«Giusto distinguere tra peccato e reato. Sbagliato accreditarlo come
leader cattolico»

intervista a Paolo Prodi, a cura di Gian Guido Vecchi

«Be’, mi pare giusto. La saggezza della Chiesa è sempre stata di distinguere tra la sfera della
coscienza privata e quella dell’etica pubblica». Il professor Paolo Prodi, accademico dei Lincei, tra i
massimi studiosi di storia della Chiesa, si concede una delle sue risate aperte. «Meno male. Si
andava perdendo, quella distinzione...»
È giusto non infierire?
«Può essere un’occasione di recuperare quella saggezza secolare, la capacità di distinguere tra
peccato e reato. L’importante è che questa distinzione tra privato e pubblico sia custodita con
coerenza nei rapporti col potere politico: in altri casi, la Chiesa si è appellata alla 'coscienza' dei
parlamentari per dare indicazioni di voto».
Ma a lei, da cattolico, questa storia non fa un po’ effetto? Tanto più dal leader di un partito
che si accredita come difensore dei valori cattolici?

«Appunto!».
Appunto in che senso?
«Vede, noi cosiddetti cattolici democratici abbiamo passato la vita a difendere la laicità dello Stato.
Se qualcuno ha voluto far passare Berlusconi come un cattolico e difensore dei valori, problemi
suoi. Ma ci vorrebbe un po’ di pudore».
Dal punto di vista cattolico non si richiede coerenza tra comportamenti privati e pubblici?
«Certo. Ma questo non riguarda la distinzione che facevo prima. E comunque il problema è politico.
Parlo da cittadino, non da cattolico: al di là della coscienza, se rappresenti l’Italia non puoi avere dei
comportamenti che danneggiano l’immagine del Paese davanti al mondo. Riguarda l’etica della
responsabilità, per dirla con Max Weber, anche se mi spiace citare Weber per una cosa così
banale...».
Il caso Noemi è banale?
«Se mi chiede se sia peggio quello o il caso Mills, è chiaro che dico Mills. Ciò non toglie che il
premier abbia il dovere di rispondere, di fare chiarezza. Però il problema non è Berlusconi ».
E qual è?
«Siamo noi italiani. Mi sconvolge e intristisce il consenso intorno ad un uomo che si comporta così.
Ma nessuno o quasi si scandalizza. È una questione antropologica, prima che politica: il modello di
successo che propone, le code per fare il Grande Fratello o le veline, è molto più grave del caso
Noemi»

Corriere della Sera  27 maggio 2009