Profughi
accompagnati
Chi legge la storia non soltanto sui libri scritti dai vincitori, ma anche
ascoltando i lamenti o i
silenzi dei poveri ai quali i mass-media dei potenti tagliano le corde vocali,
chi si addentra nei fatti
del passato e in quelli della cronaca che viviamo e di cui – lo vogliamo o no –
siamo responsabili,
protagonisti e autori, chi non dimentica il vangelo né la dura, lunga, sofferta
esperienza del costruire
una società in cui all’uomo l‘uomo sia fratello e non lupo, sa bene che
accadono eventi i quali, a
tutta prima, possono sembrare episodi di scarsa rilevanza, ma che invece, a
pensarci bene,
segnalano il livello del male di cui siamo tutti portatori se non ci occupiamo
attivamente di chi
patisce una crudele negazione dei suoi diritti alla vita. Quegli eventi
non sono visibili o rumorosi
come guerre devastanti né uccisioni di tiranni, né il rosseggiare di sanguinose
rivoluzioni; non
spingono i parlamenti a convocarsi d’urgenza, non incidono sui bollettini di
borsa, non modificano i
programmi scolastici né sbiadiscono la nostra cupa concentrazione sui “fatti
nostri”. Poiché
sembrano riguardare soltanto gruppi di poveri si concede loro poco spazio – ed
effimero – della
nostra attenzione. Se mai questa attenzione sembri obiezione ai loro
comportamenti, i governanti ci
assicurano che si tratta di spiacevoli incidenti di percorso nella difesa del
nostro livello di vita, che
sono accaduti una volta ma non si ripeteranno perché hanno anche un valore
deterrente nei
confronti dei poveri che turbano il nostro ordine pubblico. Come dicevano i
terroristi “rossi”?
Punirne uno per rieducarne cento.
Quegli eventi, però, sono spie di vetro che saltano,
mostrando le crepe del nostro sistema di vita,
collettivo e personale. Che siano cose di poco conto è illusione dei
potenti e magari anche nostra, di
noi inquieti e tremuli galantuomini e buone donne che voltiamo la faccia
dall’altra parte, “tanto non
c’è niente da fare”: quegli eventi, anche se vengono descritti in poche righe
dal servilismo dei
giornali e delle televisioni del governo, anche se si cerca di nasconderli come
si nascondono certe
deformazioni o mali ributtanti, lebbre o sifilomi, rimangono “attivi” nella
storia. Apparentemente
scomparsi, in realtà si incistano nelle nostre strutture sociali e nelle nostre
identità, modificano i
nostri valori, ci cambiano, talvolta irreparabilmente. Un giorno,
scoprendone gli effetti devastanti,
faticheremo a ricordarne l’origine, o addirittura saremo diventati così diversi
(peggiori) da non
vedere il fango nel quale abbiamo scelto di camminare. Già ai meno giovani
fra noi è facile
constatare come i politici italiani usino oggi abitualmente un linguaggio che
sarebbe risultato a tutti
intollerabile solo pochi anni fa, e avanzino seriamente proposte razziste le
quali, ancor prima che
crudeli, pochi anni fa sarebbero state considerate demenziali.
Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in quel liquido cimitero in cui si
seppellisce il genocidio dei
miseri che ci chiedono pietà segna, secondo me, un mutamento antropologico di
terribili
dimensioni: è la regressione a tempi lontani e crudeli che la storia della
civiltà ci aveva illuso essere
dimenticati per sempre, a tragedie come questa: “Nel 1847, ottantaquattro
bastimenti furono fermati
a Grosse Isle, sotto Quebec. Fra gli immigranti irlandesi che cercarono rifugio
sotto fragili
capannoni esposti a tutte le intemperie, ne morirono 10 mila. E 3 mila erano
così soli che nessuno
ne conobbe mai i nomi. Come dice la Bibbia, li ho visti distesi sulla spiaggia,
li ho visti trascinarsi
nel fango e morire come pesci fuor d’acqua”.1 Un secolo e mezzo più tardi,
l’Italia, uno degli 8
paesi più “sviluppati” del mondo, ha usato una nave da guerra, uno dei
costosissimi capolavori della
tecnologia militare, per rimandare in un vero e proprio lager un piccolo gruppo
di miseri che erano
riusciti ad evaderne. Non c’è nessun italiano, che non sia analfabeta di
ritorno, il quale ignori che
cosa sia un centro di detenzione profughi in Libia: creature umane sottoposte a
un trattamento
miserabile, torture, violenze carnali e persino – come hanno raccontato tante
persone che sono
riuscite a fuggirne - donne che muoiono cercando di abortire il piccolo nemico
che il carnefice ha
seminato nel loro grembo. È a inferni del genere che abbiamo riconsegnato 227
persone che non
avevano altra colpa che quella di cercare pane e dignità, che per respirare un
po’ di speranza hanno
percorso lunghi, pericolosi, dolorosi cammini di fame e di violenza.
Per difendere la nostra paura,siamo diventati gestori di
morte. Lo hanno compreso bene i nostri marinai, che non hanno avuto il
coraggio di disobbedire a ordini che infangavano la nostra bandiera, ma che
hanno espresso la loro
vergogna nell’assistere alla disperazione di chi aveva intravisto una terra
libera e si vedeva
inchiodato alla violenza del nostro egoismo. Nostro, sì, o della maggior parte
di noi, elettori di un
governo infettato e corrotto dalla capacità di odio della Lega. O che, adesso,
tacciamo.
Quello che è successo non può essere valutato in tutta la sua gravità se
non si ricorda che il governo
Berlusconi ha praticamente “tagliato” ogni nostro aiuto alle popolazioni più
povere del Sud della
Terra, e questo mentre la crisi economica mondiale morde con maggiore ferocia le
aree del
sottosviluppo. Né si può dimenticare che molte delle persone che ci
chiedono asilo vengono da
regioni (Afghanistan, Iraq) sconvolte da guerre cui l’Italia partecipa; ed altre
fuggono da conflitti
(Etiopia, Eritrea, Somalia, Congo…) cui neghiamo ogni attenzione anche se non
pochi governi
comprano armi dall’Italia o si muovono al servizio di aziende italiane (legno,
petrolio, coltan: il
minerale necessario ai nostri cellulari) le quali devastano aree immense
dell’Africa. Inoltre fra quei
227 esuli molti, come è risultato in tutti gli sbarchi a Lampedusa, avevano
diritto di asilo nel nostro
Paese, secondo l’articolo 10 della nostra Costituzione, perché colpiti nei loro
diritti umani; ma
nessuno ha udito i loro racconti, e il respingimento li rimetterà probabilmente
nelle camere di
tortura dalle quali erano usciti senza più giovinezza; respinti dall’Italia,
saranno respinti dalla
Libia… Ma poi: non ci dicevamo tutti (o quasi) cristiani? Respingere chi
chiede aiuto, ci dice il
vangelo, è il peccato più grave che si possa commettere: vedi Matteo XXV, 31-46:
“Ero forestiero e
voi non mi avete ospitato… Via, lontano da me, maledetti!”.
È per questo che parlo di un nostro mutamento
antropologico. Siamo ancora capaci, in molti, di
solidarietà per i nostri connazionali colpiti da catastrofi naturali, ma non
vediamo più, come
accadeva in una stagione felice, la disperazione di nostri fratelli colpiti
dalla crudeltà di un sistema
economico su cui si basa la nostra agiatezza. Nella terribile odissea dei
respinti si rivela lo
scadimento etico, l’imbarbarimento che connota ormai tanta parte della nostra
società, a cominciare
dalla casta politica. Se la gioia manifestata in questa occasione dal
ministro Maroni, propagandista
della “cattiveria” di stato, sembra l’infame soddisfazione del cacciatore di
schiavi fuggiti dalla
spietata violenza dei padroni e da lui riportati alla frusta, quella non meno
sfolgorante dei Cota, dei
Bricolo, dei Calderoli e dei loro seguaci mostra chiaramente che ci troviamo
ormai in un regime di
proto-apartheid: il progetto non è soltanto quello di impedire l’arrivo di
immigrati ma anche di
rendere difficile quanto più è possibile la vita di quelli già residenti fra
noi. Il “pacchetto sicurezza”
ne è eloquente documento.
Tuttavia la brutalità leghista non è forse l’immagine più dolorosa di questi
giorni: i contorcimenti di
Rutelli e di Fassino mostrano quanto purtroppo il Partito Democratico sia ancora
ben distante
dall’impronta di limpida forza di opposizione che Franceschini sta
coraggiosamente tentando di
consolidare; e ignobile risulta l’ipocrisia di certi portavoce del Popolo della
Libertà. Penso per
esempio all’onorevole Bocchino che con aria contrita parla della dolorosa
necessità di essere
“severi” con l’immigrazione illegale. “Severità” il respingimento nel lager?
Sembra di risentire lo
squadrista mutilato di “Armarcord” che si lamentava della violenza alla quale i
suoi camerati erano
“costretti” dall’insana smania di libertà degli antifascisti…
Avevo già scritto queste righe quando oggi, 12 maggio, è avvenuto un fatto
nuovo. Con insolita
durezza, il presidente del Consiglio ha rivendicato a sé l’iniziativa del
respingimento (lui lo chiama
“accompagno”!) dei profughi, sottolineando che Maroni non ne è stato che
l‘esecutore. Un dubbio
mi inquieta. Berlusconi era sembrato un po’ distaccato dall’evento, limitandosi
a dire, con l’abituale
approssimazione, che l’Italia non vuole essere uno stato multietnico. Come mai
gli preme adesso la
rivendicazione di un fatto che ancora una volta ha attirato al nostro paese la
riprovazione
internazionale? Mi domando se qualche sondaggio non gli abbia mostrato che
l’episodio ha
procurato alla Lega un consenso talmente vasto da inquietarlo o da spingerlo ad
appropriarsene. Se
così fosse, sarebbe davvero un tristissimo momento per chi crede nei valori
umani.
Comunque sia, penso che non ci si possa arrendere, e di
fronte a una crudeltà “politica” sia
necessario, innanzi tutto, alzare la voce. Mi sembra che il silenzio
sarebbe correità. Deve risultare
evidente al governo, alle sue forze parlamentari, ai suoi sondaggi che vi sono
milioni di italiani che
non sono tanto sciocchi da ritenere che il fenomeno migratorio debba essere
lasciato a se stesso ma
che pensano che le leggi che debbono regolarlo non possono prescindere dalle sue
cause e dai
doveri di umanità, i quali soltanto consentono di poter parlare di civiltà.
I rozzi, gli insensati, i
paurosi trascinati dalla paura all’odio razziale sono presenti dovunque e
sfruttano la nostra inerzia.
Impongono le loro scelte politiche a un governo che si mostra insensibile alla
crudeltà di certi
provvedimenti (ciò che la dice lunga anche su certe scelte di politica interna:
mancata protezione
delle pensioni minime, dei 2 milioni e mezzo di cittadini che “vivono” sotto il
livello di povertà, dei
lavoratori precari, dei disoccupati senza cassa integrazione…). A molti di noi
potrà parere
impossibile o inutile far sentire la propria voce. Non è così: stringersi
intorno agli strumenti che la
società civile si è data (dal Commissariato Italiano Rifugiati alla Caritas alla
Chiesa Valdese alla
miriade di organismi non-governativi che onorano il nome dell’Italia nel Sud dei
poverissimi),
scrivere al presidente del Consiglio, ai parlamentari cui si è dato il voto e ai
candidati delle prossime
elezioni, far votare ordini del giorno agli Enti locali cui siamo vicini,
organizzare e sostenere
dibattiti e manifestazioni… esiste una pluralità di iniziative che le
comunicazioni informatiche
moltiplicano e rendono possibili in tempi brevissimi.
Servirà a poco? Bonhoeffer scriveva dal carcere: “L’essenza
dell’ottimismo è una forza che non
lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica per sé”. Penso
che non dobbiamo lasciare il
futuro agli avversari della dignità umana. E che a questo valga la pena di
spendere un po’ del nostro
oggi.
Ettore Masina in “Lettera” n. 141
dell'aprile-maggio 2009