po’ triste.

Sorte analoga è toccata agli altri forlivesi illustri… Ma bando alle malinconie!
Grazie ad internet ho scoperto una cosa: era più facile avere notizie su Forlì e sui forlivesi all’estero, ad esempio in pagine in inglese, che in Italia. A questo punto, è evidente il perché: dove ha meno colpito la propaganda del Fascio, c’era meno bisogno di un’antipropaganda!

Gli esempi potrebbero continuare innumerevoli, ma credo che il lettore abbia capito e spero che magari abbia anche, talvolta, sorriso!
Forse è stato un sorriso un po’ amaro, ma amara è stata anche la storia d’Italia, almeno in certi anni…
Speriamo che le lezioni del passato ci aiutino a costruire un futuro più libero sia dalla propaganda sia dall’antipropaganda!
E speriamo di riuscire a rendere giustizia alle incolpevoli vittime dell’una e dell’altra!

Ci aiuti Dio in questo!

 
 
scarica l'intero testo in formato PDF
     
     
     
 
Vuoi contattare la redazione? Scrivici

Tutto il materiale del sito è riproducibile con il vincolo di citare la fonte (L'Idea) e l'autore dello scritto

NEWS