LA MESSA IN LATINO? LA TRADUCEVAMO IN DIRETTA

 

L’autorizzazione del papa a celebrare la messa in latino secondo un rituale ormai imbalsamato non meriterebbe in sé l’attenzione e il clamore che le è riservato. La decisione di Benedetto XVI è stata presa in primo luogo per l’unità della Chiesa. È una sollecitudine da apprezzare nella sua intenzionalità. Ma il carattere essenziale del messaggio che trasmette è di restaurazione. Ed è una restaurazione pesante in contrasto stridente con le esperienze e le attese di molta parte della realtà ecclesiale nel mondo che attende da 40 anni l’attuazio-ne progressiva delle promesse conciliari.
Perché il Concilio non è affatto un evento chiuso ed esaurito dai documenti prodotti e dalle riforme attuate. È piuttosto un grande processo storico di trasformazione che deve ancora sviluppare tutta la sua forza. La riforma liturgica attuata e in particolare il Messale romano promulgato da Paolo VI non possono diventare la tomba dello spirito che ha animato il Concilio. Tanti cattolici nel mondo e specialmente nei Paesi impoveriti si aspettavano un nuovo slancio verso la liberazione e invece ecco il messaggio necrofilo che ribadisce la cultura del sacrificio, quella cultura che da sempre serve a colpire i poveri e a tenerli nella soggezione.
Perché il gesto di Ratzinger non è solo questione di lingua ma di cultura. È un colpo al processo conciliare che aveva favorito il passaggio tanto atteso dalla cultura del sacrificio alla cultura della condivisione, dal primato del rito e del mito al primato delle relazioni e dell’amore. Possiamo capire meglio il senso di questa opposizione di papa Ratzinger al passaggio strategico dal Sacro alla vita, con alcuni cenni storici.
Per le tradizioni religiose sacrificali la salvezza viene dal sacrificio. Tutte le religioni hanno al loro centro il problema della salvezza. Sono vie di salvezza di fronte al mistero del male, del dolore e della morte. Lo strumento principe della salvezza è quasi sempre il sacrificio. E spesso si tratta di un sacrificio cruento. Fino dalle religioni più antiche. Tutti i sistemi di dominio hanno sfruttato a piene mani la cultura del sacrificio per sfruttare, opprimere, soffocare nel sangue la rivolta.
È ben nota la centralità del sacrificio nella religione ebraica: “Consacra al Signore ogni primo nato tra i figli d’Israele, sia degli uomini che degli animali: esso è mio. Lo riscatterai sacrificando al suo posto un animale” (libro dell’Esodo).
La cena pasquale, prima della morte di Gesù, origine prima dell’eucarestia, avviene all’interno della tradizione sacrificale. Ma, a me sembra, è stato inserito un elemento nuovo che avrebbe potuto essere rivoluzionario se non fosse stato devitalizzato: l’identificazione fra pane e corpo e fra vino e sangue, la fusione cioè fra il sacro e la vita: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”.
Va tenuto conto che il racconto dell’Ultima Cena, prima di essere codificato nei Vangeli, nasce e si diffonde oralmente fra piccoli gruppi di persone che vivevano al di fuori delle strutture sacrali, celebravano l'eucaristia in casa e non nel Tempio. I primi cristiani lasciarono il Tempio, anzi furono cacciati via dal Tempio, non avevano sacerdoti, i loro ministri erano presbiteri, erano anziani, rifiutavano le parole sacrali. La loro collocazione nella società era una collocazione di tipo laico, erano pastori, pescatori, artigiani, donne e uomini emarginati. Non avevano cornici sacre. Per questo stesso motivo i cristiani furono perseguitati anche dal mondo pagano che era un mondo religioso. Erano combattuti perché non erano religiosi, cioè non avevano una simbologia sacrale, non sacrificavano a nessuno. Il loro momento espressivo era la cena. E non c'erano tra loro gerarchie ma ministeri. Quindi anche questa struttura sacrale della gerarchia non esisteva. E morivano versando il sangue per l'uma-nità nuova (E. Balducci).
Per il cristianesimo nascente non il sacrificio salva, ma la condivisione.
Tradotto in termini espliciti, e quindi riduttivi, il messaggio che emana dalla simbologia dell’Ultima Cena potrebbe essere questo: la via della salvezza non passa attraverso il sacrificio rituale, che è solo consolatorio, anzi è una truffa mascherata di sacro (il Tempio-spelonca di ladri). La via della salvezza sta nella condivisione degli elementi offerti dalla natura e dal lavoro dell’uomo, essenziali alla vita, simboleggiati dal pane e dal vino. E il sacrificio? È sostituito dalla condivisione esistenziale. La condivisione eucaristica del pane e del vino non è una qualsiasi spartizione contrattuale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. La giustizia ha bisogno di leggi e norme che regolino il contratto sociale; ma non deve sacralizzare e rendere eterne le leggi e le norme: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. La spartizione e condivisione dei beni della terra e del lavoro coinvolge insieme al pane e al vino tutta l’esistenza umana, corpo e sangue. È una condivisione esistenziale che non è mai appagata dai livelli di giustizia raggiunti storicamente dalle spartizioni contrattuali. Cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia e quindi tende di continuo a un “oltre”. Perché il corpo e il sangue, la vita umana, non si possono esaurire mai in un contratto o in un programma politico. Il corpo e il sangue sono l’anima della trasformazione continua della storia. Sono il motore intimo della lotta inesausta per la giustizia. Finché ci sarà un solo povero sulla terra.
Tutto questo nel periodo del cristianesimo nascente. E venne la transustanziazione a devitalizzare l’eucaristia.
Quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c'è stata la sacralizzazione della Chiesa. È cominciata l'avventura della fede dentro le categorie del sacro. Il cristianesimo-potere ha rovesciato il senso di questa simbologia insita nel-l’ultima cena. È stata sancita la transustanziazione. Parola difficile che in sostanza significa che il pane non è più pane ma è il corpo di Cristo. Il pane e il corpo sono stati di nuovo contrapposti. La vita, la natura e il sacro sono stati di nuovo separati. E all’ansia di giustizia e alla lotta pacifica per la giustizia è stata tolta l’anima. E l’eucaristia è stata devitalizzata.
Potrei raccontare tanti aneddoti in proposito. Ne scelgo uno. Quando si celebrava la messa in latino, tanti preti scivolavano via frettolosamente sulle varie parti della messa, anch’io qualche volta l’ho fatto, tanto nessuno capiva nulla, ma si soffermavano sulle parole della consacrazione scandendole quasi ossessivamente. “Hoc est corpus meum…”. Ricordo un monsignore importante che impiegava più tempo su quelle parole che su tutto il resto. La Messa era tutta lì in quelle parole mitiche che operavano il miracolo rinnovando il sacrificio di Gesù.
Ed ecco il colpo d’ala verso cui tendono tante esperienze di celebrazioni eucaristiche specialmente nelle comunità di base: la liberazione della Messa dal sacrificio e il recupero del senso iniziale della condivisione.
La reazione anticonciliare del Motu proprio papale si pone contro tutto questo. Va incontro però a una contraddizione che può trasformare la concessione del ritorno al latino in un boomerang. Perché introduce un elemento di flessibilità che s’insinua come una crepa nel monolite della rigidità rituale e apre all’antichissima tradizione del pluralismo partecipativo, della inculturazione e della creatività. La Messa non è nata in latino, ma in aramaico, la lingua di Gesù, poi si è affermata in greco, quindi ha conquistato il mondo nella lingua dei conquistatori, il latino, ed infine si è adeguata alle lingue nazionali. Forse il futuro di chi ha sempre cercato varchi per aprire la Chiesa alle necessità della vita è proprio quello di allargare la crepa della flessibilità per fare spazio allo Spirito che soffia dove vuole in modo che l’eucari-stia torni ad essere vera condivisione degli elementi essenziali della vita nella memoria di Gesù. Non è la lingua che preme in primo luogo ma le esigenze del pluralismo, della inculturazione, della creatività, della liberazione.

 

Enzo Mazzi          La Repubblica ed. Firenze, 9 luglio 2007      -    Adista documenti  n.54  2007