IL VATICANO COLPISCE ANCORA:
CONDANNA SENZA APPELLO PER DON FRANCO BARBERO

 Un caso forse unico per questo genere di provvedimenti ecclesiastici. Don Franco Barbero, prete a Pinerolo ed animatore dal 1978 di una comunità di base, è stato sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale direttamente dal papa, su istanza della Congregazione per la Dottrina della Fede, senza alcuna possibilità di ricorrere contro questo provvedimento. Così, con un decreto datato 25 gennaio 2003 (giorno dedicato dalla liturgia cattolica alla conversione di S. Paolo e giornata conclusiva dell'ottavario di preghiera ecumenica per l'Unità dei Cristiani), e notificatogli il 13 marzo, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha deciso di chiudere definitivamente i conti con un sacerdote ritenuto troppo "scomodo", un prete che da oltre trent'anni, attraverso la sua missione pastorale e la sua vicinanza alle persone più emarginate, spesso anche dalla stessa Chiesa (si pensi agli omosessuali ed ai divorziati risposati), era divenuto un punto di riferimento importante per tanti cristiani ed un lucido testimone delle contraddizioni che attraversano il magistero cattolico. Ed è proprio per evitare di affrontare i temi scottanti al centro della riflessione teologica e pastorale di don Franco che la Congregazione ha respinto ogni sua richiesta di essere ascoltato, negandogli la possibilità di esporre le proprie tesi. Inoltre, per evitare che in alcun modo don Franco potesse ricorrere contro il provvedimento, il Sant'Uffizio ha fatto in modo che fosse il papa, autorità suprema della Chiesa cattolica, a decretare in modo definitivo la condanna. Il caso di Barbero era in mano alla Congregazione per la Dottrina della Fede dallo scorso anno, da quando, con una procedura anche in quel caso assolutamente anomala, il vescovo di Pinerolo, mons. Pier Giorgio Debernardi, aveva fatto pubblicare, il 14 febbraio 2002, sul "Piccolo" e sull'"Avvenire", e poi integralmente dall'"Osservatore romano" il giorno 15, un comunicato in cui avvertiva la comunità cristiana del fatto che don Franco, con il suo comportamento, si fosse posto "di fatto" "fuori dalla comunità ecclesiale". Quella del Sant'Uffizio è una procedura di una durezza senza precedenti: se ne è reso probabilmente conto anche il vescovo di Pinerolo che, nel trasmetterla a don Franco accompagnandola con una lettera, si sforza di farla apparire un atto logico, giunto "non improvvisamente ed inaspettatamente"; nel corso della missiva Debernardi, rivolgendosi a Barbero, deve tuttavia riconoscere: il provvedimento pontificio "non diminuisce il riconoscimento della tua sollecitudine verso i poveri"; "l'affetto - dichiara il vescovo, che si firma 'tuo Pier Giorgio' - resta sempre lo stesso". Nonostante questa attestazione di stima, rimane il fatto che, negli ultimi anni, mai il vescovo di Pinerolo aveva accettato di incontrare la comunità cristiana di base animata dove don Franco ha esercitato il suo ministero; mai aveva accettato un sereno confronto con le sue posizioni: lo aveva convocato in alcune occasioni solo per indurlo a rivedere le sue tesi. La comunità di Pinerolo, che si considera colpita dallo stesso provvedimento che colpisce il suo presbitero, parla di una "Chiesa gerarchica, maschilista e patriarcale", rimasta "uno dei pochi Stati assoluti che esercita il proprio potere senza sentire il parere dei suoi fedeli". (...)(da Adista n. 23/2003)

Adista Documenti n.82   2007