Il Papa toglie la scomunica al vescovo antisemita


Questione di ore prima dell'annuncio ufficiale: Benedetto XVI revocherà la scomunica ai quattro
vescovi della comunità scismatica fondata da monsignor Lefebvre. Le due parti tacciono ma non
smentiscono e questa di solito è una conferma. Decisamente una brutta notizia per l'eredità del
Concilio Vaticano II e bruttissima per i rapporti tra la Chiesa e gli ebrei, già tesi a causa di quella
preghiera in latino per la conversione dei giudei contenuta nel vecchio messale che papa Ratzinger
ha liberalizzato su ampia scala. Uno dei prelati lefebvriani prossimo a rientrare in "comunione" con
Roma ha pensato bene di occuparsi, oltre che di messe tridentine, anche dello sterminio degli ebrei.
Per Richard Williamson, rettore del seminario di La Reja in Argentina ed esponente ultras della
comunità scismatica, l'Olocausto non c'è mai stato. «Credo che le camere a gas non siano mai
esistite», ha sostenuto con assoluta tranquillità in un'intervista alla tv svedese Svt. Nei lager,
secondo il vescovo, sarebbero morti solo «due o trecentomila ebrei» e nessuno di loro sarebbe
passato sotto le "docce" asfissianti delle belve naziste. Williamson si dice disinteressato alla parola
«antisemitismo» e afferma: «Le prove storiche, in misura preponderante, vanno contro il fatto che
sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas come effetto di un ordine deliberato di
Hitler».
Lo scisma di Econe non è ancora risolto ma siamo molto vicini. Per il clero di più basso rango non
ci sarà bisogno di un analogo provvedimento. La scomunica infatti dipende dal fatto che i vescovi
furono ordinati senza consenso papale.
Il vescovo Williamson, che cominciò a dir messa nella chiesa anglicana e poi si convertì al
cattolicesimo, non è nuovo a dichiarazioni antisemite. Oltre vent'anni fa ripropose sul settimanale
Catholic Herald l'esistenza del falso storico "Protocolli dei Savi di Sion". La polemica sulla sua
ultima intervista, registrata a novembre, è già esplosa, lontano dalle stanze apostoliche d'Oltretevere
ma vicino alle terre natali di Ratzinger, in Germania oltre che in Svezia. Non è la prima volta. A
Natale il capo dei lefebvriani tedeschi Franz Schmidberger, ha rilanciato con lettera circolare
l'antica accusa di deicidio contro gli ebrei suscitando la protesta delle organizzazioni ebraiche.
La pace con i figli di Lefebvre porta dunque molti guai in Vaticano. Le loro posizioni politiche e
"culturali" vanno ben oltre i dissensi, pur densi di significato, su come celebrare una messa.
Che Ratzinger volesse riammettere questi nostalgici, nemici giurati del Concilio e di ogni altra
riforma nella Chiesa, era evidente da tempo. Appena eletto papa aprì le porte della sua residenza
estiva di Castelgandolfo a Bernard Fellay, successore di Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio
X. Non si trattò di un accordo ma neppure soltanto di un atto di cortesia. Del resto, i rapporti non
erano mai stati interrotti. L'apposita commissione Ecclesia Dei, voluta da Wojtyla, ha continuato per
anni a cercare una via d'intesa. Con papa Ratzinger si è intensificata la politica del "carciofo" per
cui alcuni gruppi tradizionalisti locali, dal Brasile alla Francia, sono stati riammessi nelle rispettive
diocesi con statuti particolari. Il restauro liturgico ha fatto il resto. Dal 14 settembre dello scorso
anno la messa tridentina, appena depurata dell'invettiva contro i "perfidi giudei" è stata riabilitata
come libera scelta delle comunità di fedeli, grazie al decreto "Summorum pontificum".
Contemporaneamente il responsabile liturgico del papa ha guidato un progressivo restyling
conservatore delle messe papali: fedeli in ginocchio per la comunione, ostia in bocca anziché nella
mano, il momento solenne dell'eucarestia celebrato dando le spalle all'assemblea.

I lefebvriani vorrebbero di più, in pratica manderebbero volentieri al macero i documenti conciliari,
incluso il decreto sulla libertà religiosa che, come si è scoperto, reca la firma dello stesso Lefebvre.
Ma due dei più grandi ostacoli per la riconciliazione sono ormai rimossi: il dissenso sulla liturgia e
la scomunica dei vescovi. Fellay ne aveva chiesto esplicitamente la revoca e ora l'ha ottenuta. Lo
scisma è ormai depotenziato, molti seguaci sono ormai rientrati nelle file "ortodosse". Resta da
compiere l'ultimo atto: uno statuto speciale per la Comunità dei tradizionalisti. Il codice canonico e
le stesse innovazioni conciliari offrono alcune possibilità. L'Opus Dei, ad esempio, gode di una
"Prelatura personale" capeggiata da un vescovo, come se fosse una diocesi di dimensione mondiale.
Per i difensori del papa la pace lefebvriana è un gesto di magnanimità verso il "pluralismo" interno
alla Chiesa. Per altri è un'ulteriore picconata a quello spirito innovatore del Concilio che, d'altra
parte, Ratzinger ha sempre visto con sospetto: per lui infatti il Vaticano II non va interpretato come
rottura ma in continuità col passato.

Sarà comunque imbarazzante per il Vaticano presentare agli interlocutori dell'ebraismo monsignor
Williamson, negazionista in "comunione".

Fulvio Fania       Liberazione 23 gennaio 2009