TORNANO GLI INCAPPUCCIATI

 

Nascondersi in latino si dice lateo, quindi latitare, quindi latitante. Adesso che Corleone non ha più i grandi latitanti di mafia, adesso che Riina e Provenzano non possono più nascondersi nelle boto­le, sottoterra e nelle campagne attorno al paese, dove vivevano protetti da fucili e crocefissi, da bombe a mano e da altarini alla Madonna, adesso è a tutti i devoti di Corleone che viene concesso di rimettersi il cappuccio, di nascondersi, di latitare.

Per Corleone, liberata dalla mafia, il cappuccio diventa dunque una libertà, un diritto restaurato. In questo senso ha fatto bene il questore di Palermo ad autorizzare la latitanza, a restituire il burqa maschile del venerdì santo dopo quaranta anni di illuminismo coatto.

E però secondo noi è la Chiesa che non avrebbe dovuto chiederlo. La Chiesa, così attenta ai segni e ai significati, avrebbe dovuto approfittare di questi quaranta anni di processioni a viso aperto per liberarsi di un arcaismo devozionale che celebra l’inquisizione e i simboli penitenziali della sua storia peggiore: la controriforma e l’autodafè, le violenze contro gli eretici e le torture, ma anche l’impunità degli assassini, quelli con i mitra sotto il mantello raccontati nel Padrino di Marlon Brando. Il cappuccio è il berret­to calato sul viso dei mafiosi pronti all’agguato, “picciotti amuninni”; è il passamontagna dei guerriglieri del subcomandante Marcos, è molto più aggressivo delle barbe, ben più spavaldo e arrogante degli stessi simboli militari.

Perché la Chiesa sente il bisogno di restaurare questa pratica? Non c’è nulla di più pagano dei cappucci che, come notarono Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna in quel famoso libro del 1965 (Le feste religiose in Sicilia) hanno carattere espiatorio e dunque tolgono religiosità alla religione, danno alla rappresentazione un carattere strano, eliminano qualsiasi traccia di allegria, non solo dalla processione, ma dallo stesso Dio, reso cupo come gli umori dei preti inquisitori, controriformatori e in malafede, di cui la Chiesa giustamente si è vergognata e ancora si vergogna, al punto da avere chiesto scusa a tutti i martiri, alle vittime dei “cani del Signore”.

E’ inoltre difficile immaginare una richiesta più intempestiva di questa. Nel momento in cui in tutto il mondo occidentale si discute dell’opportunità di proibire i veli, lo chador, il burqa, insomma i simboli dell’oppressione islamista contro le donne, come fa la Chiesa a incappucciarsi e a farsi latitante?

E’ vero che sono feste popolari molto sentite, esplosioni collettive dell’anima antica e oscura per un tema liturgico, quello della Passione, che è fatto di infamie: il tradimento (Giuda), l’assassinio (Cristo), lo strazio della Madre Addolorata (la Madonna). Ed è vero che non esiste nulla di così affollato come le feste religiose della Sicilia spagnola. Si capisce insomma che la Chiesa, in crisi di vocazioni e di consenso, cerchi la folla. Ma le processioni degli incappucciati non sono i raduni di piazza dei Papa boys, dei ragazzi di Giovanni Paolo II che cantavano e ballavano, ma sono il loro contrario: sono le palestre del ranco­re popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana. Nel cappuccio sono infatti depo­sitate tutte le pratiche più lugubri, prescristiane e anticristiane. E ci sono anche le astuzie del peccato, il nascondimento che permette di consumare l’adulterio narrato da Verga, il masochi­smo dei flagellanti, tutto un armamentario devozionale che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo di massa dell’Iran.

Evidentemente davvero la Chiesa pensa che restaurando tutte le vecchie pratiche, dal latino al diavolo, dalle fiamme dell’inferno al cilicio, dal cappuccio alla scomunica, ritorneranno anche i vecchi trionfi: la santità, le vocazioni, il consenso. Ma è un’idea meccanica che non ha nul­la di civile. Non è certo così che il cattolicesimo può riconquistare la modernità, con l’armeria spirituale della più cieche rabbie collettive.

Per lo Stato rimettere il cappuccio ai devoti di Corleone è sì la fine di una discriminazione ai danni della religiosità di quel paese, ma è anche un atto di arroganza contro i cappucci di altre religioni. Per la Chiesa è un’altra confessione di debolezza. E’ ancora una prova della grandissima fragilità di un Vaticano che più si incappuccia e più si imprigiona, più si nasconde e più si rivela.

 

Francesco Merlo        La Repubblica del 5 Aprile 2007