Quando il Credo fa crediti

 La recente sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che l'ora di religione concorrerà alla determinazione del credito per l'ammissione agli esami di maturità. Una scelta che mette in discussione la laicità delle istituzioni

 

Ormai la ribalta è tutta loro: delle gerarchie ecclesiastiche entrate a gamba tesa nell'attività politica diretta. A voler determinare scelte politiche appunto, comportamenti sociali e persino modelli di vita. Non sorprende dunque che si vogliano mettere in discussione alcune certezze acquisite sulla laicità della scuola.

Tra i vari segnali, c'è anche una notizia che potrebbe apparire minimale, in fin dei conti secondaria: la valutazione dell'ora di religione concorrerà alla determinazione del credito per l'ammissione agli esami di Stato. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo in sintesi i fatti.

I punti 13 e 14 dell'articolo 8 dell'ordinanza ministeriale in materia di istruzioni e modalità per lo svolgimento degli esami di Stato specificavano, per l'appunto, che "i docenti che svolgono l'insegnamento della religione cattolica partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l'attribuzione del credito scolastico". Contro una simile impostazione c'è stato un ricorso promosso dal Cidi, dal Comitato scuola e Costituzione, dalla Tavola valdese e da altre associazioni. Su questo ricorso si è poi espresso il Tar del Lazio, che con un pronunciamento del 23 maggio ha sospeso proprio i punti prima citati, rilevando una disparità di trattamento fra gli studenti che si avvalgono dell'insegnamento di religione cattolica e gli studenti che non seguono né l'insegnamento religioso né altre eventuali attività sostitutive. Dopo pochi giorni di nuovo dietrofront. Una velocissima sentenza del Consiglio di Stato ha sospeso l'esecutività dell'ordinanza del Tar del Lazio. La frequenza dell'ora di religione cattolica rientra nell'attribuzione del credito scolastico.

Dicevo prima che la notizia potrebbe apparire come secondaria. Una bagattella ininfluente rispetto ai tanti problemi che stanno animando il dibattito nel mondo della scuola. E però si tratta dell'ennesimo messaggio che viene lanciato in una direzione precisa: la direzione della subalternità culturale delle istituzioni dello Stato (e fra queste, in primo luogo, la scuola) rispetto a enti e autorità extra-statali. Voglio ricordare che è stata la Corte Costituzionale a stabilire, in seguito alla normativa definita dal nuovo Concordato del 1985, che l'insegnamento della religione cattolica non può e non deve rappresentare in alcun modo una discriminante. E voglio anche sottolineare che non è vero, o non è del tutto vero, che i ragazzi che non seguono l'insegnamento di religione non finirebbero per essere penalizzati in termini di attribuzione del punteggio, in quanto c'è sempre l'opportunità data dalle attività alternative: ricordo, infatti, che le attività alternative non sono obbligatorie, e che la soluzione spesso adottata è quella della non-frequenza.

Insomma l'insegnamento della religione cattolica non può costituire un elemento di differenziazione tale da privilegiare alcuni studenti piuttosto che altri in termini di attribuzione del credito scolastico. A segnalare un primato. Su questo non ci possono essere incertezze o furbizie. Soprattutto in un momento in cui la scuola è chiamata alla sfida dell'interculturalità, solo il principio di laicità può permettere tolleranza, reciprocità, costruzione di un'etica pubblica rispettosa delle culture e delle fedi di ognuna e ognuno. Mi preoccupa allora quello che appare come il segno di una regressione culturale, un arroccamento, insomma un ritorno all'indietro. Che non rende più libera e autonoma la scuola.

Alla metà dell'Ottocento un liberale come Cavour parlava di "libera Chiesa in libero Stato". Ogni tanto, non farebbe male ricordarlo.

 

Alba Sasso      Aprile on line,  1 giugno 2007