Per una rivolta laica


La Chiesa gerarchica ha dichiarato guerra alle libertà repubblicane (la Chiesa dei fedeli è ovviamente altra cosa). Ha presentato il conto. E la Lega celta e pagana, improvvisamente convertita sulla via di Damasco dai voti decisivi di Ruini e Bagnasco, ha pagato pronto cassa. La pillola RU 486 deve restare nei magazzini, a dissipazione dei soldi del contribuente, ma soprattutto perché la donna snaturata impari almeno che “abortirà con dolore”.
Il male dei cittadini (o almeno delle cittadine) è, alla lettera, il vero programma del “partito dell’amore”.
Questa politica della malvagità conosce però un punto debole. L’aborto è un diritto (doloroso, ma un diritto), nei tempi e nei limiti stabili dall’attuale legge. Entro i 90 giorni dal concepimento la donna può abortire qualora sussista “un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica” (art. 4), motivato anche dalla “incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari” (art.5). Dopo i 90 giorni, “l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro” (art. 6). L’aborto può essere compiuto in entrambi i casi fino a che non sopraggiunga la “possibilità di vita autonoma del feto” (art. 7.

Autonoma significa autonoma, non attraverso macchinari) e nel caso a) senza neppure questa limitazione.
E quanto all’obiezione di coscienza, l’articolo 9 è tassativo: gli enti ospedalieri e le case di cura sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale.
REGOLE E LEGGI. La legge non pone limiti a tecniche che rendano l’aborto meno pericoloso e/o doloroso. La pillola Ru486 fa ormai parte del prontuario farmaceutico autorizzato negli ospedali (del resto in Europa è di uso corrente da circa un ventennio). La sua fruizione è un diritto della donna. Come è un diritto (di ogni paziente) farsi dimettere dall’ospedale sotto propria responsabilità, anche a terapia non conclusa. Tutto il resto è prevaricazione e illegalità. Se il kombinat clerical-berlusconian-leghista vuole fare esperimenti “in corpore vili” contro le donne, faccia una legge che proibisce e punisce l’aborto. E andremo a un nuovo referendum. E l’opposizione (“se ci sei batti un colpo”) dimostri di non essere prona nel bacio della pantofola, ma faccia propria la bandiera dell’autodeterminazione delle donne. Oltretutto avrebbe la schiacciante maggioranza del paese con sé.

Il fatto che i governatori teo-leghisti abbiano già abbozzato un passo indietro ne è la riprova lampante.
 

LA CROCIATA. Tuttavia è evidente che la crociata clericale per trasformare il peccato in reato continuerà. Ma questo, paradossalmente, offre ai cittadini democratici e ad un’ipotetica opposizione parlamentare chance nuove e straordinarie per mettere alle corde il regime del ducetto di Arcore. Tutti i provvedimenti clericali in cantiere, non diversamente da quelli già realizzati, sono infatti altamente impopolari, e se contrastati con energia e coerenza possono fruttare alle opposizioni fortissimi consensi, e conflitti interni e tracollo di simpatie sul versante governativo. La questione dell’aborto è la più importante, perché tocca ogni donna in ciò che più le è intimo e insindacabile, la volontà o meno di maternità (e tocca di riflesso i tantissimi uomini che sentono questa libertà delle donne come irrinunciabile per ogni coppia). L’aggressione clericale contro tale libertà gioca sulla tastiera più ignobile: quella della criminalizzazione etico-psicologica ancor prima che giuridica, con accenti talmente indecenti da provocare rivolta e disgusto. Cos’altro vuol dire, infatti, la campagna contro la pillola RU486 all’insegna del “non è lecito banalizzare l’aborto”, se non che l’aborto, fino a che non sarà possibile delegittimarlo del tutto (tornando ai bei tempi delle mammane e del ferro da calza, e della galera), deve essere vissuto dalla donna con il massimo di ansietà, senso di colpa, tormento psicologico e malessere fisico?
 

Di fronte all’alleanza di inciviltà Bagnasco-Zaia e Ruini-Cota (cioè Ratzinger-Berlusconi, non nascondiamoci dietro un dito), si apre perciò doverosa, e facile di consensi popolari altissimi, la strada maestra del conflitto campale, che rivendichi il diritto della donna all’autodeterminazione, ed esiga che la sua scelta venga accolta da strutture pubbliche impegnate a garantirle tutta la serenità psicologica possibile e il minimo di dolore e disagio fisico. E se questo dovere di rendere minime (e tendenzialmente nulle) le sofferenze fisiche e psichiche della donna, ai truci pasdaran dell’ “abortirai con dolore” suonano come la “banalizzazione” dell’interruzione di maternità, tanto peggio per loro, rivendichiamolo senza complessi il diritto a tanta “banalizzazione”. E vedremo quanti italiani (e non solo italiane) seguiranno i nuovi sanfedisti nell’esaltazione della sofferenza come valore coatto, da imporre per legge.
 

PARLA IL REGIME. Il terreno del nuovo clericalismo, che il regime berlusconian-leghista, nella sua irrefrenabile pulsione di onnipotenza, ha ormai deciso di percorrere in lungo e in largo, offre anzi l’occasione di passare all’offensiva. Di rilanciare a 360 gradi, o se si preferisce ad alzo zero, la battaglia per la laicità in tutte le sue articolazioni, anziché ridursi sulla difensiva, tema per tema, solo quando il tetro connubio di trono e altare scatena il suo attacco. Perché non c’è una sola questione attinente alla laicità sulla quale i (dis)valori teo-berlusconiani non siano in abissale minoranza nella società italiana, dai costumi radicatamente e irreversibilmente secolarizzati. Sarebbe davvero un errore clamoroso credere diversamente, come due generazioni fa temeva il Pci, ai tempi dei referendum su divorzio e aborto.
Basta avere il coraggio di rilanciarla, la rivolta della laicità. Denunciando (anche in senso tecnico) l’abiezione per cui ci sono farmacie “cattoliche” che ormai si rifiutano di vendere i preservativi, e l’uso dell’obiezione (anch’essa trasformata in abiezione) di coscienza di medici e infermieri per vanificare il diritto della donna (mentre l’articolo 9, abbiamo visto, impone rotazione e spostamenti del personale sanitario per garantirlo). Denunciando il fiume di danaro alle scuole private, malgrado il tassativo divieto costituzionale e mentre quelle pubbliche vengono lasciate cadere a pezzi (alla lettera), e l’assurdo privilegio delle migliaia di insegnati di religione nominati dalla Cei e divenuti di ruolo senza concorso (e che potranno passare a insegnare altre materie, con buona pace di “precari” a vita scavalcati dalla iattanza papista), e della stessa ora di religione confessionale, relitto dei tempi bui di una “religione di Stato”.
 

Tutte cose di cui una campagna d’opposizione dovrebbe porre all’ordine del giorno la pura e semplice abrogazione. Esattamente come l’abrogazione dell’8 per mille, o almeno una sua radicale revisione, che consenta al contribuente di scegliere davvero se darlo alla Chiesa della Cei oppure alla ricerca contro il cancro (che Berlusconi ha garantito sarà debellato entro fine legislatura), anziché a quel generico “Stato” che per i cittadini (e anche nella realtà effettuale, ahimè) equivale al “magna magna” dei partiti. Per non parlare del diritto a morire secondo la propria etica, anziché subire la tortura che Chiesa e Stato vogliono obbligatoria per tutti i malati terminali.
Tutte battaglie da “vocazione maggioritaria”. Vinte in partenza. Purché si abbia il coraggio di lanciarle.

 

Paolo Flores d’Arcais     il Fatto 6.4.10