IL PALLONE INCATENATO

«In galera, in galera!». Ormai, questa è la diventata la soluzione nel nostro paese per risolvere i problemi più delicati, le questioni più spinose. Anche nel calcio. Lo ha detto ieri il presidente della Lega, Antonio Matarrese: costruiamo le celle negli stadi per metterci i violenti. Dopo tante promesse, tante premesse, ecco l'antidoto per un pallone che, da tanto - troppo tempo sta rotolando sempre più in basso: adesso verso gli stadi-prigione. Come dire: ci deve pensare l'ordine pubblico, non c'è altra soluzione. E la questione morale? E le ragioni materiali del delirio cui assistiamo troppo spesso? Club collusi con la criminalità organizzata, scandali, l'ombra spessa del doping, follie miliardarie, un pubblico apatico di telespettatori, un football sempre più virtuale, dove mancano i bambini sugli spalti, dove sono svaniti i colori, dove non c'è più la passione. Non era questa l'Italia, anche per quanto riguarda lo sport più polare e amato, che volevamo, e che vogliamo. Ma chi ha ucciso il calcio? Il teppismo va fermato, è ovvio: ma il «male» del pallone è antico, comincia con la perdita del «recupero settimanale dell'infanzia» narrato da Javier Marias nel suo libro di memorie «Selvaggi e sentimentali». Le parole del pallone post-innocenza sono: «denaro», «potere», «vittoria». I modelli di riferimento non sono più la fantasia, quella «ragione della sconfitta» a lungo predicata ma mai praticata, il club come un bene comune, dove il dribbling contava più del marketing. I giovani crescono con il mito del Supergiocatore e i padri li supportano, con arroganza, con cinismo. Lo stadio, così, diventa il luogo di un fanatismo ottuso e delirante, quasi una terra di nessuno, e il calcio non è più «l'unico grande rito rimasto nel nostro tempo» raccontato da Pier Paolo Pasolini, lo scrittore corsaro che molto, moltissimo aveva capito della società italiana più di trent'anni fa. Già, quanta nostalgia per quando il football era «un elemento fondamentale della cultura contemporanea», così come sentenziò Thomas Stearns Eliot. E per il tifo narrato da Giovanni Raboni: «Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quelli che si spera di continuare a essere». «Prigione» è diventata la parola più gettonata da un po' di tempo a questa parte: nei discorsi politici, nel linguaggio quotidiano. Mostrare il pugno di ferro e non andare alla scoperta di verità scomode e, purtroppo, antiche: questa è la regola. Oggi è importante urlare: forte, sempre più forte. Mostrare la faccia dura. I muscoli. Non solo nel calcio. Sempre. In qualsiasi luogo. Contro tutto e tutti.

 

Darwin Pastorin      Il manifesto 12/09/08