Ladri di certezze


La distanza geografica è notevole. Vicinissimi, invece, gli atteggiamenti e il clima sociale. In Italia
come in Sudafrica, è sempre l’“altro” a essere percepito come un problema; peggio, come una
minaccia. La chiamano xenofobia, che per Adriano Sofri (la Repubblica del 20 maggio) «è anche
l’invenzione del diverso e il disprezzo, l’avversione e la persecuzione del diverso».

Le cronache italiche degli ultimi mesi ci dicono di un crescente fastidio nei confronti degli
immigrati – colpevoli di venire da fuori e di portare unità culturali “altre” – e di caccia al rom,
l’etnia che vive l’ambivalente (e per molti italiani, spiazzante) condizione di essere nomade ed
europea. I media raccontano anche di bande giovanili che esprimono violenza (fino all’omicidio)
verso chi non è considerato sufficientemente “nella norma”, perché nero o punk, portatore di capelli
lunghi o codino.

A Johannesburg, capoluogo del distretto industriale per eccellenza del Sudafrica, sono finiti nel
mirino gli immigrati dello Zimbabwe, un paese in preda a una profonda crisi politica ed economica.
Ma chi ha ucciso e ferito decine di zimbabweani (l’ondata ha investito anche altri immigrati di
origine somala, nigeriana, congolese e pachistana) non si è chiesto per quale ragione questa gente è
capitata lì: è gente straniera che può consumare risorse e competere per un lavoro, e tanto basta!

È possibile rintracciare – a Napoli (e a Verona) come a Johannesburg (e a Città del Capo) – uno
sfondo comune che consenta una lettura di questi accadimenti in cui l’“altro” diventa bersaglio? C’è
una pista che può aiutare a comprendere e che passa attraverso due parole, che spesso intrecciano il
proprio territorio: la roba e l’identità.

Il culto della roba, cioè dei beni che si possiedono, con tutto il corollario di status sociale e di
consumismo, ha un peso sempre più preponderante e richiede un tale investimento di attenzioni e di
energie che tutto il resto – compreso il coltivare criteri di cittadinanza che comprendano
condivisione e solidarietà – passa in subordine. E ciò è vero anche in Sudafrica: sono stati, sì, i
poveri a far fuori altri poveri, ma, appunto, per non condividere le briciole.

E il possesso della roba fa il paio con lo sbandieramento di identità (nazionali, regionali, etniche,
religiose) che si presumono sedimentate e definitive. E che promettono stabilità per omnia saecula
saeculorum. Tutti impegnati «a reimpacchettare il passato» (Rossana Rossanda). È il tipico sogno di
un mondo che si vorrebbe immobile, mentre tutt’intorno governa la globalizzazione, con il suo
turbinio di uomini e di merci, con le frontiere labili, con visioni del mondo che capitolano, con
culture costrette ad annusarsi sempre più da vicino...

In questo contesto, l’“altro” diventa il ladro di certezze. Diventa quello che mette in crisi scenari
consolidati. Diventa un sasso che agita la calma apparente del nostro mare di tranquillità e di civiltà.

Eppure, i cristiani non devono fare tanta strada per trovare vie d’uscita. Il Nuovo Testamento ci
ammonisce sul ruolo del ladro. «Ecco, io vengo come un ladro» (Ap. 16,15). Il Cristo, una volta
venuto “presso i suoi”, provoca una crisi e una divisione: rapisce ai “suoi” le loro sicurezze e i loro
privilegi, ma per svelare il dono promesso e accordato a tutti.

Anche l’insegnamento sociale della chiesa – parte essenziale di ogni annuncio evangelico oggi –
fornisce indicazioni nitide in tema di attenzione all’altro, di solidarietà, di coesione sociale. Ma,
guardando all’Italia, dobbiamo dedurre che il Vangelo non è oggetto di sufficiente riflessione e che
le parrocchie e le miriadi di associazioni cattoliche non danno adeguata eco all’insegnamento
sociale della chiesa?

«Mai senza l’altro», ci ammonisce il teologo gesuita francese Michel de Certeau (1925-1986):

«L’Altro è colui senza il quale vivere non è più vivere… Tragedia non è il conflitto, l’alterità, la
differenza, bensì la confusione e la separazione. In questa stagione, dobbiamo imparare ad accettare
il mistero e l’enigma di chi non conosciamo, di chi appare come l’estraneo, e non solo lo straniero.
La sofferenza e la fatica della ricerca dell’unione nella differenza permangono, ma la tragedia
incombe sull’uomo soltanto quando rinuncia all’altro e se ne separa. Gli altri non sono l’inferno:
sono la nostra beatitudine su questa terra».

in “Nigrizia” del giugno 2008