Quando i clandestini erano italiani: il passato rimosso come una colpa

Quando gli emigranti eravamo noi, non tanto tempo fa, il comune di Giaglione, in Val di Susa,
arrivò a chiedere aiuto alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai
clandestini che morivano nell’impresa disperata di valicare le Alpi». Ogni notte, scriveva il
«Bollettino quindicinale dell’emigrazione » nel 1948, passavano da lì in Francia, illegalmente,
«molto più di cento emigranti ».
Erano in tanti, a lasciarci la pelle. «Due o tre al mese, almeno» dice il rapporto di un agente del Sim,
soltanto su quelle montagne dalle quali si scendeva verso Modane. Al punto che il sindaco di
Bardonecchia, Mauro Amprimo, fu costretto ad affiggere un manifesto per invitare le guide alpine
(gli «scafisti» della montagna) a essere meno ciniche: «Anche se compiono azione contraria alla
legge, sappiano almeno compierla obbedendo a una legge del cuore (...) scegliendo altresì
condizioni di clima che non siano proibitive e non abbandonando i disgraziati emigranti a metà
percorso».
È uscito un libro, su quella nostra disperata epopea. Si intitola Il cammino della speranza (come il
film di Pietro Germi ispirato alla copertina della Domenica che illustra la pagina), l’ha scritto
Sandro Rinauro (Einaudi, pagine 442, e 35) e parla dell’«emigrazione clandestina degli italiani nel
secondo dopoguerra».

Come andasse «prima» un po’ si sapeva. Basta ricordare uno studio di Adriana Lotto secondo cui
nel 1905 su quattro italiani al lavoro nell’Impero tedesco solo uno era registrato e gli altri tre erano
«clandestini in senso stretto». O la relazione di Stefano Jacini jr alla Camera nel 1922: «Alla
frontiera del colle di Tenda ogni notte decine e decine di lavoratori, per non dire centinaia, passano
clandestinamente la frontiera». Il libro di Rinauro toglie il fiato. E spazza via definitivamente
(sventagliando 258 note bibliografiche per il solo capitolo terzo) uno dei luoghi comuni intorno alla
differenza «fra noi e loro». Ha detto Carlo Sgorlon: «Gli immigrati italiani, e quelli friulani in
particolare, non erano mai clandestini. In genere erano grandi lavoratori, rispettavano le leggi locali,
raramente protestavano, non si ribellavano mai. Subivano quarantene, vaccinazioni, controlli di
ogni genere». Non è così. Meglio: era «anche» così, ma non solo. Accanto a quella «assistita» che
«prevedeva il reclutamento degli emigranti da parte degli Stati d’esodo e di destinazione mediante
accordo bilaterale» e radunava quanti volevano andarsene (aspirazione che per un sondaggio Doxa
del 1952 animava perfino il 56% dei giovani lombardi) nei centri di smistamento dove c’era «la
selezione medica e professionale», c’era infatti l’«altra» emigrazione: illegale. Ed erano soprattutto
lombardi, veneti, piemontesi, friulani.
Certo, ci sono un mucchio di differenze tra l’emigrazione di allora e di oggi. Il mondo intero era
diverso. Al punto che Charles de Gaulle, che amava come nessun altro la Francia ma sapeva quanto
avessero contato nella storia patria il ligure Léon Gambetta, il piemontese Paul Cézanne (Paolo
Cesana) o il veneto Emile Zola, si spinse a incoraggiare l’immigrazione «al fine di mettere al
mondo i 12 milioni di bei bambini di cui necessita la Francia in 10 anni».
Chiudeva un occhio, Parigi, in certi anni, sui clandestini. Come lo chiudevano i governi tedeschi,
belgi... Perché, certo, le ripetute sanatorie urtavano l’Italia che cercava, attraverso gli accordi, di
arginare lo sfruttamento dei suoi emigranti. Ma l’economia reale badava al sodo e, spiega Rinauro,
l’immigrazione illegale era «il meccanismo di elasticità che permetteva alla rigida politica ufficiale
dell’immigrazione di adeguarsi a qualunque congiuntura». Pochi esempi? In Germania «nel 1959
entrarono mediante la selezione ufficiale 24.000 lavoratori italiani a fronte di 25.000 emigranti
'spontanei'». In Lussemburgo si inserirono illegalmente oltre un quarto degli immigrati tricolori del
1958. Il Belgio era pieno di italiani clandestini espatriati «per il 50%» dalla Francia. E perfino la
Svizzera, stando a un rapporto del ministero del Lavoro del 1954, era così permeabile che i
«reclutamenti irregolari da parte delle ditte elvetiche» erano «il più alto contingente del movimento
migratorio italiano per la Svizzera». Ma come: più irregolari che regolari? Sì. «Considerando che
tra il ’46 e il ’61 la media delle entrate annue degli italiani ufficialmente registrate si aggirava sulle
75.000 — scrive Rinauro — si può avere un’idea sia pure imprecisa della grande entità dell’afflusso
illegale».
Ma a gelare il sangue sono i dati francesi: «Del campione degli italiani giunti dal ’45 nella regione
parigina intervistati nel 1951-52 dalla famosa inchiesta dell’Institut national d’études démographiques
sull’immigrazione italiana e polacca in Francia, ben l’80% era entrato senza contratto di
lavoro, cioè clandestinamente o da 'turista'». Per non dire di chi lavorava nell’agricoltura. «Secondo
il direttore della Manodopera straniera del ministero del Lavoro, Alfred Rosier, alla fine del 1948
dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o
clandestino». Quanto ai familiari, «emigrò illegalmente» addirittura «il 90%». Solcando le Alpi, ad
esempio, al di là della Val d’Isère fino a Bourg-Saint-Maurice dove nel settembre 1946 «ne
arrivavano mediamente 300 al giorno, ma toccarono addirittura le 526 unità in una sola giornata».
Abbiamo dimenticato tutto, rimosso tutto. Anche quelle copertine della Domenica che raccontavano
le tragedie di chi non ce l’aveva fatta.
Come una donna che «sorpresa dalla tempesta di neve vide il suo bambino spirarle tra le braccia,
proseguì per qualche tratto e infine cadde esausta con l’altro figlio: i tre corpi furono trovati due
giorni dopo».

Gian Antonio Stella     Corriere della Sera  16 aprile 2009