La Chiesa e i precetti dei teocon


C'è più di un segno dei tempi, per chi abbia voglia di leggerlo, nella piccola crisi tra l'Osservatore
Romano e il Vaticano che si è consumata in questi giorni, attorno al tema cruciale degli ultimi
istanti della vita umana.
I fatti sono chiari: il giornale della Santa Sede ha pubblicato un editoriale di Lucetta Scaraffia nel
quale la storica - che fa parte del comitato nazionale di bioetica ed è vicepresidente
dell'associazione Scienza e Vita - sosteneva che la morte cerebrale non può essere considerata la
morte dell'essere umano, in quanto nuove ricerche "mettono in dubbio il fatto che la morte del
cervello provochi la disintegrazione del corpo".
Poiché questa affermazione contraddice non soltanto le risultanze scientifiche comunemente
accettate in ogni Paese moderno e la definizione di morte raggiunta quarant'anni fa ad Harvard da
medici, giuristi ed esponenti delle religioni, ma la stessa dottrina ufficiale della Chiesa, abbiamo
assistito ad un fatto inedito: per la prima volta nei 147 anni della sua storia l'Osservatore Romano è
stato smentito dal portavoce del Papa, e il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della
Salute, Cardinal Barragan, ha dovuto intervenire per spiegare che non c'è alcun mutamento nella
linea della Chiesa: dopo sei ore di encefalogramma piatto, la dottrina cattolica accetta la
dichiarazione di morte avvenuta e considera la donazione degli organi "un atto di grande carità
verso il prossimo".
Fin qui la vicenda. Ma sarebbe sbagliato non riflettere su questo cortocircuito culturale e politico,
sicuramente ridotto nelle sue dimensioni, e tuttavia fortemente simbolico per il significato e lo scenario in cui si compie.

È probabilmente giunto il momento di dire che il grande ritorno della religione nel discorso pubblico e nello spazio politico (che fa parlare di una nuova stagione di postsecolarismo)
non è avvenuto in Italia attraverso il "fatto" cristiano, e cioè il messaggio della
rivelazione e del Credo, ma attraverso la precettistica e la dottrina sociale: nel presupposto che
coincidano entrambe da un lato con la Verità (e dunque siano in grado di liberare potenziali di
significato più profondi e duraturi delle verità laiche, tutte relative) e dall'altro con il diritto naturale,
perché la Chiesa ha sempre sostenuto la sua competenza su tutta la legge morale, non solo quella
evangelica ma anche quella naturale, in nome della connessione tra l'ordine della Creazione e
l'ordine della Redenzione.

Il veicolo di questa riconquista è stato in realtà l'etica, cioè i precetti morali della Chiesa, trasformati
quasi in una sovrastruttura della fede, capace di portare il cattolicesimo da religione delle persone a
religione civile, come se le società democratiche non potessero ormai più bastare a se stesse per
insufficienza di risorse morali, e dunque avessero bisogno di un supporto religioso alla stessa
democrazia. In altri tempi e con altri significati, ma profeticamente, don Giussani aveva già parlato
di "prevalenza dell'etica rispetto all'ontologia", con l'"avvenimento" cristiano messo in sottofondo.
Il passo in più (proprio in questi ultimi anni, e più volte) è stato il tentativo di pretendere che la
legge civile basasse la sua forza sulla coincidenza con la morale cattolica, con l'affermazione di
fatto di una idea politica della religione cristiana, quasi un'ideologia, che non a caso è stata chiamata
"cristianismo".
L'etica cristiana, la precettistica morale della Chiesa, sono dunque diventati in senso largo strumenti
di azione politica, dando forma al disegno del Cardinal Ruini, quando sei anni fa vedeva il
cristianesimo come seconda "natura" italiana, che proprio per questo può nella visione di sua
Eminenza essere trasgredito solo da leggi in qualche modo contro natura, e perciò contestabili alla
radice: senza più la distinzione classica tra la legge del creatore e la legge delle creature che è alla
base della laicità di ogni Stato moderno
. Questa ideologizzazione morale del cristianesimo, dove la
norma e il precetto parlano più del Credo e del Vangelo, ha recintato negli anni di potere del
Cardinal Ruini un perimetro nuovo e vasto, inglobando gli atei devoti e la nuova destra
paganizzante italiana: a cui la Chiesa ha fornito un deposito di tradizione profonda altrimenti
inesistente e addirittura un fondamento di pensiero forte che la prassi vagamente idolatra del
berlusconismo non era in grado di elaborare. Era la cornice di una moderna-antica cultura
conservatrice per la post-modernità, ben oltre i confini del mondo democristiano ormai inabissato.
Di più: era l'ipotesi di un Dio italiano che cammina nel Paese "naturalmente cristiano", che non
aveva mai conosciuto una via nazionale al cattolicesimo.
Il ruinismo e la destra non hanno avuto bisogno di unioni pubbliche. Marciavano in parallelo, e la
politica poteva permettersi di ignorare sia i comandamenti che la trascendenza accettando lo
scambio concreto e terreno sui cinque punti indicati dal Cardinal Sodano nel suo personalissimo
esame di maturità ai leader italiani: la vita, la famiglia, la gioventù, la scuola, la solidarietà. Il punto
d'incontro è appunto l'etica dei precetti, l'idea che la legge morale della Chiesa tradotta in norma
possa creare un'identità collettiva, superando l'idea del parlamento come luogo dove le leggi si
fanno con l'unica regola della maggioranza, e ogni verità è relativa e parziale. Ma un altro punto
d'intesa, che discende dall'accettazione di quella precettistica come regola naturale e civile, non
soltanto religiosa, è il rifiuto comune della moderna religione europea del politicamente corretto,
dell'adorazione "pagana" dei diritti, delle élite dell'Europa e della globalizzazione, del vecchio cuore
socialdemocratico del Novecento, peraltro già in crisi per conto suo.
Oggi, in qualche modo, si rompono due anelli di questo mondo che tiene insieme vecchio e nuovo.
Con Ruini è finita anche l'autonomia del ruinismo, questo potere disarmato ma costituente e
fondativo di un'identità cristiano-conservatrice nazionale. Non soltanto la Cei ha cambiato il suo
registro, insieme con la leadership. Ma soprattutto, la Segreteria di Stato ha ripreso in mano il
rapporto con le istituzioni e con la politica italiana, restituendo l'Episcopato al suo compito
tradizionale
. Il sistema di relazioni con il mondo politico, l'elaborazione culturale della presenza
cattolica nel nostro Paese - il "Dio italiano" - viene dunque riassorbito dal Vaticano, dove c'è oggi
un Segretario di Stato, che con ogni evidenza non intende rilasciare deleghe.
Nemmeno - o forse sarebbe il caso di dire soprattutto - di tipo culturale, sul confine tra l'etica e la
politica. Il richiamo all'Osservatore Romano lo conferma con chiarezza. L'etica è stata in questi anni
un territorio di scorribanda, dove senza nemmeno mai pronunciare il nome di Dio la precettistica
della Chiesa è stata usata come pretesto di lotta politica, via via estremizzandola oltre il limite:
perché esiste pure un limite tra teologia e ideologia, tra dottrina e politica. Nell'ateo devoto, dopo
aver incassato per anni la comoda devozione, la Chiesa riscopre l'ateo. Dunque, ancora una volta,
vale il motto dell'Osservatore Romano: "Non praevalebunt". Ma forse oggi è lecito chiedersi: chi?

Ezio Mauro     la Repubblica  5 settembre 2008