«La Resistenza scelta di vita. Implica vera conversione»
intervista a don Luisito Bianchi a cura di Paolo Viana

Se lo ricorda bene Stalino, che era salito in montagna con i partigiani per poter guardare ancora
negli occhi suo figlio: «Alla fine della guerra è tornato a fare lo stradino». Il Rondine, invece, nei
boschi di Bobbio ci è rimasto: «Ha difeso il Piero, che era il dottore e suo amico: la pallottola ha
colpito lui». Rileggiamo con don Luisito Bianchi La messa dell’uomo disarmato, il racconto degli
anni più caldi della lotta partigiana, narrati da un prete che ha fatto della gratuità il suo stile di vita e
che oggi, a 82 anni, vive nel monastero di Viboldone, alle porte di Milano, immerso nei ricordi. A
dire il vero, lui li chiama «memoria», perché quelli sbiadiscono, mentre la memoria si può attualizzare,
con un pizzico di fede. Don Luisito, prete operaio e partigiano nel cuore di fede ne ha
tanta e infatti continua a credere «in un mondo diverso», ben sapendo in quale stia vivendo. Anzi,
proprio per questo, ci dice, lui continua ad aspettarlo.
 

Il sottotitolo del suo libro è «Un romanzo sulla Resistenza». Ammetterà che è un genere strano
per un prete.

Non più di tanto, se si considera che fu proprio la Resistenza a forgiarmi, a farmi prendere la decisione
di fare il prete. La chiamata era già avvenuta, certamente, ma vivevo anche un profondo travaglio
e l’esempio di chi rischiava la propria vita per la libertà degli altri mi fece fare il passo verso la
gratuità.
Cosa c’entra la gratuità con un periodo di odi, stragi e vendette?
I ragazzi che sceglievano la lotta partigiana erano poco più vecchi di me, mi parlavano di un mondo
di giustizia, molti di loro erano persone semplici, che non facevano questa scelta, mettendo a repentaglio
la vita e gli affetti, con un obiettivo personale ma perché rispondevano al desiderio di
cambiare la società italiana. Quel che mi colpiva di più era la freschezza di questa testimonianza, la
sua gratuità, scevra da ogni odio, da ogni rancore. Ne ho conosciuti tanti che sono partiti perché
quella era la scelta giusta e che non sono tornati. Me li porto dentro, come porto con me la memoria
del 26 luglio del ’43, quando le strade di Vescovato, il mio paese, nel Cremonese, si riempirono di
gente incredula per la caduta del fascismo e si credeva veramente di essere entrati in una nuova
civiltà. Durò poco. L’ 8 settembre fu uno choc.
E il 25 aprile?
La festa chiassosa dei partigiani dell’ultima ora, quelli che la guerra sulle montagne non l’avevano
fatta perché non sapevano neanche sparare. Per mesi, migliaia di persone avevano messo in gioco se
stessi per realizzare un ideale di giustizia sociale e di pace che quel giorno si spense. Paradossalmente,
nel giorno della Liberazione fu chiaro che le grandi speranze della Resistenza non si erano
realizzate.
Eppure lei ha continuato a crederci, al punto di improntare tutta la sua vita sacerdotale a
questi ideali, giusto?

La Resistenza fu l’avvenimento di cui dovevo fare memoria. Aver conosciuto quei ragazzi e le loro
speranze non poteva passarmi addosso e infatti iniziai a scrivere, capendo che fare memoria con gli
scritti e con la testimonianza significava attualizzare quel sogno che non si sarebbe compiuto. Ecco
perché ho sempre celebrato la Resistenza e il 25 aprile e continuo a farlo.
Cosa significa 'fare memoria' della Resistenza?
Gesù Cristo ci dice 'fate questo in memoria di me' e in quel momento il corpo e il sangue di Dio
irrompono nella vita. In altro modo, fare memoria di un fatto storico, per quanto incompiuto, significa
attualizzare il messaggio di chi ha rischiato la vita per realizzarlo, non riuscendoc
i.
Cosa dice quel messaggio?
La vera Resistenza è quella al potere, ad ogni potere. Non è Resistenza quella che abbatte un potere
per instaurarne un altro.

In altre parole...
In altre parole, la Resistenza finisce il 25 aprile, in tutti i sensi. Dopo quella data c’è solo la politica.
Quest’anno tutta la politica italiana si ritrova a festeggiare la Resistenza. Cosa ne pensa?
Non so con quali motivazioni i diversi leader dei partiti si accingano a festeggiare il 25 aprile. La
Resistenza è una scelta di vita, implica una conversione alla gratuità e deve avvenire ogni giorno,
non solo oggi.
Il cristiano non ha esitazioni a schierarsi dalla parte dei poveri e della giustizia,
contro la violenza, ieri come oggi. Non ha esitazioni a scegliere la gratuità, la Charis, la Grazia
evangelica, che gratuitamente ci è concessa dal Signore. Ne ho visti tanti di cattolici che
sceglievano la lotta partigiana con questo spirito. Se i politici che festeggiano il 25 aprile si
convertono a un diverso stile di accoglienza dell’altro e di gratuità nella vita allora hanno adottato
veramente gli ideali della Resistenza. Altrimenti...

“Avvenire”  25 aprile 2009