“Sei troppo nero per lavorare con noi”

Al telefono non puoi accorgerti della «differenza». Abdoulaye Guitteye è arrivato a Torino dal Mali
nel 2001 e dopo nove anni di permanenza qui, parla un italiano perfetto, una vaga inflessione
romana, forse assorbita dalla tivù.
Già, la differenza. Abdoulaye è uno dei ragazzi stranieri che l’ha raccontata in un video di Maurizio
Dematteis che fa parte del progetto «Giovani, cittadinanza e lavoro. Un confronto interculturale»,
curato dall’Istituto Euromediterraneo Paralleli. Questo ragazzo di 21 anni, padre operaio, madre che
assiste gli anziani malati negli ospedali, sorella che studia Economia, nel filmato testimonia
difficoltà che non hanno a che fare con la crisi, ma con il colore della sua pelle: un racconto che
abbiamo approfondito, che mette a disagio e che rappresenta la condizione di tanti africani.
Il ristorante. «Nei mesi scorsi un mio amico italo-brasiliano che lavorava in un ristorante-pizzeria di
corso Casale aveva convinto il suo titolare ad assumermi», spiega Abdoulaye. «Ho detto sì, ho dato
il curriculum al mio amico: funzionava e così mi sono presentato. Ma il proprietario, come mi ha
visto, ha cominciato a dire “Mi spiace, non abbiamo più bisogno”. E così via. Mi faceva capire che
c’era qualcosa che non andava. Poi è passata una donna. Lei è stata più chiara: “No, gente di colore
qui non ne vogliamo. Magari cinesi o marocchini, sì, ma negri no
”. Così ha detto. Il mio amico, che
adesso non è più lì, è mulatto. Forse, visto che il mio nome è arabo, avevano pensato che fossi
marocchino: una gradazione di colore ancora accettabile...».

Abdoulaye ricorda un suo lungo soggiorno in Francia. «Ho lavorato in un McDonald’s a contatto
con il pubblico, nessuno ha mai detto una parola sul colore della mia pelle. In Francia ero un essere
umano come i bianchi, con cuore e sentimenti uguali. Qui la gente ti offende senza motivo. Mi
spiace: io voglio bene all’Italia, i miei amici sono qui, la mia ragazza è italiana, ma mi capita troppo
sovente di soffrire.
Se potessi andrei dalle mie zie in Canada, ma senza cittadinanza non è
possibile». La mancanza della cittadinanza è anche la condizione che gli impedisce di realizzare il
suo sogno: entrare in polizia.
L’albergo. «L’estate scorsa avevo trovato un’occasione di lavoro in un albergo di Rimini: animatore
per i bambini. Sono partito, mi sono pagato il viaggio, ho fatto tre giorni di prova. Alla fine del
terzo il proprietario mi dice: “Io ti terrei, ho visto che i bambini sono contenti. Le loro mamme,
però, non lo sono”. Io ho capito, in fondo lui doveva accontentare i clienti. Però... Quando mi ha
proposto di rimanere gratis, alloggiato, certo, fino all’arrivo del nuovo animatore, mi sono offeso e
sono tornato a Torino».
Il mercato. «Continuo ad essere disoccupato. Così, per aiutarmi, i miei amici che vendono borse e
vestiti al mercato il sabato mi chiamano a dare una mano. Lì è normale una battuta, qualche
parolaccia. Ma quando senti certe signore che dicono all’amica “Vieni via che quello è un negro”, ti
verrebbe da rispondere. Non lo fai perché se scoppia una vera lite e qualcuno chiama la polizia... i
poliziotti non andrebbero dalla signora che mi ha insultato, verrebbero da me».
Parlando con Abdoulaye non solo di lavoro, emergono altre ferite. Scuola e oratorio. «Le cose non
sono cambiate molto da quando sono arrivato, nove anni fa. A scuola, alla Baretti di via Santhià,
c’era sempre qualche bulletto che mi dava del “negro”. E anche all’oratorio. Ma mai che un “don”
dicesse qualcosa a chi mi dava del “negretto”. No, la mia vita non è stata e non è bella. Alla fine ti
fanno sentire come uno che non vale niente».

In dieci anni che sono in Italia non ho mai avuto nessun tipo di problema di razzismo». Una risposta
fulminea come uno dei suoi gol dentro l’area quella di David Trezeguet, l’attaccante juventino
ospite ieri in piazza Castello di «Open Mind», la kermesse con cui Comune, Ministero degli Interni
e Fondo Europeo per l’Integrazione celebra la settimana della cittadinanza.
Episodi di discriminazione si verificano con implacabile frequenza in qualunque ambiente, anche
nel calcio, il caso più recente e famoso riguarda Balotelli. Che opinione si è fatto?
«Ho compagni che hanno sofferto di discriminazioni, poichè non erano bianchi hanno avuto
difficoltà, soprattutto fuori dal campo. Ferisce tutti i calciatori quando alcuni ricevono cori di insulti
mentre giocano. Noi giocatori da qualche tempo però siamo più consapevoli di noi stessi e posso
affermare che almeno all’interno del nostro ambiente, nelle squadre, certe cose non succedono. Noi
calciatori siamo sulla strada giusta per evitare che episodi simili si ripetano».
Pensa che il calcio possa tracciare una via comune verso l’uguaglianza e il rispetto?
«In Francia ho imparato tantissimo sul razzismo e come combatterlo. Sono rientrato in Francia a 17
anni e non parlavo la lingua, ho avuto difficoltà negli studi ma sul campo di calcio no. Mi hanno
adottato subito. E nella squadra che vinse il Mondiale nel 1998 l’integrazione è stata perfetta.
 

Maria Teresa Martinengo     La Stampa  30 ottobre 2009