Saviano:
il mio Dio «debole» a Gomorra
intervista a Roberto Saviano a cura di Gianni Ballerini
Roberto Saviano è diventato l’architrave della ribellione civile in Italia dopo
l’uscita di Gomorra,
libro che ha finito per odiare. L’incontro con lo scrittore dalla vita blindata
si trasforma, inevitabilmente,
in una riflessione sul ruolo della Chiesa in quelle terre del Sud,
schiacciate tra l’arroganza
dei forti e la codardia dei deboli; sul rapporto di Saviano con Dio e con la
fede; sulla sua sfrenata
ambizione, un peccato mortale che gli consente, però, di resistere. Riflessioni
prive di embargo ai
pensieri più scomodi.
Saviano, lei si è spesso rivolto alla sua terra, nella speranza di un gesto
di ribellione. È
cambiato qualcosa in questi anni? La scomparsa di Castel Volturno o della
camorra dalle
prime pagine dei giornali è figlia del successo della militarizzazione del
territorio? O è il
silenzio di sempre che accompagna le vite di scarto, che si possono dimenticare,
dopo le
emergenze contingenti?
«La militarizzazione del territorio è stata la risposta immediata dello Stato,
forse inevitabile. Ha
abbassato, in alcuni casi, la conflittualità tra clan; in altri momenti, ha
aiutato qualche inchiesta. Ma
siamo ancora lontani dallo sconfiggere la camorra. Purtroppo, la ciclicità
mediatica impone sempre,
dopo una fase di attenzione, un lunghissimo momento di disattenzione.
Cosa che mi dispiace, perché
queste storie hanno appassionato e appassionano i lettori. È evidente che non si
può chiedere al
giornale di dare una notizia solo per impegno morale o di orientare una linea
editoriale solo in nome
dei principi di giustizia. Ma queste notizie, in realtà, facevano vendere il
giornale. Perché le persone
vogliono sapere ».
Anche di recente, lei ha difeso la memoria di don Peppe Diana, il parroco di
Casal di Principe,
ucciso per mano camorristica nel 1994. Al di là di alcune figure di martiri,
qual è il ruolo della
Chiesa locale nel combattere la camorra o la mafia?
«Non ci si può rapportare alla Chiesa come a un monolite. D’istinto, mi
verrebbe da dire che se c’è
stata resistenza nella mia terra e se io, nel corso degli anni, sono riuscito ad
avere una qualche
coscienza antimafia, lo devo ad alcune figure di Chiesa. Il vescovo emerito di
Caserta, Raffaele Nogaro,
è stato per decenni un riferimento in Campania, non solo nella lotta alla
camorra, ma nel
prendere le distanze dalla borghesia imprenditrice camorristica. A Napoli, poi,
c’è il cardinale Sepe,
figura di peso in un momento difficilissimo per la città, con la politica che ha
perso autorevolezza,
con la camorra che è tornata a sparare in modo indiscriminato, con gli arresti
di importanti
imprenditori. Devo dire che questa è la Chiesa in prima linea. Poi,
purtroppo, c’è anche tutto il
resto. La Chiesa, cioè, che preferisce girarsi dall’altra parte,
che ogni volta che si parla di camorra
pensa che sia un modo per spaventare i fedeli. Quando Nogaro arrivò nel
casertano da Udine e nelle
sue omelie citava la camorra, alcuni preti locali gli chiedevano espressamente
di non pronunciare
quella parola. Perché così s’infangava la povera gente».
E le ragioni di questa «posizione morbida »?
«Sono tante. Un prete che decide d’intraprendere una lotta del genere deve,
ad esempio, essere
disposto a subire anche l’oltraggio della diffamazione. Don Peppe Diana,
ancora prima di essere
ucciso, per il solo fatto che s’impegnava, che girava nelle scuole e scriveva
documenti, veniva
sistematicamente diffamato. Perché un prete che non sta nella sua stanzetta a
confessare le
vecchiette o a dare le caramelle ai bambini, è un sacerdote che viene visto con
sospetto. Se indirizza
la sua autorevolezza e la sua parola verso altro, mette paura. Soprattutto se
quell’altro detiene il potere.
Mi ricordo che don Peppe cominciò a denunciare il voto di scambio. Padre Puglisi,
ucciso a
Palermo, lo stesso. Non è un caso che, dal giorno dopo l’assassinio di questi
due preti del Sud
d’Italia, iniziò una campagna di diffamazione. Molto forte nei
confronti di don Peppe; un po’ meno
contro don Puglisi. Ma solo perché l’antimafia siciliana è molto più sviluppata
di quella della mia
terra. Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare. Non solo la vita, ma la
propria serenità. Spesso è
questa la ragione che spinge un sacerdote a non agire in questi territori.
Perché è molto difficile
vedere d’improvviso la propria vita in bocca a moltissime persone e la propria
credibilità e onestà
insultate da gomiti e venticelli della camorra. Per chi decide di combattere, il
primo scoglio è
questo. Poi, sul campo, si riesce a ottenere anche autorevolezza. Ma è
un lavoro molto lungo».
Il fatto che la sua sia una terra di missione pastorale, come una qualsiasi
parrocchia africana,
che riflessione le suscita?
«Castel Volturno, dove c’è la missione dei padri comboniani, è davvero una città
africana. Della
diaspora africana, come ebbi modo di ricordare in occasione della morte della
sudafricana Miriam
Makeba, venuta a cantare e a morire a Castel Volturno in un concerto in onore
dei ragazzi africani
ammazzati e anche per me. Quello che fanno i comboniani in quella realtà – uso
una parola che
potrebbe apparire altisonante, ma non lo è – ha del miracoloso».
Lei ha detto: chi vive male diventa un uomo peggiore. Lei cova odio e grande
voglia di
vendetta verso chi la costringe a vivere nella sua gabbia. Non trova un po’
paradossale
diventare una persona cattiva per il suo senso etico e di giustizia? Ha la
percezione di quale
potrebbe essere l’approdo di questo percorso?
«No. La mia è una vita abbastanza schizofrenica. Sul piano pubblico,
riesco a essere sempre molto
controllato; sul piano privato, sono spezzato. Ecco perché dico che chi
vive male diventa male. Sei
ossessionato da te stesso. L’opinione pubblica commenta ogni cosa che fai
e la commenta con
superficialità. Questo succede a tutti, lo so. Ma almeno gli altri
possono passeggiare, avere una vita
normale con cui ammortizzare il peso delle difficoltà. Invece, non solo la mia
condizione mi pesa
molto, ma mi pesa doverla farla condividere a chi mi sta vicino, il quale deve
cambiare sempre casa
e subire la scorta, una pressione forte, l’attenzione dell’opinione pubblica. E
questo è molto difficile.
Mi ha dato molto dolore, anche se adesso l’ho elaborato, vedere il deserto
attorno a me nella
mia terra d’origine. Sentire le parole più feroci partire da lì. L’indifferenza
più forte, la rabbia,
l’invidia. Mi sono spesso chiesto: ma davvero posso essere invidiato da
qualcuno? E la risposta è sì:
chiunque ha la possibilità di emergere crea un senso di rancore, perché, se tu
parli, mi ricordi che io
non ho parlato. Vedere l’atteggiamento che hanno avuto i miei amici è
stata una delle cose più
dolorose della mia vita. Quando ho ricevuto la scorta, nessuno è andato da mia
madre a chiedere se
aveva bisogno di qualcosa. Delle due l’una: o ho meritato di ricevere questo
comportamento, o
queste persone hanno talmente fatto il callo sul cuore, sull’anima circa queste
vicende, che ormai
non si accorgono più di niente. E la mia storia è una delle tante che vedono
passare davanti a loro».
Qual è il suo rapporto con Dio? Problematico, inesistente, accantonato?
«Ho un rapporto costante con le letture religiose. Il mio rapporto con Dio passa
attraverso i testi
sacri. Soprattutto la Torah e i Vangeli. Mi è sempre piaciuta l’idea che ha Hans
Jonas, filosofo di
origine ebraica, di un Dio da aiutare. Di un Dio non onnipotente e che quindi
si trova, come l’uomo,
a doversi scontrare con un male. Un Dio non onnipotente è un Dio che mi è molto
simpatico. Negli
ultimi anni è aumentata esponenzialmente la riflessione religiosa. Che in gran
parte della mia vita
non ho avuto. E le persone che hanno creduto nel mio dolore e non hanno risposto
con cinismo, con
la solita tiritera che la mia era tutta un’operazione di marketing, sono
state le persone religiose, con
fede. Nel tempo, ho iniziato a percepire che la fede, spesso, è stato il
vero motore delle persone di
buona volontà che nelle zone più difficili del Sud han cercato di trasformare le
cose » .
Avvenire 16 settembre 2009