“da Sturzo a Moro, la politica ideale”

intervista a Raniero La Valle a cura di Bruno Quaranta

 

 A un tiro di schioppo da Porta Pia, a un colpo di baionetta dal Papa Re. Un angolo di Roma che

riconduce a quando il Tevere non era né largo né stretto, ma semplicemente, cinicamente, fino

all’ultima goccia, in partibus fidelium (i falegnami - un ricordo di Stendhal - che inchiodavano la

bara di Leone XII scherzando «continuamente; erano battute alla Machiavelli, argute, profonde e

cattive»). Raniero La Valle, intellettuale cattolico di raffinate inquietudini (il Mauriac che scorge

nella vita di ciascun uomo un dio in agguato), irregolare sino ad aderire (Anni Settanta) alla Sinistra

Indipendente, dopo aver diretto il democristiano Popolo e L’Avvenire d’Italia, nonché curato la

rubrica «Uomini e religioni» per La Stampa, continua a bussare, a interrogare, a frequentare il

mistero.

Se questo è un Dio, il suo nuovo journal d’anima, non ha forse il respiro così drammatico, eppure

così spalancato alla speranza, racchiuso nel «quesivi et non inveni», ho cercato e non ho trovato, e

là dove ho trovato un’ulteriore sete ho provato? Quale Dio? Impavidamente nel mondo, auspicando

- sono versi di padre Turoldo - che «mandi, il cielo o l’inferno, qualcuno / che a mente fredda e

occhi / di vetro ci narri / il futuro, e non ceda / alla certezza di essere deriso».

Inaugurando «Se questo è un Dio» lei afferma: «Credo, a questo punto della mia vita, di

essere quella cosa lì, le persone che ho ascoltato e i libri che ho letto, anche se il discorso è

mio». Quale tra le persone?

«Papa Giovanni. Ha segnato un’epoca realizzando un sogno che neanche avevamo formulato.

Diventai direttore dell’Avvenire d’Italia con il suo consenso, necessario. Ricordo che il segretario di

Moro, Salizzoni, mi disse: “Per lei si è aperto il portone di bronzo”. Roncalli mi farà chiamare, a

titolo di incoraggiamento. Mi confidò, tra l’altro, che quotidianamente recitava il Rosario tre volte,

dedicando la terza posta ai bambini nati in quel preciso giorno, a tutti i bambini, indistintamente».

Quale tra i libri in cima?

«A parte la Bibbia, va da sé, il più frequentato... Indicherei, di Paolo Sacchi, la Storia del Secondo

Tempio (dall’esilio babilonese al 70 d.C., alla distruzione del Tempio); di Paolo Prodi Una storia

della giustizia (là dove si spiega, forse neppure volendolo, come la Chiesa sia diventata); di Carl

Schmitt non pochi titoli, come Le categorie del politico: mi ha messo in guardia dalla politica qual è

in Occidente, spiegandomela (il conflitto tra amico e nemico), mentre per me è la ricerca del bene

comune».

In «Se questo è un Dio» a difettare sono gli scrittori e i poeti, con l’eccezione di Padre Turoldo,

i suoi versi in copertina...

«Padre Turoldo dice cose che hanno valore di Rivelazione: l’infelicità di Dio siamo noi, non gli si

può chiedere di guarirci, creando l’uomo ha dovuto limitare le propria onnipotenza... Con Turoldo

(e Alberigo, Balducci, Claudio Napoleoni...) realizzai la rivista Bozze. L’ho sempre avuto accanto.

Penso al covegno di Bozze - si svolse a Ragusa - “Invece dei missili”. Girammo la domanda a

Sciascia. Rispose: “Invece dei missili, l’acqua”. Ebbene: organizzammo una veglia di preghiera

intorno alla base di Comiso, il testo lo redasse padre Turoldo».

A proposito di scrittori. «Se questo è un Dio» riecheggia nitidamente «Se questo è un uomo» di

Primo Levi...

«Sicuramente. Se questo è un Dio... Sì, lo abbiamo maltrattato. Ci siamo sbagliati su Dio. Se ci si

sbaglia su Dio, non solo l’uomo, ma anche Dio è perduto».

Quale il maggiore errore commesso dalla Chiesa su Dio?

«Nell’ultimo millennio, uno madornale: se ne è impadronita, si è messa al suo posto, annichilendo

l’immensa differenza qualitativa».

Una sorta di oscuramento, di fraintendimento, dell’Incarnazione...


 

 

 

«L’Incarnazione è un gesto ermeneutico. Dio si spiega con Dio. Nel prologo di Giovanni si legge:

“Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”,

lo ha fatto conoscere, ne ha fatto l’esegesi, come meglio significa il testo greco».

Poi verrà il Concilio Vaticano II...

«Oggetto di un grande, duraturo conflitto. Benedetto XVI - un suo merito, meglio saperlo - l’ha

portato alla luce: l’autorizzazione della messa tridentina è un ritorno al passato».

La rivoluzione del Concilio...

«Non sarà più Extra Ecclesiam nulla salus. Il Concilio non dice che la Chiesa di Cristo è, ma che

sussiste nella Chiesa cattolica, in essa non esaurendosi, superando così Pio XII. Il disegno di

salvezza abbraccia gli ebrei, i musulmani, quanti altri riconoscono il Creatore, alligna nella

coscienza di ciascun uomo - “la coscienza che è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove

egli si trova solo con Dio”. Ciò vuol dire perdere il potere spirituale, dopo l’addio al potere

temporale nell’Ottocento».

Raniero La Valle è stato, per l’«Avvenire d’Italia», il cronista del Concilio...

«Lo ritrovo, lo medito, lo ascolto nel volume delle Edizioni Dehoniane di Bologna che accoglie

costituzioni, decreti, dichiarazioni, discorsi, messaggi».

Il Concilio, da papa Giovanni a Paolo VI, non propriamente il suo Papa...

«Già: depose Lercaro, chiuse L’Avvenire d’Italia... Gli contestammo un eccesso di mediazione,

rischiando così di spegnere la forza profetica del Concilio. Ma se non avesse dispiegato questa forza

mediatrice - va riconosciuto - oggi forse non sapremmo neanche difendere quella luminosa

stagione».

Dialogando con Guitton, Montini distingue: fra i Concilî d’antan, «opera di teologi,

soprattutto preoccupati di impartire lezioni di dottrina» e il Vaticano II, che «aveva

un’intenzione pastorale (...). Cioè la ricerca di un dialogo della Chiesa con il mondo, (...) il

ministero più che il magistero... ».

«Ma il Vaticano II ha pure un valore teologico, e non lieve. Un esempio? Un anno fa la

Commissione teologica internazionale ha revocato una dottrina millenaria, da Agostino a Pio XII,

secondo cui i bambini non battezzati non si salvano. La Chiesa si accorge che una cosa è la dottrina,

una cosa è la fede. E lo afferma appellandosi al Concilio, alla gerarchia delle verità (non tutte sullo

stesso piano) dal Concilio stabilita. E’ più importante la verità biblica - Dio vuole tutti gli uomini

salvi - che non la specificazione neotestamentaria (la salvezza passa attraverso il battesimo). Come

non ripensare al Rosario di Papa Giovanni?».

La gerarchia delle verità... Giusto trent’anni fa, con il caso Moro (da Einaudi riappaiono le

«Lettere dalla prigionia»), trionfava la ragion di Stato...

«Fui tra i pochi a sostenere la linea della trattativa (e l’autenticità delle lettere). La Repubblica

germinata dalla Costituzione è finita in quei tragici 55 giorni, non essendo riusciti - la Dc e il Pci - a

gestire il caso Moro. Lo intesero alla stregua di un fatto di ordinaria eversione, mentre indicava

l’impossibilità dell’Occidente di pensare in un modo nuovo. Moro, dopo il centro-sinistra, ancora

una volta si era rivelato lungimirante: teso a mettere insieme due visioni politiche, una fondata

sull’antropologia cristiana, l’altra sull’antropologia marxista (non a caso dopo il Vaticano II la

stessa Chiesa aveva istituito il Segretariato per i non credenti). Non mirava a forgiare l’homo novus,

ma a individuare ulteriori strade per costruire la città dell’uomo, di mediazione alta in mediazione

alta».

La tradizione del cristianesimo politico...

«Non è più visibile. Sopravvive in alcuni individui... Nel nostrano deserto auspico che riprenda -

non mi si domandi in quali forme - la tradizione della Sinistra cristiana, da Murri a Sturzo, alla

Costituente, a Dossetti, a Moro...».

Lei si accomiata affermando: «Anche la politica può cambiare. Perché non c’è solo agonia,

letamaio, pessimismo, “teologia Crucis” e Venerdì santo. (...) c’è la gioia pasquale come

possibilità storica...». Si vorrebbe obiettare: in quale Italia vive?

«Un credente sa che c’è la notte e che c’è l’alba. Una storia politica che si prega nella preghiera: è

qui la speranza».


        Su Roma pesano le nubi. Oggi. Non sempre. Come non riandare alla visione post-conciliare di

Jemolo? «Sul fresco cielo, appena lavato dalla pioggia, ti ergi chiara dinanzi ai miei occhi, cupola di

San Pietro. Non c’è linea che più riesca attraverso i sensi a giungermi al cuore di quella che ti

circoscrive, e che pare realizzare l’antica aspirazione dell’uomo, il ponte gettato tra lui e il cielo».

 

“La Stampa”   22 marzo 2008