Schiaffo a Ratzinger, la rivincita dei teologi della liberazione

 

«Adesso sta al papa, e solo a lui, decidere che fare col caso di Fernando Lugo. Nel diritto canonico non ci sono accenni al riguardo» dice, commentando il risultato delle elezioni, il presidente della Conferenza episcopale paraguayana Ignacio Gogorza. Un po' come dire: non vorrei essere nei suoi panni.
Joseph Ratzinger aveva deciso di negare al vescovo Fernando Lugo la «riduzione allo stato laicale», assecondando così l'esplicita richiesta dei colorados - e dello stesso presidente Duarte Frutos, recatosi in Vaticano nel dicembre scorso - che speravano in questo modo di impedirne la candidatura.
Una decisione, quella della Santa sede, presa quando ancora nessuno credeva veramente che il vescovo di San Pedro sarebbe andato fino in fondo, e che ora ritorna come un boomerang, reso ancor più tagliente dalla dichiarata vicinanza di Fernando Lugo alla Teologia della liberazione.
La corrente fu condannata dalla gerarchia ecclesiastica nel 1984, quando la Congregazione della dottrina della fede, presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, salvò le apparenze ratificando l' «opzione preferenziale per i poveri» scelta dalla chiesa a Puebla e Medellin, ma la condannò nel principio cardine secondo cui la redenzione è possibile solo attraverso l'impegno sociale (come aveva sostenuto, fra gli altri, il teologo brasiliano Leonardo Boff nel suo Chiesa, Carisma e Potere che gli costò l'espulsione).
Un principio a cui è impossibile non pensare adesso che un vescovo si mette a fare il presidente della repubblica.
Difficile, per la Santa sede, fingere di non sapere che l'equipe di Lugo è formata in buona parte da francescani, alcuni ancora in seno alla chiesa, altri usciti «da sinistra», ma tutti fondamentali per contrastare, con il credito di cui godono presso le comunità ecclesiali paraguayane, gli effetti della feroce campagna sporca scatenata dal governo contro il vescovo.
Non è un caso che domenica, quando il volto sorridente di Lugo veniva trasmesso dalle televisioni del mondo, accanto a lui si scorgeva distintamente Frei Betto, notissimo esponente brasiliano della Teologia della liberazione.
Il Vaticano dovrà fare i conti col fatto che Lugo non ha vinto nononstante il fatto di essere un vescovo ma proprio perché lo è, schierandosi sempre a favore delle lotte contadine della sua diocesi di San Pedro, tuonando nei suoi sermoni contro la vergognosa concentrazione della terra - e della ricchezza - in poche mani.
La maggioranza elettorale paraguayana - che è cattolica come nel resto dell'America latina - insieme al benservito ai colorados ha inviato, consapevole o no, anche un duro monito al Vaticano che, preoccupato del flusso incessante di fedeli in rotta verso le sette evangeliche, ha optato per un nuovo marketing che cerca affannosamente di copiare lo stile degli avversari, fra preti-rockstar, ritorno ai catecumeni, improbabili connubi con curatori ciarlatani.
Il voto in massa per Lugo, a dispetto della posizione del Vaticano, rivela com chiarezza cos'è che fa ancora breccia nelle coscienze dei fedeli.
Sarà che i paraguayani sono abituati a essere isolati dal mondo e, pertanto, nel bene e nel male, a fare di testa loro. Sarà che, negli anni della dittatura Stroessner, quelli in cui Lugo prendeva i voti, Wojtyla stringeva la mano a Pinochet mentre molte gerarchie del continente - salvo onorevoli eccezioni - facevano da sponda ai rispettivi dittatori, la chiesa paraguayana si distingueva per essere l'unica opposizione (con permesso di parola) al dittatore.
Sarà che il rapporto fra il Paraguay e il cattolicesimo iniziò con una esperienza originalissima (sia pur controversa) quali furono le reducciones gesuite del secolo XIIX, cancellate da Carlo III di Spagna nel 1767 preoccupato da questo strano esperimento di vita autonoma di gesuiti e indigeni.
Un pezzo di storia di cui nel Paraguay si ha poca memoria, ma di cui la sopravvivenza della lingua guaraní anche nel vocabolario religioso non poteva non lasciare segni e che furono uno dei cardini della decisione di Fernando Lugo di prendere i voti : risanare la ferita indigena.
Nel paese delle missioni gesuite, un vescovo diventa presidente e la prima indigena diventa senatrice nella stessa domenica.

 

Serena Corsi,  Asunción          Il manifesto 22/4/08