Una famiglia irregolare


Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Betlemme, si sono
azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che — come soprattutto essi dovrebbero sapere — è venuto a salvare il mondo. È curioso
che, proprio in vicinanza di quella mangiatoia in cui è stato deposto il neonato redentore, coloro che
sono preposti al suo culto incorrano nella più stupida bestemmia, la violenza nata da invidiose
rivalità, e si affannino a smentire la promessa di pace agli uomini di buona volontà annunciata in
quella notte — promessa sempre smentita, e in forme ben più gravi delle baruffe tra frati, ma senza
che sia cessata l'attesa, la necessità del suo adempimento.
In quella stalla c'è una famiglia che è veramente sacra, come dice la formula, perché è l'opposto
della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo nel suo lindo e
orrido «far casetta» (come si dice in veneto, per sferzare la sua sdolcinata e fasulla intimità); una
famigliuola che ama richiamarsi al modello di quella grotta, mentre ne è spesso la negazione.


Anzitutto in quel presepe c'è una famiglia irregolare e anomala. La madre ha accettato una
maternità sconcertante e scandalosa: quando l'angelo gliela annuncia, Maria non sa quale sarà la
reazione di Giuseppe ed è pronta con assoluto coraggio a tutte le difficoltà, sofferenze ed oltraggi di
una ragazza madre sola, di una donna disonorata. Gianfranco Ravasi — in un articolo sul Sole 24
Ore — la paragona alle partorienti clandestine «cui nessuno è disposto a portare un catino per il
sangue», come scrive il poeta cristiano cinese Ai Qing da lui citato. Se quel figlio non sarà
riconosciuto dal padre legale, sarà marchiato dalla vergogna, come accadeva sino a pochi anni fa e
accade ancora in diversi Paesi e contesti sociali; si pensi che, fino a un'epoca recente, per la Chiesa
cattolica un illegittimo che avesse la vocazione al sacerdozio poteva diventare sacerdote solo col
permesso speciale del vescovo — permesso concesso quasi sempre, il che non cancella quella vile
violazione ecclesiastica dello spirito evangelico.

Giuseppe ha accettato con altrettanto coraggio quella paternità, forse perché ha capito che ogni
creatura, prima di essere figlia nostra, è figlia di Dio e per questo anche nostra; che la paternità (o
maternità) di sangue, talora casuale, è misera cosa rispetto a quella d'amore.
Il terzo o meglio il primo dei tre, il neonato, fa semplicemente il neonato, come deve essere; non
compie certo eclatanti miracoli prematuri, come quelli vantati in molti Vangeli apocrifi, ma
verosimilmente si attacca al seno, piange, si addormenta.
Accanto a quei tre, per loro fortuna, ci sono solo un bue e un asino — quasi a ricordare la nostra
parentela col mondo animale così votato a soffrire — e persone estranee: pastori sconosciuti, più
tardi saggi uomini di studio e di preghiera. Non c'è nessuna asfissiante tribù famigliare di prozii,
cognati, cugini di suocere; quel clan che talora è un mondo di festosa e rassicurante accoglienza, ma
spesso un groviglio di invadenze, livori repressi, piccoli giochi di dominio e di rivalsa, rituali
imperiosi e oppressivi;
un'endogamia viscosa, come un letto anche caldo ma non rifatto. Natali di
una volta, incanto dell'abete illuminato ma anche interminabili pranzi grevi e pesanti, sazietà e
mortalità della carne, cicatrici d'infanzia nel cuore. La grande parentela può essere pure un
tribunale, come sapeva Kafka, che trasse l'ispirazione del Processo anche dai due angosciosi
incontri plenari di famiglie all'hotel Askanischer Hof di Berlino in occasione del fidanzamento e poi
del suo scioglimento.
Il neonato di quella grotta, cresciuto, sarà duro con l'istituzione famigliare: chiederà bruscamente
perfino a sua madre cosa ci sia fra loro due, dirà di essere venuto ad annunciare un messaggio che
porrà il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; chiamerà fratelli e sorelle solo i suoi amici e
seguaci. Userà pochissimo la parola «fratello»; chiamerà piuttosto le persone a lui care «amici»,
parola che dice molto di più di un mero legame di sangue, che può essere pure quello fra Caino e
Abele o fra Giacobbe ed Esaù.

Per il cristianesimo, la fraternità è quella fra gli uomini in quanto figli di Dio, non di una coppia
particolare. Quel messaggio, quel comandamento è radicale; troppo radicale per noi mediocri dal
cuore troppo piccolo per accogliere il mondo con i suoi conflitti, e si capisce che la Chiesa abbia
dovuto ammorbidirlo, anche se, a furia di smorzarlo, ha rischiato spesso di alterarlo, rendendo i suoi
fedeli simili a quei religiosi che a Betlemme si accapigliano, trasformando in rissa la preghiera.

Claudio Magris        Corriere della Sera  24 dicembre 2008