Quel velo che noi gettiamo...

Ci sono quei burqa che noi vogliamo proibire in nome dei principi repubblicani... C'è anche
quell'immenso velo che gettiamo sulle periferie, che però fanno parte della grande Città che
chiamiamo Repubblica.
Questa situazione che rischia di essere un giorno esplosiva – come è stata
nell'autunno del 2005 – è politicamente insostenibile. La Repubblica è veramente tale, se obbliga le
donne a togliersi il velo nello spazio pubblico, ma si autorizza allo stesso tempo a mantenere un
grande velo di ignoranza e di indifferenza su quei territori che sembrano diventati come territori
stranieri?
Recentemente, delle voci si sono alzate, per invitarci a valutare la nostra responsabilità
collettiva. “I giovani paragonano la loro borgata di periferia alle favelas; in quanto eletto, quale
rappresentante della Repubblica, non posso rassegnarmi a questo paragone..
.” scrive il sindaco di
Clichy-sous-Bois. “Il dolore della periferia... tracima, schizza fango e turba... La promiscuità, il
fallimento scolastico, la disoccupazione fanno nascere quella noia che spinge nella direzione
sbagliata e marginalizza coloro che ne soffrono
”, rileva da parte sua Tahar Ben Jelloun, quel grande
scrittore che fa onore al Marocco e alla Francia. “La periferia non è una terra straniera, è Francia...”,
afferma Abd Al Malik, giovane poeta rap nato nella periferia, con un grido che viene dal cuore e ci
interpella tutti.

Sarebbe una pazzia non ascoltarli. Non si tratta solo di ascoltare, non potendo, molti di noi, vedere o
andare a vedere quello che vi succede; si tratta fondamentalmente di cambiare sguardo, di rivedere
il nostro immaginario. L'immagine di una macchina della polizia che scorta un autobus municipale,
ampiamente trasmessa in questi giorni alla televisione, dovrebbe colpirci. La scena non ha luogo a
Chicago ma in una città francese: quei giovani che spaccano e incendiano gli autobus e i loro
genitori che guardano impotenti dalla finestra sono nostri concittadini. Se il dovere dello Stato è di
far fronte alla violenza e di prendere i provvedimenti di sicurezza necessari, il dovere della nazione
non è forse quello di curare la ferita aperta che ha sul corpo?
In quelle periferie chiamate “sensibili”, il 70% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà,
il tasso di disoccupazione raggiunge il 40%, e i giovani senza lavoro sono abbandonati a traffici di
ogni sorta. Qualsiasi popolazione che si trovasse in simili situazioni produrrebbe delinquenza! E noi
abbiamo il diritto di abbandonare in maniera continuativa delle donne e degli uomini ad una sorte
così poco invidiabile?

Lo slogan: “La Francia, o la ami, o la lasci”, è inetto, perché la Francia è il loro paese, anche se
talvolta ne trasgrediscono le leggi. Forse che dei genitori direbbero ai figli, in un momento difficile:
“La famiglia, o la amate o la lasciate”? Al contrario, farebbero di tutto per aiutarli.
Rifiutare o escludere porta sempre al peggio. Quei giovani che spaccano sono il prodotto di una grave crisi sociale ed urbana sulla quale preferiamo chiudere gli occhi.

 È un grave errore politico non riconoscerla, non prendere i provvedimenti che servono per trattarla. È una causa nazionale,
allo stesso titolo della sicurezza stradale. Una “causa nazionale”? È ben della nazione che si tratta e
del suo corpo ferito in più parti che bisogna curare. L'atteggiamento peggiore sarebbe continuare ad
accettare la ferita perché è circoscritta in territori che sono praticamente dei ghetti.
La ghettizzazione ci va bene, perché mette da una parte, evita il mescolamento nei quartieri come
nelle scuole, un mescolamento che è alla base del crogiuolo repubblicano.
La sola cosa che ci viene
fatta vedere, è la violenza; una violenza che fa crescere la paura, una paura che paralizza e
impedisce di agire... Invece, la vita quotidiana in quelle periferie non è fatta solo di violenze: ci
sono persone che tentano di viverci, nonostante la rovina degli immobili e la desolazione delle
trombe delle scale; ci sono dei giovani che vanno a scuola dove dei professori si fanno in quattro
per educarli; ci sono delle associazioni che si sforzano di mantenervi una vita sociale e culturale
decente.

La paura alimentata dalla violenza delle immagini e delle parole mantiene vive le passioni e incita
ad ignorare la ferita.
Ma una ferita non curata, se diventa troppo profonda, devasta l'intero corpo.
Tocca quindi al corpo intero prendersene cura. Dobbiamo aspettare un nuovo allarme per agire? Un
piano decennale per il rinnovamento delle periferie e la lotta massiccia contro l'abbandono
scolastico erano e restano più necessari che mai. Perché quello che è in gioco, è la coesione della
nazione. Quello che aspettano le periferie più povere – il voto massiccio dei giovani alle ultime
elezioni presidenziali lo attestava – è che noi le riconosciamo come nostre. Abd Al Malik, il giovane
poeta rap già citato, lo dice con le sue parole che suonano corrette: “La Francia deve imparare a
guardarsi e ad amarsi nella sua interezza.”

 

Jean Picq, professore di Scienze Politiche       La Croix, quotidiano cattolico francese   4 maggio 2010