La guerra e l'etica della morte e della vita


La guerra di Gaza sta drammaticamente aumentando la sua intensità di ora in ora: è iniziato
l'attacco di terra, sono state bombardate le moschee, Israele ha richiamato migliaia di riservisti e
messo in stato d'allerta il nord del paese in previsione di possibili ostilità anche con Siria e Libano.
L'incendio divampa su tutta la "Striscia" con ripercussioni anche in Cisgiordania dove ci sono i
primi segnali di una terza "Intifada", nei Paesi Arabi e nella diaspora palestinese in Europa e negli
Stati Uniti.
Intanto gli arabi israeliani si sentono sempre meno cittadini di Israele e solidarizzano con
manifestazioni di piazza in favore dei «fratelli» palestinesi. Il risultato di queste varie dinamiche è
un isolamento di Israele di fronte alla comunità internazionale. In Italia, a Roma e a Milano, i
palestinesi immigrati nel nostro paese hanno anche bruciato le bandiere di Israele provocando
contestazioni all'interno dello schieramento politico italiano.
Contestazioni certamente valide in punto di diritto internazionale ma poco rilevanti di fronte alla
sproporzione evidente della reazione israeliana a Gaza. Il dato di fatto oggettivamente osservabile è
l'isolamento del governo di Gerusalemme di fronte all'opinione pubblica europea e araba.
Per rompere questa sorta di accerchiamento politico il solo sbocco possibile è quello del negoziato.
L'alternativa è quella d'una lotta senza quartiere, l'invasione di Gaza e lo sterminio di Hamas, non
più centinaia ma migliaia di morti civili, la fine di ogni opzione pacifica. Molto dipende
dall'Europa, da Obama, da Putin. Con una valutazione dei costi e dei benefici che andrebbe ben
oltre lo scacchiere medio-orientale riportando in prima fila l'Onu come unico tavolo di confronto
mondiale.

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Le tensioni religiose della guerra di Gaza non sono da sottovalutare.
L'influenza del messaggio cristiano è stata finora pressoché nulla.

L'interpretazione bellicista del Corano ha fatto altri passi avanti. Quanto a Israele, il Dio biblico non
è tanto quello di Abramo e di Salomone quanto il Dio degli eserciti di Saul e di David, il Dio
vendicatore e vendicativo.
Sotto la spinta di questi fatti la Chiesa di Roma ha compiuto un passo avanti. Poco influente, come
abbiamo già detto, sull'atteggiamento dei belligeranti, ma molto importante per quanto riguarda il
tema della non violenza e della pace.
Quella della non violenza e del pacifismo è relativamente recente nella Chiesa di Roma, non si
risale molto più indietro di Pio XI e di Benedetto XV, ma si trattava ancora di tracce labili. I passi
più risoluti si ebbero con papa Roncalli e con il Vaticano II. Wojtyla stabilizzò quella scelta. Papa
Ratzinger l'ha recentemente accentuata. L'indisponibilità della vita è ormai - così sembra - una
scelta irreversibile della gerarchia ecclesiastica. E tuttavia, come sempre accade, dalla soluzione
d'un problema altri ne scaturiscono. Così sta accadendo che l'indisponibilità della vita abbia
rafforzato il principio dell'indisponibilità della morte. Ne deriva un'intransigenza sempre più ferma
nel campo della bioetica dove si discutono i temi eticamente sensibili della modernità: la vita e la
morte, il dogma e la libertà di coscienza, l'etica e la scienza, la politica e la teologia.
La discussione su questi temi si svolge in tutto l'Occidente ma in particolare in Italia, nel giardino
del papa cattolico. Perciò noi italiani ne siamo particolarmente coinvolti.

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Proprio in questi giorni il tema è stato riproposto dal caso Englaro e da altri consimili dando luogo
all'ennesimo conflitto tra la gerarchia ecclesiastica e il pensiero laico. Il Vaticano, partendo dalla sua
scelta sull'indisponibilità della vita, ne ha dedotto una serie di conseguenze estremamente rigide
sull'intera gamma della bioetica, con l'intento di restringere i confini della libertà individuale.
I «media» non hanno dato molto spazio alla discussione registrando quasi senza commento le
posizioni vaticane. Ha fatto eccezione «Repubblica»: in meno di una settimana il nostro giornale ha
pubblicato un articolo di Aldo Schiavone, uno dei Cavalli Sforza (padre e figlio), un altro di Marco
Politi su un'indagine effettuata sui giovani del Triveneto, uno (di ieri) di Miriam Mafai. Il nostro è
un giornale molto attento alle questioni religiose e ai confini tra la gerarchia ecclesiastica, la laicità
dello Stato, l'autonomia della coscienza individuale, l'etica privata e l'etica pubblica. Perciò non può
meravigliare se il dibattito si svolge intensamente sulle nostre pagine.
Stupisce tuttavia il silenzio pressoché completo della stampa nazionale, quasi che il tema meriti
d'esser registrato ma non dibattuto. Questa assenza non può che stimolarci ad offrire spazio e
respiro ad un confronto essenziale su temi essenziali.
Per quanto mi riguarda prenderò come riferimento l'articolo di Aldo Schiavone del 31 dicembre
scorso perché è quello che a mio avviso affronta la questione in tutta la sua complessità.

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Scrive Schiavone che c'è nel nostro tempo una grande richiesta di etica: nella società pubblica e nei
comportamenti privati, nella scienza e nella tecnologia, insomma in tutto il vissuto della modernità.
Forse è vero che ve ne sia bisogno, ma che ve ne sia vera richiesta a me non pare. Tutt'al più c'è una
richiesta retorica, cioè una simulazione di richiesta che vale soprattutto per gli altri ma quasi mai
per se stessi.
Dalla richiesta di etica Schiavone fa discendere la necessità di rivolgersi alla Chiesa che sarebbe «il
principale deposito di etica nell'Occidente cristiano».
Qui è necessario distinguere. La predicazione di Gesù di Nazareth, come ci è stata tramandata dai
Vangeli (non soltanto i quattro canonici), dalle lettere di Paolo, dagli Atti degli apostoli, contiene
certamente un messaggio etico di formidabile e duratura intensità. Questo messaggio la Chiesa l'ha
tramandato, sia pure con notevoli aggiustamenti, ma quasi mai praticato. C'è stata, nei suoi duemila
anni di storia, un'ala che ha non soltanto predicato ma praticato il messaggio evangelico: un'ala
minoritaria, da Benedetto a Francesco, da Antonio a Bernardo, a Saverio, a Ignazio (non parlo dei
mistici che sono altra cosa).
Quest'ala è stata tollerata e utilizzata dalla gerarchia che ha però seguito e praticato la strada
opposta. Il deposito etico della gerarchia è stato contraddittorio e pressoché nullo, come avviene in
tutte le strutture di potere. Le chiese cristiane, e quella cattolica in particolare, sono state e sono
tuttora strutture di potere. L'etica può riverberare su di esse una parte dei suoi contenuti e precetti
ma esse non ne sono in nessun caso la fonte sorgiva «per la contraddizion che nol consente».

Infine: Schiavone lamenta che la cultura laica, di fronte al fiorire di quella cattolica, sia muta,
assente, dispersa e comunque impari al bisogno che ce ne sarebbe.
Impari forse. Dispersa può darsi perché i laici non sono una struttura e non hanno un Papa che parli
per tutti.
Ma muta e assente non direi.
I laici hanno molti punti di riferimento, convinzioni radicate e comuni e una comune storia di
pensiero evolutivo. All'origine ci sono gli stoici e Socrate e poi via via Epitteto, Epicuro,
Montaigne, Descartes, Pascal, Spinoza, Diderot, Voltaire, Kant. Anche il pensiero laico ha una
storia plurimillenaria che arriva fino a noi contemporanei. Non dobbiamo inorgoglircene ma tanto
meno dimenticarcene.

Qui finiscono alcuni miei dissensi con l'amico Schiavone, con il quale invece consento pienamente
sulla diagnosi che riguarda il rapporto tra scienza e tecnica da un lato, libertà e autonomia
individuale dall'altro.

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La vita e la morte sono sempre più fenomeni artificiali oltre che naturali a causa del progredire della
ricerca scientifica e delle sue applicazioni tecniche. Fenomeni artificiali perché la tecnica è sempre
più in grado di supplire alle carenze naturali. Consente la procreazione anche a chi non può
ottenerla secondo natura; prolunga la vita e sconfigge la morte prevenendo e vincendo la malattia.
Fenomeni artificiali e perciò culturali che hanno bisogno di normative giuridiche capaci di
conciliare i desideri dei singoli con gli interessi della collettività.
Scienza e tecnica continuano e continueranno ad evolversi, a sperimentare, a consentire opzioni
sempre migliori, ma non vogliono né possono sostituire la natura. Se non altro per il fatto che
l'umanità, la specie e gli individui che ne sono parte, è una delle innumerevoli forme della natura.
Scienza e tecnica sono prodotti mentali dell'uomo e quindi protesi della natura.
In questo stadio dell'evoluzione esistono zone grigie dove le protesi consentono risultati al prezzo di
sofferenze e/o limitazioni a volte sopportabili, a volte radicali. Di fronte ad esse l'individuo
rivendica legittimamente libertà di scelta: se accettare le soluzioni o rifiutarle.
Piena libertà ai depositari di fedi religiose di indicare e raccomandare soluzioni conformi all'etica da
essi predicata senza però che quelle soluzioni possano essere imposte a chi (fosse uno soltanto) non
condivide quelle raccomandazioni. Questo è il limite di uno Stato laico, pluralista e non teocratico.
Non sembra che la Chiesa la pensi così. Sembra invece che pretenda che le sue indicazioni nel
campo della bioetica divengano norme giuridiche imperative. Ebbene, va ripetuto alto e forte che
questo passo non potrà mai esser compiuto poiché segnerebbe la scomparsa della laicità a favore
d'un fondamentalismo che l'Occidente ha storicamente archiviato da 250 anni. Un salto all'indietro
di questa portata, esso sì, segnerebbe il ritorno ad un oscuro Medioevo e la scomparsa dei valori
della nostra civiltà, inclusi quelli della predicazione cristiana.

 

Eugenio Scalfari      la Repubblica  4 gennaio 2009