QUANDO I CATTOLICI  SI RIPRENDONO LA PAROLA
 

C’è un grande senso di disagio in molta parte della Chiesa di fronte ai ripetuti interventi di segno autoritario compiuti da esponenti della gerarchia ecclesiastica, su temi e avvenimenti “eticamente sensibili”. Ma il disagio è vissuto in piccole cerchie ristrette, senza trovare strumenti e canali di espressione aperta e coraggiosa. Fanno eccezione due iniziative, una sviluppatasi a Torino e una a Firenze. Parlo di quest’ultima a cui ha partecipato anche la Comunità dell’Isolotto e personalmente chi scrive.
A Firenze, dunque, un gruppo informale di cattolici ha scritto un documento tuttora oggetto di apprezzamento e adesione da parte di un numero crescente di persone. Il card. Antonelli ha ritenuto di prestare ascolto e si è fatto lui stesso promotore di un incontro pubblico con i firmatari della lettera. L’incontro è avvenuto il 24 maggio in una megastruttura di una parrocchia di periferia gremita di gente proveniente da diverse parrocchie e associazioni. Molti gli interventi, con nome e provenienza, tanto per dare il senso di una chiara appartenenza ecclesiale. Il vescovo ha risposto assicurando il suo ascolto, e non è poco, ma ribadendo la dottrina su tutti i temi etici e sul tema della costituzione gerarchica della Chiesa che non lascia molto spazio alla partecipazione critica, pluralista e creativa.
In un frase conclusiva Antonelli ha condensato la sua sostanziale intransigenza: “Nella Chiesa l’obbedienza è una virtù. I pastori devono stare in ascolto, crescere insieme al popolo di Dio. Ma c’è chi il popolo deve poi guidarlo: i vescovi e il papa. Perché possiamo capirci ci vorrà molto tempo”.
Ed è qui che si apre il grande problema che sta di fronte alla chiesa conciliare oggi: l’attuazione del Concilio viene dall’alto o può e deve essere iniziata da sperimentazioni concrete dal basso? Si aspetta il disco verde della gerarchia o si parte con senso di responsabilità ma anche con decisione di coscienze informate dallo Spirito?
È frustrante dover riconoscere che il potere centrale della Chiesa, in questi quarant’anni, ha bloccato il cammino del rinnovamento aperto dal Concilio. Ma non basta lamentarsi. Soprattutto è inutile e distruttivo scantonare i processi di rinnovamento ecclesiale buttandosi totalmente nel sociale e nel politico. In questi quarant’anni c’è stato un vero genocidio di realtà fra le più vive e ricche di spirito evangelico e conciliare: comunità, associazioni, riviste, teologi, pastori. Si è creato un pericoloso vuoto subito riempito dall’integralismo e sfruttato dal potere patriarcale per consolidarsi. Bisognava reagire e invece col silenzio si è favorita la repressione.
Ha ragione il sociologo Franco Ferrarotti nel sostenere che la fame di sacro e il bisogno di religione vanno sottratti all’abbraccio mortifero della religione-di-chiesa, burocratica e gerarchicamente autoritaria. I cattolici, se vogliono essere coerenti, non possono sottrarsi a questo compito storico: liberare la Chiesa, l’etica e la vita tutta dal dominio del sacro.
Per non restare ai discorsi e alle teorie vorrei portare un’esperienza a mo’ di esempio.
Se c’è una vittima della cultura violenta del sacro è l’educazione, o meglio: i bambini. La lezione di religione o di catechismo separata dalla vita, impastata di sensi di colpa, di peccato, di sacrificio, di paura, è una delle più grandi violenze che si possono fare alle coscienze in formazione. Si grida “e giustamente” contro la pedofilia del clero e si ignora e si tace su questa specie di “pedofilia strutturale del sacro”. Chi grida contro la guerra dovrebbe capire che con altrettanta forza bisogna gridare contro quel tipo di formazione religiosa. E soprattutto tentare esperienze alternative positive e non contrappositive.
In molte comunità di base, gruppi di genitori insieme a educatori e animatori tentano la difficile strada di una educazione di sintesi fra la tradizione e l’innovazione, fra il Vangelo e la scienza, fra la dimensione spirituale e quella intellettuale-fantastica-materiale, fra il mondo simbolico e rituale religioso e la simbologia laica.
Quei gruppi di genitori cercano - faticosamente, bisogna dirlo - di riprendersi il ruolo di educatori accettando di crescere insieme ai loro figli e di ricomporre in una sintesi nuova la propria personalità. Non sono sognatori. Fanno cose piccole ma vere. Potrebbe trattarsi di una brezza di futuro.
Anche all’Isolotto si osa una tale sperimentazione. C’è perfino l’evento che forse merita, senza enfasi, di essere annunciato: una bella festa di accoglienza dei bambini in piazza Isolotto a Firenze, domenica 10 giugno, che ha concluso l’esperienza educativa di quest’anno. Sono stati protagonisti bambini di varie età. Un certo numero di neonati sono stati “carezzati simbolicamente”, dagli altri bambini, dai genitori, dagli adulti presenti, sia con l’acqua e con le parole che nella tradizione cristiana significano il battesimo, sia con l’olio profumato di bergamotto, segno dell’accoglienza nella solidarietà (perché olio proveniente dalle cooperative di giovani che nella piana di Gioia Tauro lavorano le terre confiscate alla mafia e sono oggetto di gravi intimidazioni). Inoltre, pietre segnate, con messaggi e disegni, dall’impegno, dalla riflessione, dalla creatività di piccoli e grandi, poste sulla pavimentazione della piazza, hanno composto una strada ideale da percorrere insieme, mano nella mano. In fondo alla strada ciascuno ha scritto il proprio nome su un grande arcobaleno colorato: chiamarci per nome, affermare la propria soggettività e non intrupparsi nel gregge, mantenere relazioni positive è l’unico e fondamentale legame che mantiene viva la comunità. E infine il segno della condivisione del pane e del vino nel segno della memoria di Gesù e però anche di tutti coloro che hanno vissuto e dato la vita nella solidarietà e nell’amore. Per alcuni bambini più grandi è stata una festa particolare, un rito di passaggio, un riconoscersi nello spirito dell’esperien-za comunitaria che ognuno e ognuna di loro poi vivrà se lo vorrà e come lo vorrà, senza cioè marcare l’apparte-nenza.
È stata una ritualità religiosa oppure laica? O forse ambedue? Non è questo il tempo di sintesi nuove aperte al futuro? Ci sono contraddizioni? Il nuovo non è mai puro. Il bambino che nasce è sempre intriso di sangue. Sta alle levatrici lavarlo carezzandolo dolcemente. Tutto questo non è affatto estraneo all’impegno “per una nuova chiesa possibile” e insieme “per un nuovo mondo possibile”.  

 

Enzo Mazzi,    della comunità di base dell’Isolotto- Firenze                      Adista  Notizie N. 45  2007