In hoc signo vinces?

È perché della croce continuiamo (io direi, da credente, "impunemente" e "blasfemamente") a fare
un vessillo, a dirci "in hoc signo vinces", "con questo segno vincerai" che un segno cosí inerme e
impotente può essere percepito come un grido di guerra, una, appunto, "crociata", contro cui muovere
altre "crociate". Ora, se la croce diventa un segno di forza anziché di debolezza e fragilità, di orgoglio
anziché di umiliazione, di trionfo anziché di mitezza e abbandono, allora è a mio avviso giusto e
sacrosanto che qualcuno possa esserne offeso.
Direi però che i primi a esserne offesi dovremmo essere
noi credenti in Cristo, giacché si fa di quel segno un uso improprio e blasfemo, in tutto e per tutto
idolatrico. E Cristo ha piú di ogni altra cosa respinto e rigettato proprio l'idolatria (verso il potere, verso
il denaro ecc.).

Il grande teologo cattolico Karl Rahner sosteneva che la Chiesa del futuro o sarà mistica o non sarà.
Per buona parte, la sua profezia è inascoltata. Papa Ratzinger non ama, come è noto, la mistica: vi
preferisce l'ascesi e la stessa scelta del nome "Benedetto" lo dimostra. Un nome che attesta una
ecclesiologia del claustrum, della aurea solitudo (il secondo punto nel triplex bonum del camaldolese
Bruno di Querfurt), del "meglio pochi, ma santi". Può darsi sia anche un cammino purificatore per la
chiesa universale, sarà solo il tempo a dircelo, ma certo i frutti che ne constatiamo ora sono assai poco
incoraggianti: le domande che provengono dalla vita quotidiana delle persone, dal loro lottare, sperare,
gioire e soffrire giacciono per lo piú inevase,
ci si continua a comportare come se si pensasse "le nostre
risposte sono giuste perché vere, sono le domande a essere sbagliate...". Cosí facendo, però, le risposte
vengono spesso cercate altrove (nelle sette, nei movimenti fondamentalisti, nella new age, nel
sincretismo ecc.) e, colpiti da sindrome di accerchiamento e isolamento, l'istituzione si arrocca sempre piú
su posizioni difensive (l'aggressività in cui spesso si palesano queste posizioni è l'indice piú plastico
della frustrazione di cui sono figlie), gettando anatemi sul mondo brutto e cattivo che non ci capisce
perché non ci ama e non ci ama perché non ci capisce.
Insomma, de facto (ma in realtà anche sempre piú
de jure: vedi la reintegrazione dei lefebvriani e degli anglicani tradizionalisti) l'istituzione prevale sul
pneuma profetico
e si finisce per annullare la forza profetica del Vaticano II, che aveva il suo fulcro di
novità e di inaudito proprio nel riconoscimento dell'elemento positivo contenuto nel "mondo moderno e
contemporaneo".

Come uscirne? La via profetica mi sembra ancora e sempre quella del vangelo delle beatitudini:
beati i miti, i pacifici, i perseguitati e gli oppressi
... E alla luce di tale vangelo, che cosa direbbe Gesú
sulle polemiche intorno al crocifisso? Forse direbbe: "mentre voi discutevate se era legittimo che
restassi o non restassi appeso sulle fredde pareti di una scuola o di un edificio pubblico, io in verità non
ero già piú là. Ero sul barcone di disperati che nel silenzio generale, anche dei miei vescovi cardinali e
papi, stavate respingendo, ero col carcerato che stavate massacrando di botte, ero con il condannato a
morte di cui nessuno parla, ero con quella donna, quell'uomo, quel bambino che proprio ora sta
morendo di fame"
.


Francesco Ghia    in “Il Gallo”, foglio di una comunità cristiana di Genova,  n. 2 del febbraio 2010