Uomini nelle prigioni libiche
Lampedusa (Italia), agosto 2007 (interviste raccolte da Sara Prestianni)

http://www.storiemigranti.org/spip.php?article68

Hadish, Eritrea
: “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stato imprigionato per un mese a Fellah. Eravamo 250 persone in una stanza. C’era un solo bagno per tutti. Mangiavamo una volta la giorno, pane e acqua.”

Wares, Eritrea: “Durante la mia permanenza in Libia sono stato imprigionato a Misratah, Kufrah et Fellah. Se una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano il manganello che da la scossa elettrica. Una donna che stava con me in prigione mi ha raccontato di essere stata violentata. La popolazione libica è profondamente razzista ci chiamano “haiwain”, animali, ci minacciano per la strada con le pistole, ci picchiano per rubarci i soldi. Nessuno ci protegge.”

Ibrahim, Eritrea: “Durante il mio primo tentativo di viaggio siamo stati bloccati in acque tunisine dalla polizia tunisina che ci ha portato per venti giorni in una prigione per poi lasciarci aldilà del confine libico, in mano ai poliziotti libici, verso Zuara. Da quel momento sono stato trasferito in quattro prigioni diverse (Al Naser, Al Fallah, Seraj, Djuazat). Ogni volta che arrivavano persone nuove e le prigioni si riempivano ci trasferivano in un’altra. Il trasferimento avveniva con dei camion-container. Di dimensione di 6 metri per due, senza finestre, poteva trasportare fino a 150 persone. Il viaggio durava in media 10 ore, senza una pausa per prendere aria, nonostante ci sembrasse di soffocare. Tra le quattro quella dove le condizioni di vita erano più difficili era quella di Fellah. In quella prigione erano detenuti principalmente eritrei, ma anche egiziani, marocchini e sudanesi. Mi ero preso la scabbia ma non mi davano nessuna cura. Come me molti altri avevano la scabbia. C’erano anche delle donne in questa prigione, per loro è particolarmente difficile la vita in prigione, subiscano molte violenze. Ho visto delle donne violentate in prigione. I poliziotti minacciano di morte i migranti per farli calmare. I poliziotti, soprattutto quando ti arrestano in casa durante le retate, utilizzano un manganello che provoca una scarica elettrica che al primo colpo ti immobilizza il corpo e ti impedisce di fuggire. Il manganello che provoca una scarica elettrica l’ho visto usare anche in prigione, quando provi a lamentarti delle condizioni di detenzione, in quel caso lo utilizzano sia contro gli uomini che contro le donne. L’effetto sul corpo umano dipende dalla forza della scarica elettrica e dalla durata del colpo. Se è forte può provocarti anche degli effetti al sistema nervoso, perdi l’uso della vista per qualche giorno, il viso ti si gonfia. Quella del manganello con la scossa elettrica è una pratica che usano solo ogni tanto, in generale utilizzano il manganello o ci colpiscono con i calci. Se non vuoi essere espulso nel tuo paese devi pagare 500 dollari alla polizia.”

Anonimo, Eritrea: “Mi hanno arrestato mentre giravo per le strade di Tripoli. I libici ti aggrediscono per strada, ti minacciano e a volte chiamano la polizia per farti arrestare. Ho ancora la cicatrice di una coltellata inflittami da un ragazzo libico per la strada, perché voleva che gli dessi dei soldi, Sono stato imprigionato a Fellah. Se provi a scappare ti prendono e ti picchiano. Ti lasciano per 24 ore, bloccato, sotto il sole, senza né cibo né acqua. Ti tolgono le scarpe e ti colpiscono sulla pianta dei piedi. Gli eritrei sono la popolazione più torturata e imprigionata in Libia poiché la nostra ambasciata collabora con la polizia libica e non ci difende. Altre persone sono fatte uscire dopo qualche giorno dalle prigione perché la loro ambasciata interviene.”

Sium, Eritrea: “Eravamo partiti dalla Libia, dopo tre giorni di viaggio abbiamo perso la rotta e girando a vuoto abbiamo finito la benzina. Siamo stati intercettati da una nave militare libica che ci ha riportato sulla costa. Sono stato imprigionato per 4 mesi durante i quali mi hanno trasferito in 5 prigioni diverse: Fellah, Isdavia, Marj, Bingazi, Kufra. Le condizioni più dure erano quelle di Fellah.”

Tekle, Eritrea: “Ho vissuto 5 mesi in Libia. Sono stato arrestato nel deserto, mentre attraversavo il confine tra la Libia e il Sudan. Mi hanno detenuto a Misratah, ma dopo due mesi sono riuscito a scappare. Durante la detenzione mi hanno spesso dato delle manganellate sulla schiena.”

Daniel, Eritrea: “Sono stato arrestato mentre ero sulla spiaggia in attesa dell’arrivo della barca con cui avremmo dovuto raggiungere Lampedusa. Avevamo già pagato il passaggio. La polizia ci ha portato nella prigione di Khums. Eravamo in 50 in piccole stanze, dormivamo al suolo.”

Aliu, Costa d’Avorio: “Dopo aver attraversato la Costa d’Avorio, il Burkina Faso e il Niger, sono stato arrestato dalla polizia libica alla frontiera con il Niger. Sono stato detenuto 3 mesi a Qatrun. Ci davano da mangiare solo del pane.Generalmente in Libia il giorno prima della festa nazionale (il 4 dicembre) la polizia fa delle retate collettive nei quartieri dei migranti, deportando moltissime persone.”

Fissahe, Eritrea: “Sono stato arrestato al confine tra il Sudan e la Libia, mi hanno portato fino alla prigione di Al Marj. Eravamo 67 eritrei di cui 6 donne. Spesso ci facevano uscire nel cortile e ci picchiavano. Ho visto delle donne violentate dai poliziotti libici. Mangiavamo una volta al giorno. Dopo 2 mesi, pagando 300 dollari per uscire e 250 per il trasporto fino a Tripoli mi hanno rilasciato. Ho aspettato due mesi a Tripoli per tentare il passaggio. Dopo un’ora dalla partenza la barca si è rovesciata a causa del mare mosso, abbiamo fatto ritorno alla costa. Là i poliziotti sono riusciti ad arrestare molte persone, altre, tra cui io, sono riuscite a scappare.”

Anonimo, Eritrea: “Eravamo sulla spiaggia aspettando la barca, avevamo già pagato il viaggio, quando è arrivata la polizia. Alcuni di noi sono riusciti a scappare verso la città, ma siamo stati comunque catturati e arrestati. Ci hanno detenuto in una prigione a Khums, a 120 chilometri da Tripoli. Dopo due mesi di detenzione in condizione durissime un gruppo di noi ha deciso di cominciare lo sciopero della fame. Dopo tre giorni, per obbligarci a mangiare, ci hanno colpito con dei manganelli che provocano l’elettroshock. Dopo essere stati colpiti cadevamo al suolo, mi era impossibile aprire gli occhi, il viso si gonfia. L’effetto dell’elettroshock dura per almeno due settimane, ma non abbiamo diritto di essere visitati da un medico. Questa tecnica è utilizzata generalmente in caso di ribellione, come era stato il caso per il nostro sciopero della fame. Se una donna si rivolta al tentativo di violenza da parte di un poliziotto viene picchiata fino a quando non ha più forze per ribellarsi allo stupro.”

Sedu, Guinea Conakri: “Sono partito dalla Guinea quattro anni fa. Ho vissuto 3 mesi in Mali, 6 mesi in Nigeria e 3 anni in Libia. Durante la festa nazionale libica del 4 dicembre, la polizia fa delle retate per arrestare gli immigrati. Sono stato detenuto in una prigione a Tripoli. Le violenze sono continue e ci davano pochissimo da mangiare, schiaffeggiandoci, ci dicono che così ci passa la voglia di tornare in Libia.”

Sereke, Eritrea: “Ho vissuto tre mesi in Libia. Sono stato arrestato lungo la costa, mentre mi stavo imbarcando. Sono stato detenuto in una prigione a Khums. Spesso ci davano 5, 6 manganellate sulla schiena, senza motivo. Sono riuscito a scappare.”

Zekarias, Eritrea: “Eravamo partiti con la barca dalle coste libiche, dopo un’ora ci hanno intercettato le autorità libiche, ci hanno arrestato e portato alla prigione di Khums. Sono stato detenuto per un mese. Ci davano da mangiare solo due pezzi di pane e dell’acqua salmastra. Ogni giorno eravamo sottoposti a delle torture per una, due ore. C’erano anche dei minorenni, che subivano le stesse violenze degli adulti.”

 Abdellah, Sudan: “Ho lasciato il Sudan nel 2003. Ho lavorato durante quattro anni in Libia come muratore. Mi hanno arrestato due volte e trasferito alle prigioni di Fellah e Kufra. La prima volta sono stato arrestato durante un controllo dei documenti a Tripoli, la seconda quando ero sulla costa in partenza per l’Europa, quando avevo già pagato il viaggio. Sono rimasto 3 mesi a Kufra e 6 a Fellah, che è una prigione composta da un unico stanzone dove dormono tutti ammassati.”

  

 

Donne nelle prigioni libiche

Lampedusa (Italia), agosto 2007 (interviste raccolte da Sara Prestianni)

http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67

Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per 2 mesi alla prigione di Djuazat, 1 mese a Misratah e 8 mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto bere l’urina. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per 1 mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”

Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata 3 volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”

Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”

Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto 5 volte: 1 volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”

Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”