In ginocchio da Ratzinger

 

 In una sola mossa, disdicendo la visita di Benedetto XVI all'Università La Sapienza di Roma, il Vaticano ha messo abilmente in ginocchio, e col capo cosparso di cenere, l'intera classe politica italiana, le istituzioni, la quasi totalità dei media. Non era imprevedibile, vista la qualità che oggi le contraddistingue. Dalla Presidenza della Repubblica a quella del Consiglio, dalle segreterie di partito all'ultimo sindaco, un coro unanime intona il dies irae.

E strepita sulla catastrofe della democrazia, sul trionfo dell'intolleranza e della censura. Ci propone l'incredibile immagine di un pontefice ( che come ognuno può constatare occupa quotidianamente un enorme spazio nell'informazione) imbavagliato e messo al bando da un manipolo di «laicisti». Gli insulti e le minacce, più o meno larvate, contro i collettivi studenteschi e i docenti che avevano segnalato, mesi fa, l'inopportunità di invitare il pontefice all'inaugurazione dell'anno accademico non si contano. Se c'è uno spettacolo vergognoso, ebbene, è questo. Messo in scena dalla grande maggioranza dei media con un dispiego di forze e un'enfasi senza precedenti.
Tutta questa vicenda, del resto, non è maturata nel vuoto. E non mi riferisco qui alle posizioni rigide di Ratzinger riguardo all'autonomia della scienza o della coscienza che dovrebbero essere discusse nel merito, ma a un mondo politico e istituzionale pronto a scattare sull'attenti a ogni nota della Santa sede, a ogni presa di posizione della Conferenza episcopale, se non a ogni editoriale de L'osservatore romano. L'invito di Benedetto XVI alla Sapienza ha infatti ben poco a che fare con un confronto culturale e molto con questo ossequio, non di rado dettato da cinismo e opportunismo politico.
Quello che la contestazione ha scompigliato (la più temuta, quella degli studenti soprattutto) non è certo il procedere impetuoso del discorso pubblico pontificio, ma il minuetto che la «casta» politica di centrodestra e di centrosinistra intende condurre con la gerarchia ecclesiastica, incurante delle sensibilità e delle scelte di vita di innumerevoli cittadini e cittadine. Non è un caso che, dopo la rinuncia di Ratzinger, la contestazione prenda di mira il ministro per l'università Fabio Mussi e il leader del Pd Walter Veltroni. Continuatore, il primo, delle peggiori politiche della sinistra nell' università e garante, il secondo, della vocazione clericale di Roma, tra paternalismo e tolleranze zero, tra i più ferventi, entrambi, nello stracciarsi le vesti in difesa del pontefice.
Il dialogo e il confronto che questa classe politica ha in mente non è che un negoziato tra poteri sulla testa e sulla pelle di tutti. E la visita di Ratzinger alla Sapienza non poteva che assumere questa tonalità. O davvero, come scrive Ezio Mauro ai limiti dell'improntitudine, il mancato intervento di Benedetto XVI all'università sarebbe stato un libero e aperto confronto tra credenti e non, tra darwinisti e creazionisti, tra scienziati e guardiani della morale cattolica? Un dialogo? Non scherziamo. Si trattava di un monologo tanto sacrale da non ammettere espressioni di dissenso. E infatti, quando il dissenso si è manifestato, è stato assunto dal Vaticano come un'interdizione. E dal mondo politico come un crimine. marco bascetta

Marco Bascetta   Il manifesto 17/1/2008