Il vento della violenza


Integrazione, due o tre cose che so di lei. C´è quella post mortem. È toccata al ragazzo quattordicenne morto carbonizzato due giorni fa a Sesto San Giovanni. Veniva dalla Romania, si chiamava Marian Danilà, ma il brevissimo stelloncino di cronaca comparso ieri a pagina 27 del Corriere della sera gli ha regalato un nome italiano: Daniele Mariano. A lui, prima della morte, l´Italia ha offerto il calore delle tende di nylon e delle coperte di pile con cui si difendeva dai primi freddi nello scenario apocalittico delle macerie di un capannone abbandonato dell´area ex-Falck. Qui vivono centinaia di persone, ha detto alla cronista di Repubblica don Massimo Capelli della Casa della Carità. Carità, non diritti. Secondo don Massimo, «ci sono stati già quattro morti alla Falck, ma il comune sa fare solo sgomberi». Questo pezzo di umanità è immondizia da eliminare; i vivi con lo sgombero forzato, i morti con rapide e distratte informazioni. Queste le condizioni che la più moderna e ricca regione italiana ha fissato per loro.

Nella cronaca del telegiornale Rai della sera si è levato il grido di un anonimo abitante del capannone: «I zingari vogliono integrare in società!».Dunque integrarsi ha per qualcuno un valore positivo in Italia. Ci si chiede da quale distanza arrivi l´invito di Tariq Ramadan (Islam e libertà, tradotto in italiano da Einaudi) a non parlare più di integrazione. Secondo Tariq Ramadan la parola deve scomparire: oggi l´integrazione è qualcosa che attende di essere realizzata compiutamente nelle dimensioni profonde e quotidiane, quelle che dovrebbero creare la sensazione del «sentirsi bene», «sentirsi a casa». Questo è l´ultimo miglio che rimane una volta realizzata l´integrazione linguistica, sociale, legale, culturale e religiosa, quando finalmente si è maturato un senso di piena e conclusa appartenenza. A questo punto si arriva quando il corpo sociale «riconosce ufficialmente il valore e il contributo di tutti i suoi membri». Nell´ideale società europea qui descritta tutti si sentono membri di pari dignità e valore perché hanno la consapevolezza di essere tutti immigrati, sia pure a diverse distanze temporali: per qualcuno da secoli, per altri da anni. Spetta alle istituzioni, alla scuola, ai luoghi di lavoro costruire e tutelare la coscienza di appartenenza comune. Per esempio, osserva Ramadan, non sarà necessario che la storia insegnata nelle scuole sviluppi un discorso colpevolizzante delle società europee per le violenze delle colonizzazioni. Basterà insistere sul modo in cui tutti, inclusi i nuovi cittadini, hanno contribuito e contribuiscono alla costruzione dei Paesi europei.

Fa un curioso effetto leggere nell´attuale clima italiano queste cose, scritte evidentemente per lettori inglesi e francesi. Un giovane italiano ucciso a sprangate a Milano da una banda che lo chiama «sporco negro»; una strage di lavoratori di origine africana da parte del clan camorrista dei casalesi; ricorrenti manifestazioni di ostilità verso i musulmani e le loro pratiche religiose: questi alcuni tra gli ultimi episodi della montante ondata di intolleranza, di odio razziale e di rigurgiti fascisti. Certo, la realtà sociale italiana non è tutta qui. Questi episodi sono solo la schiuma sporca che galleggia in superficie. Ma galleggia perché la fa emergere una speciale condizione di favore che si è creata oggi in Italia. Così lo scatenamento di violenze è solo apparentemente istintivo e selvaggio, mentre in realtà è sorretto e guidato da un calcolo preventivo di impunità. Lo slogan «tolleranza zero» ripetuto continuamente da uomini e donne titolari di poteri istituzionali alimenta una violenza a senso unico. Il vento della violenza soffia dall´alto e dà forza agli attori che trova di volta in volta nelle più diverse pieghe della società, tra le forze dell´ordine come tra i camorristi e che si sfoga contro l´immigrato dalla pelle scura, gli zingari delle baracche, la prostituta gettata sul pavimento della questura. Di fatto l´umiliazione dei senza diritti sta diventando una pratica abituale e prende stabilmente posto nella vita quotidiana. Altro che «sentirsi a casa». Accanto a quella privata, del commerciante o del naziskin, c´è quella impalpabile e quotidiana diffusa nella rete delle istituzioni e da lì infiltrata nel tessuto quotidiano dell´esistenza: è qui che si materializza l´abitudine alla differenza di condizione umana tra "noi" e "gli altri": tra i cittadini a pieno titolo e quelli ai quali l´impiegato comunale si rivolge col "tu" e col verbo all´infinito. E non parliamo delle "altre", quelle che sperimentano la doppia schiavitù della violenza istituzionale italiana e della violenza fisica imposta ai loro corpi da organizzazioni malavitose.

A questi episodi la risposta delle autorità italiane consiste per lo più nel nascondere, sopire, sedare, anche a prezzo delle più incredibili negazioni dell´evidenza: si nega il motivo politico dell´aggressione dei naziskin, il razzismo di chi uccide gridando «sporco negro», la discriminazione etnica delle schedature dei bimbi rom. Quanto alle prostitute, spariscano dai viali e tanto basti. Questo è oggi il razzismo istituzionale e civile italiano. È sbrigativo e concreto. Non ha bisogno di leggi razziali come quelle del 1938 su cui si attardano le nostalgie del sindaco Alemanno. Perciò l´invito di Tariq Ramadan non troverà ascolto. Il grido dello zingaro che si è levato tra le macerie di Sesto San Giovanni ci dice che saremo costretti a parlare chissà quante volte ancora di integrazione e di tolleranza, mentre ogni giorno dobbiamo fare i conti col ridursi degli spazi civili e istituzionali dove si esercita il riconoscimento dei diritti che derivano dalla comune appartenenza alla specie umana e dal fatto di risiedere e faticare in Italia - l´abitazione, il luogo di lavoro, la scuola, il comune, il seggio elettorale. Eppure dovremmo sapere che «la tolleranza dovrebbe essere una fase transitoria, deve portare al rispetto»: anche perché «tollerare è offendere». Lo ha scritto Wolfgang Goethe.

 

Adriano Prosperi     Repubblica 27.9.08