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L'  OCCASIONE
(romanzo in cerca di undicesima e dodicesima mano)




Capitolo 1


Luca non aveva nessuna, ma proprio nessuna voglia di alzarsi dal divano per affrontare la serata gelida. Eppure non aveva alternative. Sapeva bene che evitare l’impatto soffocante della nebbia per strada e non incontrare Federica la sera stessa avrebbe potuto significare rinunciare alla più grande occasione mai offertagli per attuare il progetto a cui teneva tanto e da tanto. Certe occasioni non ti attendono ad ogni angolo.
Nonostante questo, come ogni volta che intravedeva l’avvicinarsi di una soluzione agognata, ciò che ne traeva non era un forte stimolo a concludere, ma una sconcertante sensazione di imminente disinteresse. Ma questa volta non se lo poteva proprio permettere. Paolo non glie lo avrebbe mai perdonato, ed avrebbe avuto ragione.
Come si sarebbe giustificato? Che importanza poteva avere il suo giudizio riguardo a Federica ed alle donne come lei, in questa circostanza? Federica rappresentava un’occasione: solo questo aveva importanza.
Si alzò sospirando, si passò le mani nei capelli neri sino a scompigliarli del tutto.
Lara gli si avvicinò scodinzolando speranzosa, ma capì subito che non era aria, e la sua uscita sino ai giardini sarebbe stata procrastinata ulteriormente. Sospirò e si accucciò delusa.
"I sospiri si sprecano in questa casa, eh, piccola?" le disse dolce regalandole alcuni buffetti sulla testa.
Lara lo seguì con lo sguardo mentre Luca indossava il cappotto, raccoglieva le chiavi e la lasciava nel buio dell’appartamento vuoto e silenzioso.
La via a quell’ora era quasi deserta. Il traffico del rientro serale era cessato, ed era ancora troppo presto per il movimento del dopo cena. La fitta nebbia ovattava i pochi rumori della strada.
Luca iniziò a camminare veloce, ripetendo mentalmente l’esposizione del progetto, cercando di prevedere le obiezioni e le perplessità, e preparandosi a controbatterle prima ancora che venissero espresse.
Si trovò a domandarsi a quali compromessi sarebbe stato disposto a sottostare, ma non sapeva rispondere. Avrebbe dovuto comunque sottoporre a Paolo ogni variazione, o almeno questo avrebbe detto a Federica. Non avrebbe permesso che nulla del progetto venisse sconvolto o rimaneggiato senza averci ragionato sopra.
Pensando molto turbato a questi argomenti, aveva attraversato strade ed incroci, sino a raggiungere l’elegante quartiere residenziale e l’indirizzo preciso del suo appuntamento.
Luca si guardò finalmente intorno. Si trovava circa alla metà di un grazioso e lindo vialetto, non molto lungo, con villette discrete nascoste dietro ai cancelli in ferro battuto dei loro giardini. Si trovava nel centro di una grande città, ed il quartiere era visibilmente privilegiato. Sbirciò fra le sbarre del cancello al numero 14 . Per quello che si poteva intravedere, la casa gli parve in stile liberty, ed indovinò un’ala che si presentava a vetrate sul giardino, ma era troppo buio per farsene un’idea precisa, e la nebbia completava il lavoro.
"Basta tergiversare, suona questo campanello!" si costrinse a tagliare corto.
Non vi era un citofono, ma solo il campanello. In pochi secondi vide accendersi una luce al cancello, e si accorse di essere dentro all’occhio indagatore di una telecamera. Poi si accese una luce all’ingresso, e la serratura del cancello elettrico scattò.
"Ci siamo" sospirò, e si spinse all’interno.




Capitolo 2


La telecamera lo seguì senza fretta, si mosse su se stessa ronzando efficiente e discreta: la sagoma zoppicante di Luca (che ancora risentiva dell'incidente di due mesi fa) era perfettamente a fuoco malgrado l'oscurità. La telecamera trasmetteva la sua immagine a due monitor, posizionati all'interno dell'enorme casa. Uno dei due, al piano inferiore, era osservato con attenzione da un giovane uomo, poco più che un ragazzo; l'altro invece si trovava al piano superiore ed era spento. Arrivato nei pressi di un portone scuro e consumato dall'umidità ebbe un ripensamento "Ma cosa sto facendo? Forse dovrei andarmene, in fondo nessuno mi conosce qui, e anche io poi non conosco nessuno... ". Per rassicurarsi Luca si toccò la tasca interna della giacca: il pacchetto era lì, pulsante e leggermente caldo. Sorrise, senza sapere bene il perché. Il giovane uomo, all'interno, con uno zoom perfetto, colse l'attimo in cui le labbra di Luca gli scoprirono i denti scintillanti e allineati; quindi suonò il campanello e subito udì l'eco del "dlin-dlon" propagarsi per le stanze, e quindi un rumore di passi. Secco e deciso. Contemporaneamente a quel secco rumore di passi, dall'altra parte della città, una Ritmo bianca correva lungo la tangenziale, infilava le altre auto a destra e sinistra con stridore di pneumatici e borbottii del motore; il claxon urlava chiedendo strada. Alla guida un signore sui sessanta, grasso con una camicia a righe troppo antica per essere ancora utilizzabile, barba bianca riccia e occhiali, da sole. Sul sedile posteriore era semidistesa Federica, la pancia gonfia gonfia pareva davvero sul punto di esplodere, la fronte sudata e le mani intrecciate al bracciolo della portiera per tenersi stabile. "Forza Pietro, forza... quanto ci manca?" disse con una voce mista tra preghiera, ordine, implorazione e urgenza inevitabile. "Poco, stai tranquilla, ancora poco e arriviamo. Anzi, intanto perché non fai quegli esercizi di respirazione... come si chiamano...". "Noo, l'ultima cosa che mi... respirare... io - disse Federica - magari ci riuscissi... spingi presto... con l'acceleratore... presto... avanti". La Ritmo correva, il barbone bianco faceva quello che poteva, malgrado le lenti da sole e il motore scarburato, ma il traffico della tangenziale, come sanno tutti, è sempre sostenuto. Superarono l'incrocio con il quartiere Belgio, poi svoltarono per la diramazione Est, quindi presero a sinistra lungo il corso delle villette: la clinica era vicina, la sua forma gentile e imponente era già visibile nella semioscurità. La Ritmo rallentò nei pressi dell'incrocio per evitare un'ambulanza, poi svoltò a sinistra per il passo carrabile: davanti a loro il cancello verde era aperto, accogliente; un vigilante sollevò la sbarra e li lasciò passare. Appena la Ritmo ebbe imboccato la piccola salita che portava al pronto soccorso, lo stesso vigilante prese il telefono, compose un numero di sei cifre e disse "Sono arrivati. Ritmo bianca. Due".

Capitolo 3


Margaret chiuse con uno scatto brusco la comunicazione.
Tutto proseguiva secondo copione: sua sorella Federica, come tante altre volte, arrivava proprio al momento giusto, e ignara di tutto, avrebbe offerto a Margaret un'occasione da Nobel, o solo una possibilità di vendetta.
Due infermieri sistemarono Federica, sudata e ansimante, sulla barella; una sensazione fugace di sicurezza, come quando intravedi una lontana possibilità di aiuto, uno spiraglio.
I gesti sicuri e ripetitivi degli infermieri e Pietro spintonato, ignorato, messo da parte: il ritornello di tutta la sua vita.
L'auto da parcheggiare, una sigaretta da fumare e il ritmo della respirazione, espirare, inspirare, espirare, inspirare...
Margaret si lavò accuratamente le mani, più volte con calma, gustando l'attesa.
Federica era già in sala operatoria, e il cesareo sarebbe filato via liscio senza difficoltà; il bambino sarebbe nato sano, paffuto e ridicolo, come tutti quelli che aveva visto centinaia di volte.
Tutti uguali i neonati con lo sguardo perso, tutte uguali le madri con la sfinitezza immensa, tutti uguali i padri con l'orgoglio smisurato.
Margaret li sentiva così banali, convinti di aver fatto chissà cosa, presuntuosi! Ma mai nulla che tradisse il suo distacco e il suo disgusto! La sua concentrazione non era su quel che sarebbe uscito dal ventre di Federica (il solito pupo), ma su ciò che Margaret avrebbe introdotto in lei.
Infilò i guanti chirurgici e si avviò in sala operatoria, senza la minima esitazione.
E senza la minima esitazione Luca si rituffò nella nebbia sempre più fitta e nell'umidità che scompone tutto in miliardi di puntini.
Non aver trovato Federica aveva soddisfatto la sua coscienza. Aveva tentato e Paolo non avrebbe potuto rimproverargli niente.
Lara sbucò dal buio e, come sempre, si sollevò sulle zampe posteriori in attimi di equilibrio impossibile.
"Dopotutto torno sempre da te, anche se stavolta hai rischiato di non mangiare per alcuni giorni!"

Capitolo 4


Si accorse che, nella stanza attigua, era accesa una debole luce. Paolo se ne stava sul divano guardando la televisione col volume completamente abbassato, Ed era possibile intravederlo grazie ai bagliori che il programma emanava dal video. Luca comprese che Paolo non se l'era sentita di attendere notizia in casa propria, pertanto lo informò subito. "Niente da fare, Paolo, lei non era in casa. Lievemente impegnata a partorire. Niente male come circostanza, eh? C'era il fratello, sembrava curioso, ma la genetista è lei. Lui è un biologo del cazzo, ed io non gli ho anticipato niente. Magari è anche eticamente contrario..."
Paolo batté un pugno sul tavolino di vetro, che vibrò pericolosamente "Dio! Che jella! Comunque hai fatto bene a non parlarne con lui. Confermo, è un coglione. Ma dove hai messo il cucciolo?" Luca sobbalzò. Se ne era completamente dimenticato. Infilò la mano in tasca ed incontrò il pacchettino morbido, tiepido e pulsante. Lo estrasse, scartò l'involucro e sul tavolino rotolò uno strano esserino dalla peluria violacea, l'aspetto vagamente canino, se non fosse stato per l'assenza del naso e due grandi bulbi fluorescenti al posto degli occhi. Immediatamente Lara incominciò ad uggiolare forte. Paolo la trattenne a distanza per il collare "ringrazia il cielo che la creatura non ha bisogno di respirare, perché, distratto come sei, probabilmente nelle tue tasche sarebbe già morta...Luca, secondo te Lara si sente sua madre?"
Luca guardò la cagna con tenerezza. "Glie lo abbiamo infilato a forza nell'utero mentre figliava, e il suo senso materno in quel momento, d'istinto, era fortissimo. Niente di più facile che lo abbia vissuto come un cucciolo suo, anche se, una volta completamente formato, glie lo abbiamo sottratto subito ed ha potuto appena percepirlo... tuttavia ho la sensazione che la creatura abbia grandi capacità di comunicazione con l'essere che lo ha portato in corpo...peccato che Lara non parli e non possa raccontarci cosa sente...l'unico rimorso che sento è la sofferenza che ha provato mentre il piccolo si formava...ti ricordi quando Lara è diventata temporaneamente cieca? E quando ha perso il pelo? E' molto triste aver arrecato proprio alla mia vecchia Lara tanto dolore..."
"Non ti crucciare, Luca, ora è tutto passato. Era indispensabile che l'esperimento non uscisse da queste mura. Lo sai. La scoperta è importantissima...domani andiamo a trovare Federica in ospedale, ci stai? " Paolo prese il cappotto e si congedò. Luca immerse l'esserino viola in un contenitore cilindrico pieno di liquido bianco come il latte, lo chiuse ermeticamente, ed andò a dormire.
Il mattino seguente i due amici si trovavano nella sala d'aspetto del reparto più gioioso della clinica. La nursery sfoggiava con orgoglio e fiocchetti i nuovi arrivi del giorno precedente e della notte. Riconobbero fra gli uomini estasiati di fronte alla vetrina Pietro, il compagno di Federica. "Save Pietro, tutto bene?" Lui si voltò, ma il suo sguardo pareva preoccupato, e Paolo si pentì subito della domanda.
"Il bambino stà benissimo, grazie, ma Federica oggi non è in forma...forse la pressione, non si sa...ha problemi alla vista...anzi...a dire il vero...al momento pare proprio sia soggetta ad uno stato di cecità...i medici dicono che è sicuramente temporanea...ma mi danno l'idea di non sapere il motivo...di brancolare nel buio...Paolo, sono davvero preoccupato..." "Che dici, posso vederla? Magari le tiriamo un po' su il morale, non pensi?" Pietro acconsentì, e li accompagnò nella camera. Federica era girata verso la finestra, e voltava loro le spalle. Pietro la chiamò con tono festoso, e le annunciò la visita dei due ragazzi, sapendo che lei non avrebbe potuto individuarli da sola. Alle sue parole, lei si voltò, e quello che Luca e Paolo videro furono due occhi aperti, lievemente ingrossati, nei quali la pupilla si sperdeva in un'opalescenza diffusa. I due amici si guardarono senza parlare con stupore e panico nello sguardo. Pietro interpretò quello scambio di sguardi come l'impressione provata per un'immagine inattesa. In realtà, i due avevano già visto due occhi come quelli. In una cagna. Cavia incubatrice del loro riuscito esperimento genetico.



Capitolo 5


In quel momento entrò anche Margaret, falsamente preoccupata per la salute della sorella Federica; il suo ruolo le imponeva questo e non sarebbe stata certo fuori parte proprio adesso che la faccenda si faceva interessante.
Uno sguardo complice ai disorientati Luca e Paolo.
Pietro, con la fronte e le mani sudate, l'accolse con sollievo. "Margaret, il bambino sta bene? Quand'è che Federica potrà allattarlo?". L'impassibilità di Margaret e uno scatto di Federica che fece sobbalzare tutti.
"Il tempo scorre nonostante noi".
Pietro si mosse per avvicinarsi, ma Federica lo bloccò con un gesto perentorio della mano.
"C'è sempre un modo per riparare agli errori umani?"
Federica aveva abbandonato il capo sul cuscino, ed era rimasta immobile con gli occhi socchiusi.
Il gelo nella stanza, un brivido per Luca, molta angoscia per Paolo.
"Lasciamola riposare, l'anestesia può provocare confusione mentale; magari Federica sta sognando" Margaret, la voce ferma di chi non intende dare altre spiegazioni.
"Tutto tace, ma il cuore è trasparente" un soffio la voce di Federica, quasi una confidenza a qualcuno.
Luca e Paolo si avviarono alla porta, con gesti goffi, mentre Margaret li seguiva, senza correre.
Pietro era turbato... si l'anestesia, ma il suo stomaco vibrava dalla paura... un ignorante non può capire la scienza medica - questo sembravano dire gli occhi di Margaret. Un ex autista non deve fare domande fastidiose per l'interlocutore,deve solo fare attenzione a non uscire fuori strada... questo deve fare un ex autista!
Ma la mano di Federica lo cercò proprio in quel momento.
"L' istruzione non fa battere il cuore..."
Pietro accolse la risposta alla sua domanda interiore... perché lei lo aveva scelto? Molti uomini a disposizione, perché un uomo così umile e marginale?
"Non mi fermo alle apparenze. Non fermarti alle apparenze"
Stavolta Pietro non aveva visto muovere ne le labbra, ne il corpo di Federica, ma la voce era stata chiarissima. Si pizzicò la faccia, erano più di trenta ore che non dormiva, la preoccupazione per l'improvvisa cecità di Federica, l'emozione per la nascita, i convulsi consulti medici, lo avevano provato molto.
Si era sentito profondamente solo, anche perché Margaret lo trattava come un fantasma.
L'aprirsi della porta, l'infermiera e la culla col bambino.
"Appena la mamma starà meglio proveremo a farla allattare"
Federica immobile, come addormentata da cento vite, il piccolo pacato, con gli occhi chiusi... una soffio leggero "Non mi fermo alle apparenze. Non fermarti alle apparenze".
Pietro svenne, investito da quel tipo di irrealtà che ti costringe a chiudere i contatti con la realtà.
Ma quale realtà?

...continua tu il racconto,
invia una e.mail con il tuo contributo.
Grazie!

[data ultima modifica: 17/07/2005]

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