Se questo è un immigrato
Il Sahara divora i sogni
Le immagini e le testimonianze dei clandestini nelle sabbie libiche


Il deserto è una distesa di corpi. Le sabbie del Sahara sono diventate il più grande cimitero all’aria aperta del mondo. Le immagini pubblicate dal settimanale Oggi sono l’ennesimo miraggio propagandistico che sbiadisce all’orizzonte e lascia spazio alla vergogna. Quei morti sepolti dal vento del deserto sono quelli che chiamiamo clandestini o extracomunitari (quasi venissero da un altro pianeta), sono quelli che respingiamo nei barconi alla mercé del mare in tempesta, sono i negri che si rivoltano a Rosarno contro la mafia e il caporalato. Queste sono le loro storie così come le hanno raccontate alle agenzie dell’Onu che si occupano di rifugiati quelli sopravvissuti al Sahara e giunti vivi fino a Tripoli.
Sono per lo più eritrei. Li chiameremo Daniel, Gebrel, Yohannes, Kidane, Abraha e hanno quasi tutti meno di 30 anni. Ci sono madri con bambine che hanno affrontato il lungo viaggio da sole. Ci sono mogli che partono per raggiungere i mariti e sono picchiate perché non concedono il proprio corpo a chi le conduce. Ci sono giovani che sfuggono da un regime oppressivo, quello eritreo, che impone il servizio militare a vita e non perdona chi diserta, salvo poi finire bastonati dalla polizia libica per una semplice domanda. C’è chi fugge perché voleva continuare ad andare a scuola e chi è perseguitato perché un fratello ha preso la via dell’esilio. Sì perché anche i familiari rimasti devono pagare per le colpe dei figli e scontarle con il carcere nel regno del presidente dittatore Isaias Afeworki. Sono queste, fra mille altre e assieme al sogno di una vita migliore, le motivazioni che spingono i migranti a scegliere di partire.

Il viaggio comincia a piedi. Si scappa dai campi di addestramento, dalle aziende agricole di Stato o per una lettera della mamma che non ti facevano leggere da mesi. Due o tre giorni per arrivare dall'Eritrea al Sudan. La tappa nei primi campi profughi sul confine e via sino a Khartoum, capitale sudanese. Saranno i risparmi di una vita, quelli degli amici o dei parenti all'estero a finanziare il viaggio. È da qui, infatti, che il migrante da persona diventa merce nelle mani dei trafficanti. Sono loro a curare gli spostamenti dal Sudan alla Libia, basta avere i soldi. Mille dollari per arrivare a Tripoli passando per Kufra, oasi snodo cruciale nelle rotte del Sahara. Ma per arrivarci bisogna sopravvivere, come testimoniano le fotografie di Oggi, al caldo e a mezzi di fortuna stipati di esseri umani senza acqua né cibo. Nei racconti si parla di un minimo di 37 persone a camion carichi di quasi 150 individui. Il traffico di uomini e donne è un mercato da 30 miliardi di dollari l'anno che coinvolge sino a 2,5 milioni di persone nel mondo. La tragica epopea non finisce nel deserto. Quasi tutti i migranti, una volta in Libia, passano per le forche caudine della polizia locale e dei suoi famigerati centri di detenzione per clandestini. Perché se il viaggio nel deserto dura settimane, la detenzione in Libia può protrarsi per anni. Un testimone racconta del suo arresto a Ajdabaih da parte della polizia libica. Due mesi mesi nel centro di detenzione locale senza vedere mai il sole se non durante i pasti, poi lo spostamento in un altro carcere, ad Elmarji, per un mese, dove il detenuto contrae delle malattie della pelle non meglio specificate. Infine un altro trasloco, questa volta a Misrata, dove è stato rinchiuso per due anni e cinque mesi in celle sovraffollate e senza accesso a servizi medici di base. La sua libertà è arrivata grazie a un trafficante di uomini: lo ha comprato da un secondino e lo ha fatto lavorare per sei mesi per farsi ripagare. E questa è soltanto una storia su migliaia in alcuni dei centri che anche il governo italiano ha contribuito a finanziare.

Si dirà: ma perché non tornano indietro da quell'inferno? Perché non hanno alternative. Il codice penale eritreo prevede una serie di pene per i renitenti alla leva e i disertori. Per i primi si rischiano sino a 15 anni di carcere duro, per chi fugge, invece, la pena è la morte previamente farcita da torture, come documentato dal Rapporto del Dipartimento di Stato Usa sull'Eritrea. La Libia, inoltre, non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati e non offre nessuno strumento giuridico per i richiedenti asilo che arrivano a Tripoli. È per questo che tutti vogliono i barconi per arrivare al di là del mare, in Europa, la patria dei diritti (?). La politica delle espulsioni, dei respingimenti e degli accordi bilaterali per chiudere le frontiere del Sahara e quelle del Mediterraneo – a suon di miliardi di risorse pubbliche – continua a mietere “danni collaterali” di una guerra che nessuno ha mai apertamente dichiarato.

Emanuele Piano      il Fatto Quotidiano 28.1.10