«Dobbiamo ribellarci contro chi pretende di cancellare la memoria»

conversazione con Elie Wiesel a cura di Umberto De Giovannageli


Ricordare è un investimento sul futuro e non solo un tributo alla memoria delle vittime di un tragico
passato. Non possiamo, non dobbiamo dimenticare ciò che accadde nei lager nazisti. E che al fondo
dell'Olocausto vi era il proposito di annientare gli ebrei, colpevoli di esistere: chi continua a negarlo
infligge alle vittime dei campi di sterminio una seconda morte. Come non vedere che nel voluto
oblio della memoria c'è chi cerca di costruire una nuova pratica dell'intolleranza?». A parlare, è Elie
Wiesel, premio Nobel per la Pace 1986, che nei campi di sterminio di Auschwitz (vi perse la madre,
il padre e la sorellina) e Buchenwald trascorse undici mesi. Ricordare non è solo un tributo ai
milioni di donne e uomini annientati nei lager. «L'antisemitismo e l'odio razziale, riflette Wiesel,
segnano anche questo inizio secolo. Non posso perdonare gli aguzzini e coloro che ne esaltano le
gesta». Oggi ricorda Elie Wiesel, lo spettro di una nuova Shoah torna ad essere agitato da «una
figura che non può avere un posto nel panoramadei leader politici internazionali. Dovrebbe
diventare "persona non grata", per ciò che sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità.
Il nome di questa persona èMahmoud Ahmadinejad: costui rappresenta la parte più buia
dell'orizzonte politico odierno». «Stiamo lasciando alle nuove generazioni un mondo pieno di paura

- riflette il grande scrittore della Memoria - cosa ne faremo, lo trasformeremo in una fortezza?»
Professor Wiesel, a Roma sono riapparse scritte contro gli Ebrei e che negano la Shoah. A un
ragazzo di oggi che le chiedesse: cosa è stato l'Olocausto, che risposta darebbe?


«È stato il Male assoluto. Ecco cosa è stato. Ciò che ha caratterizzato quel periodo fu una
determinazione assoluta nel pianificare e condurre a compimento l'annientamento di unpopolo.
Questo è stato l'Olocausto, in questo consiste la sua novità rispetto al passato: per la prima volta
nella storia, si intendeva eliminare completamente dalla faccia della terra un popolo. Gli ebrei non
furono perseguitati e sterminati per motivi specifici, perché credevano o non credevano in Dio,
perché erano ricchi o poveri, o perché professavano ideologie nemiche: no, gli ebrei venivano
uccisi, umiliati, torturati per il semplice fatto di essere tali. Perché erano colpevoli di esistere:
questo è l'orrore incancellabile della Shoah»

La memoria dell'Olocausto sembra smarrirsi: c'è chi afferma che ciò è un bene, che ricordare
serve solo a perpetuare antiche divisioni.


«No, no, sono assolutamente contrario. Dimenticare le vittime significa null'altro che infliggere loro
una seconda morte! Una vera riconciliazione, inoltre, non può avvenire che a partire dal ricordo,
preservando la memoria di ciò che furono quegli anni. È vero: oggi c'è chi esalta l'oblio, chi ritiene
giunto il momento di archiviare il passato. A questa operazione sento il dovere morale di ribellarmi,
ieri come oggi: perché per nessuna ragione al mondo è possibile cancellare la distinzione tra il
carnefice e la sua vittima. Ed ancor oggi l'Olocausto insegna che quando una comunità viene
perseguitata tutto il mondo ne risulta colpito».

La diffidenza verso il diverso sembra oggi concentrarsi sui Rom…

«Di nuovo dovrebbe sorreggerci la memoria: ricordo che nei lager nazisti morirono migliaia e
migliaia di rom. Morirono assieme a milioni di ebrei. Non intendo entrare in polemiche politiche,
ciò che voglio dire è che l'Europa ha un debito verso la popolazione rom. Questa consapevolezza
dovrebbe guidare la definizione di politiche di integrazione, il che naturalmente non significa
giustificare comportamenti malavitosi che riguardano la persona, il singolo individuo e non l'etnia
di appartenenza. Mi lasci aggiungere che la multietnicità propria delle società moderne non va
vissuta come un pericolo bensì come un valore, una opportunità comune di crescita, ma perché
questa aspirazione si trasformi in realtà compiuta è necessario far vivere una cultura della
solidarietà che è qualcosa di più ricco e impegnativo di una cultura della tolleranza. Sento parlare di
classi separate per bambini immigrati, di sbarramenti…, ma una società multietnica pienamente
democratica, deve abbattere i ghetti e non realizzarne di nuovi. L'inclusione non è nemica di un
comprensibile bisogno di sicurezza».

Per chi ha vissuto l'esperienza dei lager nazisti ha un senso la parola «perdono»?

«È la domanda che ha accompagnato la mia esistenza di sopravvissuto. Ma parole come perdono o
misericordia non trovano posto nell'inferno di Auschwitz, di Buchenwald, di Dachau, di
Treblinka.... No, non è possibile perdonare gli aguzzini di un tempo e coloro che ancora oggi ne
esaltano le gesta. In questi sessantatre anni, ho pregato più volte Dio e la preghiera è la stessa che
recitavo quando ero rinchiuso nel lager: "Dio di misericordia, non avere misericordia per gli
assassini di bambini ebrei, non avere misericordia per coloro che hanno creato Auschwitz, e
Buchenwald, e Dachau, e Treblinka, e Bergen-Belsen... Non perdonare coloro che qui hanno
assassinato. Ma questo non vuol dire condannare per sempre il popolo tedesco, perché noi ebrei, le
vittime, non crediamo nella colpa collettiva. Solo il colpevole è colpevole. I nostri aguzzini
volevano cancellare la nostra identità, prima di negarci la vita, per ridurci solo a numeri, quelli
marchiati a fuoco sulle nostre braccia. Ma non ci sono riusciti: hanno ucciso sei milioni di ebrei ma
non sono riusciti a cancellare la nostra identità».,

Dal passato ad un presente inquietante. Lei ha usato parole durissime contro il presidente
iraniano Ahmadinejad. Perché?


«Perché costui, nel ridicolizzare le verità storicamente accertate, nell'offendere la memoria dei
sopravvissuti all'Olocausto ancora vivi, glorifica l'arte della menzogna. Da numero uno dei
negazionisti al mondo, da antisemita con una mente disturbata, dichiara che la "soluzione finale" di
Hitler non è mai esistita. E non basta. Secondo Ahmadineiad, non c'è stato un Olocausto nel
passato, ma vi sarà nel futuro. Elucubrazioni di un fanatico?Sì, ma il fanatico si rivolge a folle che
plaudono alle sue idee. Parole vuote?Lui non parla per nulla. Sembra impegnato nel mantenere le
sue "promesse". Sarebbe un errore mettere in dubbio la sua determinazione. Una persona non
predica odio per niente. Appartengo a una generazione che ha imparato a prendere sul serio le
parole del nemico. Anche perché queste parole sono accompagnate da fatti: chi c'è dietro
l'organizzazione terrorista degli Hezbollah?L'Iran. L'Iran li fornisce di tutte le armi più sofisticate e
degli ufficiali che addestrano le loro milizie. Gli Hezbollah non vogliono la nascita di uno Stato
palestinese a fianco dello Stato d’Israele. Il loro unico obiettivo - e del presidente iraniano - è la
distruzione di Israele. Ecco perché io sostengo che Ahmadinejad non può avere un posto nel
panorama dei leader politici internazionali. Dovrebbe diventare "persona non grata", per quello che
sta facendo al suo Paese, al suo popolo, a tutta l'umanità».

Israele. Cosa rappresenta per Lei?

«L'alba dei nostri sogni. L'affermazione del diritto del popolo ebraico ad un suo focolaio nazionale.
Un diritto difeso a caro prezzo in questi 60 anni».

Israele potrà un giorno vivere in pace con i palestinesi?

«È la speranza che so di condividere con la grandissima maggioranza degli israeliani consapevoli
che non esiste altra soluzione che quella di due Stati che vivano fianco a fianco, optando per la
pace. Ma perché ciò possa accadere è necessario che i palestinesi comprendano che non è con l'odio
e la violenza praticati da gruppi estremisti come Hamas che vedranno realizzate un giorno le loro
aspirazioni».

 

l'Unità  26 ottobre 2008