Quando i laici sono deboli


Da una parte sta il Papa che ispira e si trovano i vescovi della Conferenza Episcopale Italiana che
stilano il loro programma, non soltanto sui «temi eticamente sensibili», per qualsiasi governo,
preferibilmente per quello in carica, e che danno voti. Il capo dell’attuale governo si è subito
affrettato a dichiarare che anche il programma dei vescovi, proprio come quello della Confindustria
(non è dato sapere se la Cei ha apprezzato il paragone), può diventare quello del suo governo.
Ovviamente facendo finta di niente su tutto quanto riguarda disuguaglianze sociali e trattamento
dell’immigrazione. D’altronde, l’intero schieramento di centro-destra è da tempo impegnato a
mostrarsi ricettivo, senza nessuno scrupolo di laicità, ma con grande attenzione a prendere i voti
(quelli espressi sulle schede elettorali dai cattolici), a quello che viene detto dall’altra parte del
Tevere. Anche se non sempre ne conseguono comportamenti concreti, sembra che le dichiarazioni
di sintonia funzionino.
Dall’altra parte, di tanto in tanto, tocca a Famiglia Cristiana il compito di fare irruzione sulla scena
che viene impropriamente definita dei “valori” dei cattolici, che, invece, per lo più, sono molto più
semplicemente, ma anche più corposamente, interessi mondani e politiche di governo.
Questa volta il bersaglio è duplice e la mira ambiziosa. Agli editorialisti del settimanale cattolico, i
quali, evidentemente, leggono anche nelle coscienze, sembrerebbe opportuno espellere dal Partito
Democratico la sparuta pattuglia dei radicali per i loro (de)meriti laici di un glorioso passato. Se poi,
ma la sequenza non mi è chiara, questa operazione di “pulizia” cattolica non riuscisse, sarebbe
opportuno che i teo-dem ovvero, immagino, tutti coloro che dentro il Pd si definiscono democratici
dovrebbero minacciare oppure, addirittura, eseguire una scissione, cioè andarsene. Dove non è
detto, ma appare probabile che tanto l’Udc di Pierferdinando Casini quanto il Popolo delle Libertà
accoglierebbero a braccia aperte gli scissionisti (uomini e donne).
L’invito alla scissione è preoccupante anche perché sceglie un terreno delicato sul quale il Partito
Democratico ha già tentato di giungere ad un difficile, forse non del tutto convincente,
compromesso con il suo (non buono) Manifesto dei Valori. Infatti, i teo-dem, questa sì una pattuglia
piccola, ma molto aggressiva, continuano a dichiararsi insoddisfatti e a elaborare loro posizioni
intransigenti su tutte le problematiche “eticamente sensibili”. Qui sta la debolezza dei laici, che
siano non credenti o credenti, radicali o ex-democratici di sinistra, dentro il Pd. Non hanno attivato
la loro cultura politica con l’obiettivo di declinare coerentemente le loro posizioni sui valori
(sembra persino difficile sostenere che i laici e i non credenti hanno “valori”) rispetto non soltanto
alla vita e alla morte, ma a come si vive (nella diseguaglianza, nell’indigenza, nell’oppressione,
anche religiosa) e a come si muore (per fame, per mancanza di risorse, per sfruttamento). Insomma,
una vita degna di essere vissuta, tale anche grazie a politiche ridistributive, è un valore allo stesso
modo di una morte consapevolmente richiesta con dignità. Non sembrano, peraltro, questi i
ragionamenti che interessano né Famiglia Cristiana né i teodem e gli atei devoti i quali, certamente,
nella loro rigida devozione sono tutto meno che laici. Molto mondanamente l’obiettivo, non
soltanto di Famiglia Cristiana, consiste, da un lato, nel ridurre il potere politico, ahimé, già molto
ristretto, del Partito Democratico nella misura in cui i teo-dem si comportano (attenzione, non ho,
per il momento, scritto: sono) come una quinta colonna, paralizzandolo sotto la spada della
possibile scissione. Dall’altro, meno comprensibilmente, consiste nell’indicare una via alla
ricomposizione dei cattolici. Questo, che è più di un suggerimento, mi appare molto meno
comprensibile poiché, come hanno oramai sottolineato molti commentatori, la forza politica dei
cattolici, in una società che, pure, è molto secolarizzata (e se fosse anche “disperata” come, da
ultimo, sostiene il cardinale di Bologna, Caffarra, avranno le loro responsabilità anche i predicatori
cattolici autorizzati) dipende proprio dalla loro presenza in schieramenti diversi. Questa diffusione
strategica rende visibili e potenzialmente efficaci tutte le espressioni di interessi e di preferenze che
vengono dal Vaticano e dalle numerose diocesi. E, purtroppo, di cardinali come Martini non
sembrano essercene più. Gli strumenti culturali di riflessione sul rapporto fra politica e religione,
magari anche quelli approntati nel seminario di ItalianiEuropei, servono, anche se mi sono sembrati
improntati a troppo pessimismo e a poco orgoglio laico. Tuttavia, è il Partito Democratico che deve
dare vita e gambe all’operazione che aveva promesso. Costruire un’organizzazione politica che non
soltanto sommasse le culture riformiste liberali, socialiste e cattolico-democratiche, ma ne esaltasse
gli elementi migliori a cominciare da quei valori che, detto senza retorica, erano persino riusciti ad
entrare nella Costituzione Repubblicana. Non ho una proposta conclusiva mobilitante, ma credo,
meglio, ritengo che il Partito Democratico farebbe bene a discutere in maniera tanto appassionata
quanto laica, ovvero senza preconcetti, senza pregiudizi e senza soluzioni precostituite, dei rapporti,
anche politici, fra le culture, e non soltanto dei limiti fra Stato e Chiesa, segnalando sempre
puntigliosamente gli impropri sconfinamenti di quest’ultima. Riconosciuto il ruolo pubblico della
religione, il confronto andrà fatto in pubblico secondo le regole del dibattito pubblico che
richiedono non imposizioni, ma argomentazioni e giustificazioni.

Gianfranco Pasquino     l'Unità 11 giugno 2008