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MANDARADONI
Disteso lungo un tratto della strada provinciale che da Rombiolo porta a
Nicotera, un chilometro dopo Motta Filocastro, c’è Mandaradoni.
Il paese fu fondato nel XVI secolo da due fratelli siciliani, Dante e
Sergio Lentini, i quali, esiliati dalla loro regione per atti delittuosi,
trovarono rifugio nelle terre in cui oggi sorge il paese.
La loro attività era quella di guardiani di mandrie; attraverso razzie
riuscirono a formarsi una piccola azienda di capre e pecore.
Da qui il nome del primo nucleo del paese “ Mandraono”, da mandria.
Mandaradoni fu per due secoli sotto la giurisdizione del vicino Motta
Filocastro e col passare degli anni s’ingrandì tanto da raggiungere nel
1850 i 378 abitanti.
Tutta la vita del paese ruotava intorno alla chiesa dedicata a “Santa
Maria ad Nives”.
La prima chiesa fu edificata nel 1585 e andò distrutta dal terremoto del
1783.
Ricostruita a spese del re di Napoli fu abbattuta nel 1985 per motivi di
viabilità.
La nuova chiesa ha una struttura architettonica moderna, con attorno una
piazzetta circolare con una gradinata a mò di anfiteatro.
Qui durante i festeggiamenti della Madonna della Neve, che si celebrano il
5 agosto, hanno luogo molti spettacoli.
La maggior parte delle abitazioni ,molte a pianterreno, è disposta lungo
via Regina Elena.
Il quartiere più antico del paese si trova nella parte alta ed è
costituito, tranne poche abitazioni nuove, da casette quasi arroccate le
une alle altre e da vicoli.
I terreni intorno a Mandaradoni pullulano di sorgenti che forniscono di
acqua potabile tutto il comune.
La popolazione è dedita principalmente all’agricoltura,che è molto
fiorente nella zona denominata “Pujjisa”.
Si produce: olio, vino, frutta, ortaggi. Numerosi sono i professionisti e
gli impiegati.
Le attività lavorative esistenti sono: due officine di carrozziere, un
fabbro, un’azienda di falegname e un negozio di mobili, un frantoio, che
danno lavoro a molte persone.
Da qualche anno Mandaradoni è in forte incremento demografico. Fino al
1991 c’era una Scuola Elementare, soppressa senza tener conto della forte
natalità.
Vi funziona una scuola materna costituita da una sezione, mentre i più
grandi frequentano la scuola elementare di Caroni e la scuola media di
Limbadi.
Molti sono i ragazzi che frequentano le scuole superiori di Nicotera e
Vibo Valentia e l’Università.
CARONI
Lungo la strada provinciale, tra Mandaradoni e Limbadi, sorge Caroni.
Delle sue origini si conosce poco.
Il paese sorse forse nel 1500 in prossimità del più antico centro abitato
di Branconi, ora distrutto.
L’ antica chiesa parrocchiale del 1578 era dedicata a “ Santa Maria di
Branconi e Carroni”, quella nuova, costruita nel 1933, è dedicata a “Maria
Santissima Immacolata”.
La chiesa si presenta con un’unica navata illuminata da finestroni
laterali, vi si conserva un artistico crocefisso in legno di tiglio
bianco, opera del Prinoth, la croce è in noce monzonia, opera di Colombo
Labate di Nicotera.
Nel Museo d’Arte Sacra di Nicotera sono conservati due quadri in tela, di
proprietà della Parrocchia: uno di scuola Fiorentina del 1650 circa,
mentre l’ altro per lo stile sembra appartenere al pittore dell’ottocento
Domenico Russo, che aveva dipinto anche la volta dell’abside, di cui non
c’è più traccia.
Gli abitanti di Caroni in passato sono stati contadini, braccianti e
pentolai.
Caroni era il paese dei “bumbuli”, brocche in argilla prodotte da bravi
artigiani che rifornivano tutto il Circondario.
Se ne producevano per vari usi e di varia foggia : “bumbule” a due o
quattro manici, “cortari”,” limbuni”, “lavamani”, “tieji”, “pignati”, “testuji,”
“lumaricchi a ogghiu,” “cuccumeji “.
Il lavoro dell’argilla oggi è purtroppo scomparso,c’e soltanto un
artigiano in pensione, Antonio Tripaldi, che con molta pazienza tenta di
far conoscere questa bellissima arte ai ragazzi .
Negli ultimi trent’anni l’aspetto sociale di Caroni è notevolmente
cambiato perché sono sorte alcune piccole imprese.
Funzionano due frantoi, due moderni mulini, una fabbrica di calcestruzzo,
un’azienda di laminati, un fabbro e un falegname.
Molti sono gli esercizi commerciali ,soprattutto sulla strada per
Nicotera,che fa parte dell’ abitato di Badia di Limbadi.
A Caroni funziona una Scuola Elementare frequentata da alunni provenienti
, oltre che da Caroni, da Motta Filocastro, Mandaradoni, Badia e Limbadi.
Degli oltre 500 abitanti, molti sono i giovani che frequentano la Scuola
Media a Limbadi, le superiori a Nicotera e Vibo Valentia, e varie
Università.
SAN NICOLA DE LEGISTIS
San Nicola è la frazione più piccola del Comune di Limbadi, ma è una delle
più antiche.
Si estende su un pianoro ai piedi del monte della Santa Croce,a poca
distanza da Motta Filocastro e a tre chilometri da Limbadi.
Il primo nucleo del paese risale all’ XI secolo e fu costruito intorno al
Monastero di San Nicolò , che il Re Ruggiero fece erigere per i monaci di
San Bernardo.
Il villaggio crebbe rapidamente ed assunse una certa importanza, tanto da
avere nel 1621 una grande chiesa con tre navate, con otto cappellani e un
arciprete che aveva privilegi sui parroci di Limbadi, Caroni, Branconi e
Mandaradoni.
Oltre alla chiesa arcipretale ve n’erano altre tre : del Rosario, di San
Sebastiano e di San Rocco,distrutte dal terremoto del 1783.
Vicino alla chiesa del Rosario sorgeva un Convento di Padri Domenicani che
venne abolito nel 1653 con bolla di Papa Innocenzo X.
Il paese era più esteso e popolato e apparteneva all’Università di Motta
Filocastro tanto da venire chiamato “Santonicola Filocastri” per alcuni
secoli.
Distrutto a causa di vari terremoti , San Nicola fu derubato di tutte le
sue glorie ; addirittura, dopo il disastroso sisma del 1783, fu
abbandonato da moltissime famiglie che si trasferirono a Rosarno e nei
paesi vicini.
Nella metà del 1800 il paese ebbe una netta ripresa ,gli abitanti
aumentarono notevolmente ed aveva luogo una fiera che durava quindici
giorni.
Attualmente non presenta particolari attrattive: conta circa 300
abitanti, in prevalenza agricoltori; vi funziona un
panificio-biscottificio che rifornisce molti paesi del circondario.
La festa più importante è quella del Patrono San Nicola ,che viene
celebrata il 6 dicembre, ma spesso si rifà nel mese di agosto in occasione
del rientro degli emigranti per le ferie.
La seconda domenica di ottobre si celebra la festa della Madonna del
Rosario, la cui statua risale al 1725.
La fiera annessa alla festa è quasi scomparsa.
Per la festa di San Nicola una famiglia si incarica di cuocere dei piccoli
pani che vengono benedetti in chiesa e distribuiti alla gente.
La vigilia della festa viene bollito del grano che sarà consumato il
giorno dopo.
A San Nicola fino al 1997 funzionava una Scuola Elementare ubicata in un
edificio costruito da pochissimi anni e quindi il più nuovo del Comune.
Adesso gli alunni della Scuola Materna e della Scuola Elementare per
assolvere il loro obbligo si recano a Limbadi.
MOTTA FILOCASTRO
Motta Filocastro sorge sulla cima di una collina a 360 m sul livello del
mare, lungo l’antica via Popilia, nel tratto tra Rombiolo e Nicotera.
Motta si distingue tra i centri del circondario per nobile e singolare
storia. Nel passato ha rivestito una grande importanza: sorta sulle
rovine della mitica Mafrica, città fondata da Annibale, durante l’Impero
Romano era un villaggio ad economia agricolo-pastorale. Il villaggio
assunse l’aspetto di agglomerato urbano vero e proprio alla fine del
cinquecento, divenendo molto popolato nel 946, quando gli abitanti di
Nicotera si trasferirono in massa nell’entroterra a causa delle terribili
incursioni dei Saraceni.
Precedentemente,a causa delle persecuzioni iconoclaste di Leone III l’Isaurico
e dell’occupazione della Sicilia da parte degli Arabi (831),la Calabria
divenne il rifugio naturale delle superstiti forze bizantine e di monaci e
coloni siculi.
Nel IX secolo infatti la zona di Tavolari, a
Nord-Est di Motta divenne un insediamento di eremiti basiliani, del quale
rimangono alcune grotte . Nell’XI secolo,con l’arrivo dei Normanni,
favorevoli alla diffusione dell’elemento greco,gli eremiti si
organizzarono e costruirono i loro conventi; a Motta , in località Braghò,
fu edificato il Convento Basiliano di San Giovanni,del quale rimangono
alcuni resti immersi in una fitta vegetazione. I Basiliani diffusero la
cultura ellenica,istruirono ed aiutarono i contadini nella coltura dei
campi ed introdussero alcune importanti attività artigianali. Per alcuni
secoli il convento di San Giovanni fu importantissimo e vi si recavano ad
approfondire i loro studi molti dotti. Nell’XI secolo arrivarono in
Calabria i Normanni e il conte Ruggero designò la città di Mileto come
capitale del suo dominio, fornendola anche di sede episcopale. Ruggero a
Motta Filocastro fece erigere un castello con 12 torri, dove ,per
l’amenità del luogo e per la naturale predisposizione alla difesa,
trascorreva gran parte dell’anno insieme al suo seguito. Ruggero dominava
la politica europea e nelle sue corti circolavano funzionari, dignitari
ecclesiastici, ambasciatori d’occidente e d’oriente. Nel 1097 il Papa
Urbano II in persona visitò il castello di Motta. Con l’avvento della
dinastia Sveva, l’imperatore Federico II aprì alla storia del Meridione un
periodo ricco di cultura e di libertà. Il paese di Motta si organizzò con
un governo autonomo,raro se non unico esempio di civiltà comunale nel Sud
d’Italia. La vita civile e la giustizia venivano amministrate dai
“Cavalieri di cappa e spada” che si riunivano nel “Tocco”. La situazione
cambiò nel 1260, quando i baroni della Calabria aderirono al guelfismo e
si rivoltarono contro gli Svevi per ottenere maggiore autorità sui feudi e
sopprimere gli aneliti di autonomia. Nel 1266 arrivarono gli Angioini e
con essi il Meridione ripiombò nelle disgrazie e nel frazionamento civile;
Nicotera e Motta si rivoltarono contro i funzionari angioini al comando di
Rinaldo Ipsierò. Dopo la battaglia di Tagliacozzo la repressione in
Calabria fu durissima. I piccoli centri , i castelli, le terre, vennero
assoggettati alle poche famiglie feudali e Motta soggiacque al dominio di
Nanno Scaglione, dei Ruffo e dei Marzano.
Con l’avvento degli Aragonesi si ebbe una certa rinascita economica ed a
Motta fiorì la piantagione del gelso e si sviluppò l’allevamento del baco
da seta.
Nel 1506 il feudo di Motta passò ad Ettore Pignatelli, duca di Monteleone.
I Pignatelli esercitarono per secoli il governo sul paesello e, dalla
costruzione di molte chiese e del Convento Cappuccino, si deve pensare che
il loro dominio fosse improntato alla collaborazione e al benessere. Il
convento di Santa Maria della Neve fu edificato nel 1535 a cura di Padre
Ludovico da Reggio Calabria, ideatore della Riforma Cappuccina e
predicatore illustre .
Padre Ludovico fece numerosi miracoli e predisse avvenimenti drammatici
che si verificarono puntualmente.
Morì in odore di santità nel Convento di Motta nel 1537.
Il Convento fu distrutto dal terremoto del 1783, ma rimangono molti
ruderi che sono meta il 2 Agosto, in occasione della ricorrenza del
Perdono di San Francesco, di un pellegrinaggio.
Alla fine del 1600 Motta era dotata di un ospedale e aveva giurisdizione
sui villaggi di Carono, Mandraono , San Nicolò, Zimbadi, San Martino,
Cassinadi, Branconi e Mambrici. Il centro era circondato da mura con tre
porte.
Nel 1799, nell’ordinamento amministrativo disposto al tempo della
Repubblica Partenopea, Motta Filocastro fu dichiarata Comune e compresa
nel Cantone di Tropea.
Nel 1806 Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità e Motta divenne Università
accumunata al Governo di Nicotera.
Durante il periodo municipale la vita cittadina era in pieno fervore: al
mercato affluivano i prodotti del circondario e dalla città uscivano
lavori artigianali realizzati con bravura nelle botteghe dei falegnami dei
fabbri e dei tessitori, che raggiungevano anche altre regioni.
Il primo gennaio 1830 divenne capoluogo il villaggio di Limbadi, che, a
causa della posizione pianeggiante, si era ingrandito fino ad avere una
popolazione superiore a quella di Motta.
Il paese e gli altri villaggi caddero in un completo abbandono tanto da
far scoppiare nel 1906 un movimento separatista.
Alcuni giovani dotti di Motta, Mandaradoni e San Nicola chiedevano al re
di costituirsi in comune autonomo, ma la rigida interpretazione di alcune
leggi non lo permise. Attualmente Motta Filocastro è un piccolo paese con
meno di 400 abitanti che conserva, nel complesso urbano superstite ai
terremoti, integre le caratteristiche architettoniche medioevali, che
rappresentano in Calabria una rarità.
È un gruppo di case con piccoli balconi in ferro e portali in granito,
scalette esterne, vicoli, scalinate.
Le strutture abitative hanno una particolarità quasi unica: sono senza
fondamenta, costruite sulla roccia (parrera). Il paese ha una posizione
incantevole, un bellissimo panorama un clima mite e salubre. Dal “Tocco”
la vista spazia dall’ Aspromonte al mare, cogliendo nell’insieme la
Sicilia Nord-Orientale. Delle antiche sette chiese ne restano solo due:
quella di “ Gesù e Maria”, che è la più antica, edificata nel 1647, e
quella di “ Maria Santissima della Romania , protettrice del paese,
consacrata nel 1747.
Nella chiesa di Gesù e Maria sono custodite le statue dei Santi Cosma e
Damiano, che si festeggiano il 27 settembre.
La chiesa della Madonna di Romania è binavata, di stile barocco, con
cinque altari minori. La festa della Madonna, che è la protettrice, si
celebra l’8 settembre.
Nelle vicinanze dell’abitato, sulla cima di un colle sorge il “Santuario
della Santa Croce “eretto più di due secoli fa dai monaci francescani.
Il tempio è meta il 3 maggio di una processione che parte dalla Chiesa
Matrice e richiama molti fedeli, specialmente giovani, da tutti i paesi
del circondario.
Il paese visse un momento spirituale molto importante nel 1930, anno in
cui nacque la prima casa delle “Suore Missionarie Francescane del Verbo
Incarnato”, per opera di Madre Giovanna Francesca, al secolo Luisa Ferrari
da Reggio Emilia.
Attualmente, al posto del vecchio tugurio che servì alle prime suore come
punto di partenza, vi è un attrezzato e moderno edificio costruito nel
1964 adibito a scuola materna.
Anticamente l’artigianato a Motta era fiorentissimo: c’erano numerosi
fabbri, falegnami, sarti, tessitori, tintori, calzolai, orologiai; era
sviluppato l’allevamento del baco da seta ed erano 7 le fabbriche di
laterizi,”ciaramidii”, in cui si fabbricavano tegole, piastrelle,mattoni e
vasi di varia forma ed uso; 6 erano i mulini ad acqua, molti i frantoi a
trazione animale.
Di tutte queste attività v’è ormai il ricordo.
Gli artigiani sono emigrati in America e nell’Italia del Nord.
Attualmente la maggior parte della popolazione attiva è dedita alla
coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame, l’unico artigiano
rimasto in paese è un anziano falegname, c’è una macelleria.
C’è una sola azienda del settore elettrico che dà lavoro ad alcuni operai.
Da due anni è aperto un bar all’interno della nuova villa, che è molto
frequentato anche dagli abitanti dei paesi vicini e che ravviva le sere
estive ai turisti che affollano il paese. Molti sono gli anziani. La
popolazione giovane non è molto numerosa perché negli ultimi anni, a causa
della mancanza di lavoro, molte famiglie sono state costrette ad emigrare.
I bambini frequentano la suola materna a Motta, la scuola elementare a
Caroni, la scuola media a Limbadi e le superiori a Nicotera e Vibo
Valentia.
Molti sono i giovani che studiano nelle Università di Messina, Reggio
Calabria, Cosenza e Roma.
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