Ma qualcosa si muove


Un passo indietro, o quasi, e uno avanti. Mentre il Vaticano non sembra rinunciare a una discutibile
battaglia di principio intorno ad alcune norme, giudicate inammissibili, della legislazione dello
Stato italiano, su altri terreni, finalmente, qualcosa si sta muovendo. Con prudenza, ma nemmeno
troppo lentamente, una novità importante sta maturando all'interno del mondo cattolico sui temi
della vita, della morte, del rapporto fra l'umano e la tecnica. C'è ormai chi parla apertamente di
"ritirata" in atto; chi di fine dell'"eccezionalismo italiano" in materia di bioetica. Esagerazioni,
probabilmente. Senza dubbio però una revisione è in corso.
Ed è davvero un peccato che la Chiesa e il pensiero che le gravita intorno non abbiano in questo
momento di fronte, in Italia, sul versante diciamo così "laico" (ma è una parola vecchia), un
interlocutore davvero rappresentativo e autorevole - un soggetto politico, una Scuola di idee, un
organizzato movimento di opinione - in grado di incalzarla da vicino, e di spingere a fondo un
discorso. Non per segnare dei punti di vantaggio, né tantomeno per registrare una vittoria (e quale,
poi? su argomenti come questi nessuno vince mai). Ma per vedere da vicino se è possibile tendere
verso una prospettiva condivisa, alla costruzione di un terreno (almeno in parte) comune.
Il nostro è un tempo affamato di etica. A gran voce tutti ne chiediamo di più - nella politica,
nell'economia, nella tecnica: come accade quando la storia ci conduce a un passaggio difficile e
nuovo, al bordo estremo di una soglia oltre la quale facciamo fatica a intravedere una strada. E il
Cristianesimo e la Chiesa cattolica sono dei grandi costruttori di eticità - forse i più importanti nella
storia della nostra civiltà: non possiamo pensare di farne a meno, quanto più il nostro cammino si fa
audace e rischioso, e ci obbliga a una maturità che non abbiamo ancora raggiunto.
La disponibilità manifestata dalle gerarchie cattoliche nei confronti di una legge che regoli la fine
della vita - le vie dell'uscita dal mondo - piuttosto che opporre l'intransigenza insormontabile di un
dogma, è un segnale che non può essere sottovalutato. La questione è cruciale: essa tocca la radice
stessa della nostra idea dell'umano. Ed è comprensibile che su questo punto - su questa apertura - si
stia sviluppando un serrato dibattito nella cultura cattolica, che coinvolge aspetti dottrinari di grande
rilievo.

Tutto ruota intorno al principio, assunto dalla Chiesa, della totale indisponibilità della vita - non
solo di quella altrui, ma anche della propria - in quanto diretto dono divino, rispetto al quale non si
può porre alcun limite, né esercitare alcuna pressione. La radicalità di questa formulazione è
recente, ed è l'esito di un percorso molto travagliato: la Chiesa, in altre epoche, ha giustificato e
promosso guerre sanguinose; ha assistito impassibile al genocidio degli Indios in America Latina;
ha previsto fino all'ultimo la pena di morte come regola del proprio potere temporale (nello Stato
Vaticano fino al 1870).
Tanto più perciò il suo enunciato va considerato, comunque, una grande
conquista di civiltà. Sostenere che la vita - a cominciare da quella altrui - sia un bene assolutamente
indisponibile, anche (e soprattutto) da parte degli Stati, significa rinunciare in modo definitivo alla
legittimazione della guerra, della rappresaglia, della pena di morte. Ciò non basta evidentemente a
cancellarle dal nostro presente, ma è un passo avanti decisivo, lungo un itinerario di liberazione
dalla violenza che dovrà costituire la base del nostro futuro antropologico. Ed anche il divieto di
disporre completamente della propria vita da parte di chi la sta vivendo (la vita è mia e ne faccio
quel che voglio), riconoscere cioè che la nostra "proprietà" su di essa incontra limiti invalicabili,
che la proteggano per così dire dal capriccio soggettivo, è una regola del tutto condivisibile. Noi
possiamo ben mettere tra parentesi il loro fondamento teologico - la pretesa che esse discendano
dalla natura divina della vita, da quella "verticalità (trascendente) dell'etica" di cui parla con finezza
il cardinale Scola. Possiamo anche considerarle regole assolutamente umane: la base di un'etica
mondana finalmente giunta a riconoscere il valore assoluto di ogni frammento dell'umano, proprio
perché è arrivata al punto da poterne comprenderne a fondo sia l'eccezionale irripetibilità, sia la
vertiginosa identità che lo stringe a tutto il resto del vivente della specie: l'orizzonte di una nuova ed
essenziale eguaglianza.

E allora, proviamo a continuare a mettere in parentesi l'eventuale derivazione teologica di questo
assunto, e procediamo. Il vivente umano è oggi interamente attraversato dalla tecnica. Dove ci
porterà questa integrazione nessuno per adesso può dirlo, ma è già evidente che essa è comunque il
nostro destino. La presenza della tecnica riguarda anche (e non potrebbe essere diversamente) la
nascita e la morte. E poiché, dovunque essa arrivi, il risultato è la trasformazione del naturale in
artificiale - cioè in "culturale" - anche la nascita e la morte stanno svanendo come eventi "naturali",
e si stanno trasformando in eventi "artificiali", dominati dalla cultura e dalla tecnica. Ho scritto
"stanno svanendo", perché il processo non è ancora completato, è in pieno svolgimento. Quando si
sarà concluso - e prima o poi si concluderà - noi saremo del tutto oltre i confini "naturali" della
nostra specie, e non possiamo prevedere cosa (ci) accadrà. Forse, avremo aperto una strada che ci
ricongiungerà al disegno di Dio. Chi può dirlo. Per ora tuttavia la natura ci determina ancora, anche
se arretra di continuo. Ma che significa questo incastro, mobile e incerto, se pensiamo alla morte?
Vuol dire che si stanno moltiplicando, e si moltiplicheranno sempre di più, le occasioni per
sperimentare - spesso nella sofferenza - forme intermedie tra la vita e la sua fine, fra una morte
"naturale" ricacciata provvisoriamente indietro, e una vita "artificiale" che però non è in grado
ancora di imporsi completamente (ma domani lo sarà).
Ebbene, io credo che queste zone grigie - dove la "naturalità" del vivente e l'artificialità della
tecnica si confondono, in uno spazio provvisorio di labilità e di indistinguibilità - debbano essere
sottratte alla regola dell'indisponibilità della vita, a quel principio che (qualunque ne sia il
fondamento) possiamo accettare di porre a protezione della vita stessa, e debbano essere
riconsegnate al nostro diritto di scelta, perché altrimenti non continueremmo a difendere la vita in
quanto tale, ma solo un suo intreccio estremo con la tecnica, precario e ancora imperfetto, - e
dunque aperto su esiti anche - provvisoriamente ma letteralmente - disumani. Il diritto di scegliere
non violerebbe l'intangibilità della vita, ma ne tutelerebbe solo i confini dall'invasività di una
tecnica ancora imperfetta.

Forse, tutti insieme, possiamo cominciare a discutere da qui.


Aldo Schiavone      la Repubblica 31 dicembre 2008