PROFILO STORICO, CULTURALE,ARTISTICO E SOCIO-ECONOMICO 

  DI LIMBADI E FRAZIONI

 

Limbadi è un paese del Vibonese di 3620 abitanti; disteso su una collina a 250 metri s.l.m., si trova sulle falde del Monte Poro che degradano verso il Mar Tirreno, la Piana di Gioia Tauro, l’Aspromonte, lo Stretto, la Sicilia e lo Stromboli. Il territorio ha una superficie pari a 28,90 km e confina con i comuni di Nicotera, Rombiolo, San Calogero, Candidoni, Spilinga. Possiede cinque frazioni: Badia di Limbadi, Caroni, Mandaradoni, Motta Filocastro, San Nicola De Legistis.

La storia di Limbadi s’innesta su quella di Motta Filocastro, sede dell’antico comune. Le origini del paese sono incerte ma si suppone che il primo borgo abitato sia stato fondato in tarda età medievale. In quell’epoca delle famiglie dabbene, quali i Cafaro, i Vinci e i Massara, formarono il primo nucleo nella sterminata campagna.

Chiamato così, secondo il Barrio, per l’amenità del luogo, il piccolo villaggio divenne negli anni più popolato di Motta, tanto che i nobili del posto si diedero da fare per ottenere l’autonomia comunale, vista anche la benevolenza dimostrata dal re borbone  che finanziò l’edificazione di una nuova chiesa parrocchiale quando, nel 1783, il comune venne distrutto dal terremoto.

Ricostruito con un vero e proprio piano regolatore - il primo dopo il sisma – Limbadi divenne il centro decisionale della vecchia università di Motta.

Chiese l’autonomia già nel 1790 ma l’ottenne l’1 gennaio 1830 con un decreto emanato dal re delle Due Sicilie Francesco I.

Quanto alla successione feudale, Limbadi seguì le vicende di Motta Filocastro, per cui passò da Novella Ruffo a suo figlio Marino Marzano, a Tommaso Calatayud. Nel 1508 ne venne in possesso Ettore Pignatelli, e ai Pignatelli di Montaleone il feudo rimase in mano fino all’abolizione della feudalità (1806 ).

Di Limbadi molti furono le famiglie e gli uomini che onorarono e onorano il proprio paese. Nel campo delle lettere si distinse in modo particolare l’illustre critico letterario Giuseppe Citanna, assai apprezzato da Benedetto Croce. Nacque il 4 luglio 1890 da Ferdinando e Paolina Massara. Trascorse la sua fanciullezza tra Catanzaro e Limbadi, trasferendosi prima a Montaleone (oggi Vibo Valentia ) e poi a Messina. Il terribile terremoto del 1905 distrusse la sua abitazione e Giuseppe con gli altri membri della famiglia rimase intrappolato tra le macerie. Estratto dai detriti fu ricoverato all’ospedale di Catania.

Nel 1908 si trasferì a Napoli dove si dedicò agli studi letterari e agli spettacoli teatrali. Nel 1914 si laureò in Lettere e cominciò a insegnare letteratura italiana a Napoli e presso l’Università statale di Milano. Tra il 1933 e il 1934 tenne un corso di letteratura italiana a Rio de Janeiro. Qualche tempo dopo si spostò all’ Univesità di Cagliari e poi a Trieste dove morì il 6 giugno 1978.

Tra le sue numerosissime opere sono da ricordare la raccolta “ Lavinia “ (23 liriche scritte tra il 1916 e il 1920), il testo “La poesia di Ugo Foscolo”, il saggio storico-critico “ Il Romanticismo e la poesia italiana  dal Parini al Carducci” e la scelta commentata delle opere di Lorenzo de’ Medici e del Poliziano.

Dell’operosa famiglia Pelaia è da ricordare l’avvocato e poeta Giuseppe Pelaia, autore delle opere “Vento di tramontana “ e “Rimas al viento”.

Nel campo della medicina si distinsero il chirurgo Giuseppe Antonio Saladino (4 marzo 1884- 10 maggio1922) e il  dottore Bruno Vinci che si rese benemerito cittadino della città di Nicotera lasciando i suoi beni per la fondazione dell’attuale  istituto del liceo classico. Limbadi gode di un’ottima posizione geografica che permette ai cittadini di raggiungere in breve tempo sia il mare che la montagna. Il centro abitato, con le sue cinque frazioni, occupa una vasta area circondata da distese di ulivi, vigneti e agrumeti. Il cuore del paese è corso Umberto I che,  insieme alla traversa intitolata al Principe di Piemonte, è completamente lastricata in pietra lavica portata dall’Etna negli anni Trenta del Novecento.

L’ economica limbadese è basata soprattutto sull’agricoltura, sospesa tra tradizione e progresso, e sull’allevamento del bestiame. Si produce olio d’oliva di grande qualità che vanta un grado di acidità bassissimo. Altro prodotto agricolo fondamentale sono gli agrumi, che ammantano di verde grandi estensioni di territorio. Importante  è  la produzione viticola. Squisita è la frutta, specie i fichi secchi. La lavorazione del latte e delle carni avviene in famiglia. Questo paese, pur nel rispetto delle proprie origini contadine, ha attuato sul territorio una certa trasformazione agraria che sta vedendo il formarsi di  aziende, capaci di favorirne lo sviluppo. Parte delle entrate provengono anche da queste aziende . Tra queste è nota la distilleria Caffo che produce il rinomato “Amaro del Capo”, il limoncello e una bevanda a base di liquirizia detta “Liquorice” (esportazione a livello internazionale ). Esistono poi l’azienda avicola Soldano (produzione di uova da consumo), e alcuni frantoi, tra cui Mafrica presente con il suo olio anche a manifestazioni nazionali.

Il turismo, prettamente estivo, è legato al rientro degli emigrati e alla vicinanza con Nicotera, anche se adesso insiste sul turismo di Limbadi il  “Club Feudo Montalto”, un campo da golf internazionale a nove buche frequentato tutto l’anno da sportivi di tutta Europa. Per quanto riguarda l’artigianato rimangono pochi falegnami . Un tempo una delle attività principali era la produzione di seta.

 Nonostante la presenza di tali aziende sul territorio, Limbadi, in quanto  paese del Sud, presenta molti problemi socio-economici; enormi sono, infatti, le difficoltà occupazionali, per cui, soprattutto, i giovani sono costretti ad emigrare o/e, in alcuni casi, accettare, nella disperata lotta alla disoccupazione, salari irrisori. Le carenze del sistema economico e socio-culturale del territorio hanno determinato, oltre a limitate opportunità culturali e formative, anche un alto tasso di criminalità mafiosa. C’è da dire però che a Limbadi la  maggior parte della popolazione, anche se è costretta a convivere con questa triste realtà, è onesta e laboriosa ed  educa i propri figli nel rispetto delle regole civili e morali. In questo contesto grande importanza assume l’azione educatrice della scuola che si trova a dover fronteggiare e disfare una pseudocultura di valori falsi o negativi , per avviare ex novo un’opera  educativa autentica.

 Limbadi vuole migliorare, cerca in tutti i modi il cambiamento e per fare ciò crea percorsi culturali e sociali alternativi. E’ stata  infatti fondata di recente la biblioteca comunale, che conta oltre 4.000 volumi, frutto di donazioni di privati cittadini, enti ed editori calabresi. E’ stata istituita l’Associazione Solidarieta’ che quotidianamente  opera sul territorio senza scopo alcuno di lucro, mettendo tra l’altro a disposizione, e non solo dei cittadini di Limbadi ,il sevizio gratuito di un’autoambulanza. Non bisogna inoltre dimenticare la Casa di Carità che opera sul territorio dal 1946 e ospita numerose anziane accudite amorevolmente da donne che si sono prodigate e si prodigano per il bene dei sofferenti, come Nazarena Bagnato, Elvira Bisurgi, Antonia Saccomannno, Pasqua Farace, ecc…Nel quadro di un rinnovato risveglio della cultura locale ben s’inserisce la mostra collettiva del 2002 di un gruppo di giovani artisti che, attraverso la loro attività creativa,  danno una lettura più profonda della realtà sociale e del paesaggio fisico, comunicando emozioni e sensazioni nuove. Essi sono una grande risorsa e una forza positiva e creativa della comunità limbadese. Gli artisti suddetti sono: la giovane ed apprezzata pittrice Pasqualina Ciccia, Francesco Costantino , appassionato  dell’arte dell’intarsio ligneo e, infine, Mauro Russo una delle più fresche e genuine speranze della pittura calabrese contemporanea.

Limbadi è ricco di autentiche manifestazioni di tradizioni popolari strettamente legate alla civiltà pastorale , contadina e religiosa.      I limbadesi sono saldamente ancorati alle proprie tradizioni, basti pensare che in America e a Novara gli emigrati hanno fatto rivivere tradizioni sia nel settore liturgico e delle feste che in quello gastronomico.  

Ogni anno, a Limbadi, in onore di San Pantaleone, si svolgono due feste. Quella del 27 luglio è la più nota del Vibonese. Durante la messa  l’Amministrazione comunale offre un cero al Santo in segno di devozione di tutta la cittadinanza e la domenica successiva si svolge una suggestiva processione che dura 5-6 ore. Il venerdì dopo il 27, lungo corso Umberto I e Piazza Marconi, c’è la tradizionale “Festa del contadino” . Per l’occasione vengono allestiti stand gastronomici e ogni rione prepara una pietanza diversa. La serata viene solitamente allietata dalla gara di liscio, dal concerto delle fanfare e dai canti e le tarantelle del gruppo folk “I Calabriselli”. La presenza a Limbadi di questo gruppo è senz’altro sintomo di fermento culturale e di desiderio di rinnovamento, come pure l’attività svolta dalla Pro Loco.

A livello sociale  la comunità, oltre che  nelle forme prettamente educative quali famiglia e scuola, si organizza in club  sociali e politici, squadre di calcio, banda e ordini religiosi (suore Villa Cafaro). Per quanto riguarda le strutture di pubblica utilità, oltre all’Istituto Comprensivo,  operano sul territorio: un Ufficio postale, la guardia medica, una farmacia, un campo sportivo, due ville comunali, quattro bar,  alcuni supermarket e negozi vari.

 

MANDARADONI

Disteso lungo un tratto della strada provinciale che da Rombiolo porta a Nicotera, un chilometro dopo Motta Filocastro, c’è Mandaradoni.

Il paese fu fondato nel XVI secolo da due fratelli siciliani, Dante e Sergio Lentini, i quali, esiliati dalla loro regione per atti delittuosi, trovarono rifugio nelle terre in cui oggi sorge il paese.

La loro attività era quella di guardiani di mandrie; attraverso razzie riuscirono a formarsi una piccola azienda di capre e pecore.

Da qui il nome del primo nucleo del paese “ Mandraono”, da mandria.

Mandaradoni  fu per due secoli sotto la giurisdizione del vicino Motta Filocastro e col passare degli anni s’ingrandì tanto da raggiungere nel 1850 i 378 abitanti.

Tutta la vita del paese ruotava intorno alla chiesa dedicata a “Santa Maria ad Nives”.

La prima chiesa fu edificata nel 1585 e andò distrutta dal terremoto del 1783.

Ricostruita a spese del re di Napoli fu abbattuta nel 1985 per motivi di viabilità.

La nuova chiesa ha  una struttura architettonica moderna, con attorno una piazzetta circolare con una gradinata a mò di anfiteatro.

Qui durante i festeggiamenti della Madonna della Neve, che si celebrano il 5 agosto, hanno luogo molti spettacoli.

La maggior parte delle abitazioni ,molte a pianterreno, è disposta lungo via Regina Elena.

Il quartiere più antico del paese si trova nella parte alta ed è costituito, tranne poche abitazioni nuove, da casette quasi arroccate le une alle altre e da vicoli.

I terreni intorno a Mandaradoni pullulano di sorgenti che forniscono di acqua potabile tutto il comune.

La popolazione è dedita principalmente all’agricoltura,che è molto fiorente nella zona denominata “Pujjisa”.

Si produce: olio, vino, frutta, ortaggi. Numerosi sono i professionisti e gli impiegati.

Le attività lavorative esistenti sono: due officine di carrozziere, un fabbro, un’azienda di falegname e un negozio di mobili, un frantoio, che danno lavoro a molte persone.

Da qualche anno Mandaradoni è in forte incremento demografico. Fino al 1991 c’era una Scuola Elementare, soppressa senza tener conto della forte natalità.

Vi funziona una scuola materna costituita da una sezione, mentre i più grandi frequentano la scuola elementare di Caroni e la scuola media di Limbadi.

Molti sono i ragazzi che frequentano le scuole superiori di Nicotera e Vibo Valentia e l’Università.

CARONI

Lungo la strada provinciale, tra Mandaradoni e Limbadi, sorge Caroni.

Delle sue origini si conosce poco.

Il paese sorse forse nel 1500 in prossimità del più antico centro abitato di Branconi, ora distrutto.

L’ antica chiesa parrocchiale del 1578 era dedicata a “ Santa Maria di Branconi e Carroni”, quella nuova, costruita nel 1933, è dedicata a “Maria Santissima Immacolata”.

La chiesa si presenta con un’unica navata illuminata da finestroni laterali, vi si conserva un artistico crocefisso in legno di tiglio bianco, opera del Prinoth, la croce è in noce monzonia, opera di Colombo Labate di Nicotera.

Nel Museo d’Arte Sacra di Nicotera sono conservati due quadri in tela, di proprietà della Parrocchia: uno di scuola Fiorentina del 1650 circa, mentre l’ altro per lo stile sembra appartenere al pittore dell’ottocento Domenico Russo, che aveva dipinto anche la volta dell’abside, di cui non c’è più traccia.

Gli abitanti di Caroni in passato sono stati contadini, braccianti e pentolai.

Caroni era il paese dei “bumbuli”, brocche in argilla prodotte da bravi artigiani che rifornivano tutto il Circondario.

Se ne producevano per vari usi e di varia foggia : “bumbule” a due o quattro manici, “cortari”,” limbuni”, “lavamani”, “tieji”, “pignati”, “testuji,” “lumaricchi a ogghiu,”  “cuccumeji “.

Il lavoro dell’argilla oggi è purtroppo scomparso,c’e soltanto un artigiano in pensione, Antonio Tripaldi, che con molta pazienza tenta di far conoscere questa bellissima arte ai ragazzi .

Negli ultimi trent’anni l’aspetto sociale di Caroni è notevolmente cambiato perché sono sorte alcune piccole imprese.

Funzionano due frantoi, due moderni mulini, una fabbrica di calcestruzzo, un’azienda di laminati, un fabbro e un falegname.

Molti sono gli esercizi commerciali ,soprattutto sulla strada per Nicotera,che fa parte dell’ abitato di Badia di Limbadi.

A Caroni funziona una Scuola Elementare frequentata da alunni provenienti , oltre che da Caroni, da Motta Filocastro, Mandaradoni, Badia e Limbadi.

Degli oltre 500 abitanti, molti sono i giovani che frequentano la Scuola Media a Limbadi, le superiori a Nicotera e Vibo Valentia, e varie Università.

 

SAN NICOLA DE LEGISTIS

San Nicola è la frazione più piccola del Comune di Limbadi, ma è una delle più antiche.

Si estende su un pianoro ai piedi del monte della Santa Croce,a poca distanza da Motta Filocastro e a tre chilometri da Limbadi.

Il primo nucleo del paese risale all’ XI secolo e fu costruito intorno al Monastero di San Nicolò , che il Re Ruggiero fece erigere per i monaci di San Bernardo.

Il villaggio crebbe rapidamente ed assunse una certa importanza, tanto da avere nel 1621 una grande chiesa con tre navate, con otto cappellani e un arciprete che aveva privilegi sui parroci di Limbadi, Caroni, Branconi e Mandaradoni.

Oltre alla chiesa arcipretale ve n’erano altre tre : del Rosario, di San Sebastiano e di San Rocco,distrutte dal terremoto del 1783.

Vicino alla chiesa del Rosario sorgeva un Convento di Padri Domenicani che venne abolito nel 1653 con bolla di Papa Innocenzo X.

Il paese era più esteso e popolato e apparteneva all’Università di Motta Filocastro tanto da venire chiamato “Santonicola Filocastri” per alcuni secoli.

Distrutto a causa di vari terremoti , San Nicola fu derubato di tutte le sue glorie ; addirittura, dopo il disastroso sisma del 1783, fu abbandonato da moltissime famiglie che si trasferirono a Rosarno e nei paesi vicini.

Nella metà del 1800 il paese ebbe una netta ripresa ,gli abitanti aumentarono notevolmente ed aveva luogo una fiera che durava quindici giorni.

Attualmente non presenta particolari attrattive: conta  circa 300 abitanti, in prevalenza agricoltori; vi funziona un panificio-biscottificio che rifornisce molti paesi del circondario.

La festa più importante è quella del Patrono San Nicola ,che viene celebrata il 6 dicembre, ma spesso si rifà nel mese di agosto in occasione del rientro degli emigranti per le ferie.

La seconda domenica di ottobre si celebra la festa della Madonna del Rosario, la cui statua risale  al 1725.

La fiera annessa alla festa è quasi scomparsa.

Per la festa di San Nicola una famiglia si incarica di cuocere dei piccoli pani che vengono benedetti in chiesa e distribuiti alla gente.

La vigilia della festa viene bollito del grano che sarà consumato il giorno dopo.

A San Nicola fino al 1997 funzionava una Scuola Elementare ubicata in un edificio costruito da pochissimi anni e quindi il più nuovo del Comune.

Adesso gli alunni della Scuola Materna e della Scuola Elementare   per assolvere il loro obbligo si recano a Limbadi.               

 

 MOTTA FILOCASTRO

Motta Filocastro sorge sulla cima di una collina a 360 m sul livello del mare, lungo l’antica via Popilia, nel tratto tra Rombiolo e Nicotera.     Motta si distingue tra i centri del circondario per nobile e singolare storia.  Nel passato ha rivestito una grande importanza: sorta sulle rovine della mitica Mafrica, città fondata da Annibale, durante l’Impero Romano era un villaggio ad economia agricolo-pastorale. Il villaggio assunse l’aspetto di agglomerato urbano vero e proprio alla fine del cinquecento, divenendo molto popolato nel 946, quando gli abitanti di Nicotera si trasferirono in massa nell’entroterra a causa delle terribili incursioni dei Saraceni.

 Precedentemente,a causa delle persecuzioni iconoclaste di Leone III l’Isaurico e dell’occupazione della Sicilia da parte degli Arabi (831),la Calabria divenne il rifugio naturale delle superstiti forze bizantine e di monaci e coloni siculi.                                                                                   Nel IX secolo infatti la zona di Tavolari, a Nord-Est di Motta divenne un insediamento di eremiti basiliani, del quale rimangono alcune grotte . Nell’XI secolo,con l’arrivo dei Normanni, favorevoli alla diffusione dell’elemento greco,gli eremiti si organizzarono e costruirono i loro conventi; a Motta , in località Braghò, fu edificato il Convento Basiliano di San Giovanni,del quale rimangono alcuni resti immersi in una fitta vegetazione. I Basiliani diffusero la cultura ellenica,istruirono ed aiutarono i contadini nella coltura dei campi ed introdussero alcune importanti attività artigianali. Per alcuni secoli il convento di San Giovanni fu importantissimo e vi si recavano ad approfondire i loro studi molti dotti. Nell’XI secolo arrivarono in Calabria i Normanni e il conte Ruggero designò la città di Mileto come capitale del suo dominio, fornendola anche di sede episcopale. Ruggero a Motta Filocastro fece erigere un castello con 12 torri, dove ,per l’amenità del luogo e per la naturale predisposizione alla difesa, trascorreva gran parte dell’anno insieme al suo seguito. Ruggero dominava la politica europea e nelle sue corti circolavano funzionari, dignitari ecclesiastici, ambasciatori d’occidente e d’oriente. Nel 1097 il Papa Urbano II in persona visitò il castello di Motta. Con l’avvento della dinastia Sveva, l’imperatore Federico II aprì alla storia del Meridione un periodo ricco di cultura e di libertà. Il paese di Motta si organizzò con un governo autonomo,raro se non unico esempio di civiltà comunale nel Sud d’Italia. La vita civile e la giustizia venivano amministrate dai “Cavalieri di cappa e spada” che si riunivano nel “Tocco”. La situazione cambiò nel 1260, quando i baroni della Calabria aderirono al  guelfismo e si rivoltarono contro gli Svevi per ottenere maggiore autorità sui feudi e sopprimere gli aneliti di autonomia. Nel 1266 arrivarono gli Angioini e con essi il Meridione ripiombò nelle disgrazie e nel frazionamento civile; Nicotera e Motta si rivoltarono contro i funzionari angioini al comando di Rinaldo Ipsierò. Dopo la battaglia di Tagliacozzo la repressione in Calabria fu durissima. I piccoli centri , i castelli, le terre, vennero assoggettati alle poche famiglie feudali e Motta soggiacque al dominio di Nanno Scaglione, dei Ruffo e dei Marzano.

Con l’avvento degli Aragonesi  si ebbe una certa rinascita economica ed a Motta fiorì la piantagione del gelso e si sviluppò l’allevamento del baco da seta.

Nel 1506 il feudo di Motta passò ad Ettore Pignatelli, duca di Monteleone.

I Pignatelli  esercitarono per secoli il governo sul paesello e, dalla costruzione di molte chiese e del Convento Cappuccino, si deve pensare che il loro dominio fosse improntato alla collaborazione e al benessere. Il  convento di Santa Maria della Neve fu edificato nel 1535 a cura di Padre Ludovico da Reggio Calabria, ideatore della Riforma Cappuccina e  predicatore illustre .

Padre Ludovico fece numerosi miracoli e predisse avvenimenti drammatici che si verificarono puntualmente.

Morì in odore di santità nel Convento di Motta nel  1537.

 Il Convento fu distrutto dal terremoto del 1783, ma rimangono molti ruderi che sono meta il 2 Agosto, in occasione della ricorrenza del Perdono di San Francesco, di un pellegrinaggio.

Alla fine del 1600 Motta era dotata di un ospedale e aveva giurisdizione sui villaggi di Carono, Mandraono , San Nicolò, Zimbadi, San Martino, Cassinadi, Branconi e Mambrici.   Il centro era circondato da mura con tre porte.

Nel 1799, nell’ordinamento amministrativo disposto al tempo della Repubblica Partenopea, Motta Filocastro fu dichiarata Comune e compresa nel Cantone di Tropea.

Nel 1806 Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità e Motta divenne Università accumunata al Governo di Nicotera.

Durante il periodo municipale la vita cittadina era in pieno fervore: al mercato affluivano i prodotti del circondario e dalla città uscivano lavori artigianali realizzati con bravura nelle botteghe dei falegnami dei fabbri e dei tessitori, che raggiungevano anche altre regioni.

Il primo gennaio 1830 divenne capoluogo il villaggio di Limbadi, che, a causa della posizione pianeggiante, si era ingrandito fino ad avere una popolazione superiore a quella di Motta.

Il paese e gli altri villaggi caddero in un completo abbandono tanto da far scoppiare nel 1906 un movimento separatista.

Alcuni giovani dotti di Motta, Mandaradoni e San Nicola chiedevano al re di costituirsi in comune autonomo, ma la rigida interpretazione di alcune leggi non lo permise. Attualmente Motta Filocastro è un piccolo paese con meno di 400 abitanti che conserva, nel complesso urbano superstite ai terremoti, integre le caratteristiche architettoniche medioevali, che rappresentano in Calabria una rarità.

È un gruppo di case con piccoli balconi in ferro e portali in granito, scalette esterne, vicoli, scalinate.

Le strutture abitative hanno una particolarità quasi unica: sono senza fondamenta, costruite sulla roccia (parrera).  Il paese ha una posizione incantevole, un bellissimo panorama un clima mite e salubre.  Dal “Tocco” la vista spazia dall’ Aspromonte al mare, cogliendo nell’insieme la Sicilia Nord-Orientale. Delle antiche sette chiese ne restano solo due: quella di “ Gesù e Maria”, che è la più antica, edificata nel 1647, e quella di “ Maria Santissima della Romania , protettrice del paese, consacrata nel 1747.

Nella chiesa di Gesù e Maria sono custodite le statue dei Santi Cosma e Damiano, che si festeggiano il 27 settembre.

La chiesa della Madonna di Romania è binavata, di stile barocco, con cinque altari minori. La festa della Madonna, che è la protettrice, si celebra l’8 settembre.

Nelle vicinanze dell’abitato, sulla cima di un colle sorge il “Santuario della Santa Croce “eretto più di due secoli fa dai monaci francescani.

Il tempio è meta il 3 maggio di una processione che parte dalla Chiesa Matrice e richiama molti fedeli, specialmente giovani, da tutti i paesi del circondario.

Il paese visse un momento spirituale molto importante nel 1930, anno in cui nacque la prima casa delle “Suore Missionarie Francescane del Verbo Incarnato”, per opera di Madre Giovanna Francesca, al secolo Luisa Ferrari da Reggio Emilia.

Attualmente, al posto del vecchio tugurio che servì alle prime suore come punto di partenza, vi è un attrezzato e moderno edificio costruito nel 1964 adibito a scuola materna.

Anticamente l’artigianato a Motta era fiorentissimo: c’erano numerosi fabbri, falegnami, sarti, tessitori, tintori, calzolai, orologiai; era sviluppato l’allevamento del baco da seta ed erano 7 le fabbriche di laterizi,”ciaramidii”, in cui si fabbricavano tegole, piastrelle,mattoni e vasi di varia forma ed uso; 6 erano i mulini ad acqua, molti i frantoi a trazione animale.

Di tutte queste attività v’è ormai il ricordo.

Gli artigiani sono emigrati in America e nell’Italia del Nord.

Attualmente la maggior parte della popolazione attiva è dedita alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame, l’unico artigiano rimasto in paese è un anziano falegname, c’è una macelleria.

C’è una sola azienda del settore elettrico che dà lavoro ad alcuni operai.

Da due anni è aperto un bar all’interno della nuova villa, che è molto frequentato anche dagli abitanti dei paesi vicini e che ravviva le sere estive ai turisti che affollano il paese. Molti sono gli anziani. La popolazione giovane non è molto numerosa perché negli ultimi anni, a causa della mancanza di lavoro, molte famiglie sono state costrette ad emigrare.

I bambini frequentano la suola materna a Motta, la scuola elementare a Caroni, la scuola media a Limbadi e le superiori a Nicotera e Vibo Valentia.

Molti sono i giovani che studiano nelle Università di Messina, Reggio Calabria, Cosenza e Roma.