Se la Chiesa ha paura


Il Sinodo dei vescovi, dedicato alla Bibbia e la missione della Chiesa, si è aperto con una messa in
guardia. Va rifiutata, ha detto William Levada prefetto della Congregazione per la Dottrina della
fede, ogni interpretazione soggettiva o «frutto di un'analisi unilaterale». Un clima di tensione spesso
malsano, ha incalzato il relatore ufficiale cardinale Marc Ouellet del Quebec, si è instaurato tra la
teologia universitaria e il magistero ecclesiale. Le scoperte storiche, filosofiche e scientifiche, ha
soggiunto, hanno attizzato polemiche. Colpa suprema degli studiosi è l'aver «aumentato il divario
tra il Gesù della storia e il Cristo della fede».

Dalle battute iniziali del Sinodo in corso si è compreso che il pontificato ratzingeriano è deciso a
dare un giro di vite a oltre un secolo di ricerca teologica basata sul metodo storico-critico.
Perché, più proseguono gli studi più cresce il gap tra l'immagine di Gesù dei catechismi tradizionali
e la realtà complessa degli eventi relativi alla sua predicazione e alla sua eredità. Lo stesso
terremoto ha investito l'Antico Testamento. Si sa ormai che la Terra Promessa non è mai stata
conquistata da Giosuè così com'è descritto nella Bibbia né gli ebrei sono stati monoteisti dall'inizio.
La Chiesa ha paura. E' allarmata che sotto l'influsso dei mass media entrino in circolazione
acquisizioni che per decenni sono rimaste limitate ai circoli accademici.
Tutti gli addetti ai lavori
sanno che la famosa frase, che campeggia sotto la cupola della basilica vaticana «Tu sei Pietro e su
questa pietra edificherò la mia Chiesa», è una frase tardiva e comunque non preannuncia né il
papato onnipotente e teocratico come si è strutturato da Gregorio VII e Innocenzo III in poi né
tantomeno prefigura la Chiesa-istituzione formatasi secoli dopo la crocifissione.
Chi setaccia le
opere degli specialisti tutto questo tra le pieghe lo trova, ma un conto è dirlo al riparo di volumi
ponderosi un conto è portarlo in pubblico. C'è voluto Giovanni Paolo II per informare ufficialmente
i fedeli che Natale non è affatto il giorno di nascita di Gesù, ma nell'antica Roma era il «giorno
natale del Sole». E sempre Wojtyla ha spiegato con delicatezza che la tradizione ortodossa della
Dormizione di Maria era legittima. Senza bisogno - si può aggiungere - di immaginarsi
un'Assunzione come se la Madonna salisse in cielo su un immaginario ascensore.
«La Chiesa si è spaventata degli studi esegetici di carattere storico - commenta il professor Mauro
Pesce, che con Corrado Augias ha pubblicato nel 2006 il bestseller Inchiesta su Gesù - e teme che
mettano in pericolo la fede della gente». Al Sinodo la parola d'ordine è il ritorno all'interpretazione
«spirituale».
Certo un approccio possibile e anche giusto dal punto di vista religioso, ma che non può rimuovere i
nodi che la ricerca storica ha portato alla luce. I nodi stanno lì. Aggrovigliati. Difficili a sciogliersi.
E sono almeno cinque. Il parto verginale di Maria ha un sapore mitologico: lo sapeva bene Joseph
Ratzinger quando era ancora un teologo senza porpora cardinalizia e scriveva nel suo libro
Introduzione al cristianesimo (pubblicato in Italia dalla Queriniana nel 1969) che «la dottrina
affermante la divinità di Gesù non verrebbe minimamente inficiata, quand'anche Gesù fosse nato da
un normale matrimonio umano. No, perché la filiazione divina di cui parla la fede, non è un fatto
biologico bensì ontologico».
E se i Vangeli riferiscono dei fratelli di Gesù ed è stiracchiato voler
piegare la parola a «cugini».
Gesù non ha mai predicato la sua divinità. Si è sentito umano sino in fondo come emerge dal grido
disperato sulla croce «Dio mio, perché mi hai abbandonato». Gesù, inserito nel clima apocalittico
dell'ebraismo a lui contemporaneo, ha preannunciato un suo «ritorno» imminente che non è
avvenuto. La Trinità è un'elaborazione teologica del cristianesimo, inconcepibile per l'ebraismo in
cui è nato Cristo. La Chiesa non era sin dall'inizio nella mente di Cristo, ma è il prodotto di
trasformazioni storiche. Affascinanti, straordinarie, ma umane.


Tutto ciò che la storia ha portato alla luce, demitizzando, in realtà non incrina quell'impulso
indescrivibile che è il rapporto con il Mistero-oltre-l'uomo e oltre la realtà tangibile: chiamiamola
fede. Ma può mettere in crisi l'istituzione e le autorità che si ritengono infallibilmente preposte ad
annunciare la Verità. Il problema alla fine è l'origine trascendente dell'istituzione ecclesiastica.
«Gesù mette in crisi l'assetto della Chiesa attuale, ma succede sempre così quando si va
direttamente alla Bibbia», soggiunge lo storico Pesce. Per l'istituzione ecclesiastica è difficile
spiegare l'evoluzione da Gesù al cristianesimo antico fino alla Chiesa attuale.
Con lo storico Remo Cacitti, Corrado Augias ha pubblicato recentemente un altro libro Inchiesta
sul cristianesimo, sottotitolato provocatoriamente «Come si costruisce una religione». L'Avvenire, il
giornale dei vescovi, lo ha criticato.
Ma c'è stato un risvolto curioso. Una prima volta è stata pubblicata una recensione di normale
critica. Appena il libro ha avuto successo, l'Avvenire è tornato sull'argomento con una pagina di
feroce attacco. Il problema, naturalmente, non è Augias che viene difeso dai lettori che comprano i
suoi libri. La questione è la virulenza della reazione, appena una serie di dati storici viene portata in
pubblico. «Con papa Ratzinger - ne è convinto lo storico Giovanni Filoramo - stiamo assistendo ad
un ritorno alla tradizione, lo si vede anche dal suo discorso su Pio XII. Già prima dell'elezione
papale Ratzinger contestava l'esegesi storico-critica. La domanda è se, come ha fatto nel suo libro
su Gesù, si limiti a proporre un'interpretazione alternativa o se la sua linea mette in discussione la
libertà di coscienza e di ricerca degli studiosi cattolici». Nelle facoltà pontificie, continua Filoramo,
si avverte la difficoltà degli esegeti ad esprimersi con piena libertà.
Una prima risposta viene
direttamente da Benedetto XVI.
Intervenendo a braccio al Sinodo, il Papa ha reso omaggio al metodo storico-critico per i suoi
contributi di «altissimo livello», che aiutano a capire che il «testo sacro non è mitologia». Ma poi ha
evocato i rischi di un'interpretazione positivista o secolarista, che non offre spazio all'apparizione
del divino nella storia. Al Sinodo il pontefice è già stato invitato a scrivere un'enciclica
sull'interpretazione biblica. Con gli esiti che si possono immaginare.
«La grande preoccupazione della Chiesa - dice il professor Cacitti - è di mantenere il controllo sulla
ricerca scientifica per paura che vi siano esiti difformi dal dogma».
Pesce ricorda un episodio molto istruttivo. «Paolo VI aveva chiesto alla Commissione biblica di
fare uno studio per vedere se nelle Scritture c'erano ostacoli al sacerdozio delle donne». La
conclusione delle ricerche? «La Commissione affermò che non c'erano argomenti di carattere
biblico che facessero da impedimento al sacerdozio femminile. Il testo non fu pubblicato. Paolo VI
escluse poi ufficialmente ogni possibilità».
Che vi siano stati dei veri e propri salti nella costruzione della Chiesa lo dimostra la vicenda del
grande scrittore cristiano Lattanzio. Prima dell'editto di Costantino Lattanzio è violentemente anti-
imperiale e totalmente contrario al servizio militare. Appena il cristianesimo diventa religione
ufficiale, cambia linea e scrive che la guerra per la patria romana «bonum est».

Marco Politi         la Repubblica   22 ottobre 2008