Quando fu spenta la democrazia
risponde Corrado Augias

Caro Augias, ho letto giorni fa una lettera del professor Lucio Villari nella quale si ricordavano certi accadimenti del fascismo. Ci si può infatti chiedere perché certi sistemi politici che si ispirano a principi di libertà e democrazia si siano, nel corso del Novecento, degradati o siano stati sostituiti da sistemi autoritari con l'aiuto degli strumenti e dei poteri che la libertà e la democrazia avevano creato. Il regime fascista, giunto al potere nell'ottobre del 1922, ci ha messo quattro- cinque anni per smantellare gli istituti dello Stato liberale, le sue magistrature, le libertà dei cittadini. Le leggi che hanno instaurato il potere autoritario (e personale) del fascismo sono infatti state varate nel 1926-1927. Le censure continue e infine la soppressione dei giornali dell'opposizione o non graditi al governo avvennero tra il 1925 e il 1926. Accusati, tra l'altro, di mancanza di rispetto al capo del governo e di ostacolo alla sua attività. Idem per i partiti, le associazioni politiche, le autonomie locali e alla fine per tutte le libertà che la Costituzione di allora (lo "Statuto" del 1848) garantiva abbastanza bene. Queste decisioni furono prese con leggi e decreti approvati dalla Camera dove per alcuni anni fu resa impossibile la funzione dei partiti di opposizione, anche con l'avallo di giuristi e studiosi di diritto, di avvocati, di intellettuali e artisti di varia estrazione.
Lettera firmata


Anche le dittature hanno bisogno di tempo per assestare i loro colpi finali, prima è necessario che l'opinione pubblica venga lungamente ammorbidita e conciata, proprio come si fa con le pelli per poterle "lavorare" meglio. Quando è diventata sufficientemente duttile è più facile far aderire l'opinione comune alle forme volute, o imposte. Su Repubblica di ieri Aldo Schiavone ha scritto una cosa illuminante. Ha detto che contro la bolla di stanchezza e di indifferenza che sembra attraversare l'elettorato di centro-sinistra è necessario far ricorso non al cuore, ma alla ragione. La sinistra è famosa per aver sempre avuto molto (troppo) cuore. Adesso sembra proprio il caso di metterlo da parte e non solo perché quel cuore spesso s'è sbagliato, ma anche perché la deriva populista del paese, martellato per anni da una schiacciante propaganda, "conciato" a dovere, ha ormai raggiunto una soglia di pericolo di cui l'indifferenza è un sintomo. Anni fa, prima di essere condannato, Cesare Previti minacciava: «Dopo le elezioni non faremo prigionieri». Frase rozza, da capomanipolo. Adesso l'avvertimento è più sottile, ma non meno minaccioso: «Dopo le elezioni sistemeremo molte cose». La ragione dice che astenersi o buttare via il voto seguendo il proprio cuore è un lusso che non possiamo permetterci. A meno di non voler essere "sistemati". O "conciati".

Repubblica 6.6.09