I vescovi e il sovrano

La presa di distanze della Chiesa dal premier lussurioso e libertino incrina l´egemonia di Berlusconi
sull´Italia moderata e dunque cambia lo scenario politico della legislatura. Perché il sovrano, nella
tradizione cattolica, è un interlocutore sulla cui moralità si può anche chiudere un occhio, ma solo
fin tanto che la sua contrapposizione al modello di comportamento predicato dalla dottrina viene
sottaciuta, non conclamata di fronte al popolo.
I vescovi non potevano rischiare ancora nell´attesa della prossima fotografia imbarazzante, o di un
´altra testimonianza di donne pagate per soddisfare le voglie del capo. Soprattutto quando i festini
non si svolgono in un´alcova riparata, ma in sedi para-istituzionali ostentate come luoghi del nuovo
potere. La denuncia di monsignor Crociata si sofferma inevitabilmente sul dileggio di una moralità
brandita cinicamente in materia di prostituzione e di codici familiari. Per intenderci, oggi
Berlusconi non potrebbe più mettere piede nella piazza del Family Day. Ma è venuto al pettine, più
in generale, il nodo di una cultura berlusconiana che propone l´ascesa sociale e la felicità come
raggiungibili solo attraverso la mercificazione di sé, finora tollerata dai vescovi perché badava a
non invadere lo spazio di un potere clericale delegato alla gerarchia, in spregio all´autentica
spiritualità.

La corda, tesa come in nessun´altra nazione, infine si è spezzata. Imponendo all´Italia la condizione
femminile come questione politica primaria, dirompente al di là delle aspettative di un´opposizione
che su questo terreno è rimasta muta perché vittima anch´essa della medesima arretratezza culturale.
La Chiesa è bacchettona, Berlusconi è vittima di una pulsione totalitaria che interferisce con la sua
legittima libertà nella sfera dei comportamenti sessuali? Non dubito che ce lo sentiremo dire. Perché
il paese in cui capita che siano gli stessi genitori a promuovere la trasformazione delle figlie in
veline per arricchirsi, è senza dubbio malato.
E ancora (prevedo non a lungo) capita di percepire
ammirazione per le gesta di don Rodrigo con la sua scorta di bravi.
Ma qui non è in gioco la libertà sessuale, che la Chiesa di certo vorrebbe delimitare nei vincoli
anacronistici della procreatività matrimoniale, in coerenza a una dottrina che s´illude di codificare l
´amore. Neppure è in gioco la liceità della mercificazione del corpo, fenomeno degenerativo esteso
ben al di là dei confini nazionali.
Certo, il governo deve rinviare in fretta e furia il dibattito in aula sulla proibizionista legge Carfagna
in materia di prostituzione. Altrimenti sarebbe sommerso dal ridicolo. Ma ora che ridicolo appare di
fronte alle donne italiane l´anziano presidente-seduttore, la prima falsità a cadere – come ricordava
ieri il segretario della Cei – è che si tratti di affari privati.
Berlusconi ha trasferito nei suoi palazzi –
oltrepassando in casa propria un´allusione già fin troppo esplicita e volgare – gli spettacolini della
televisione da lui forgiata a sua immagine e somiglianza. Sessista fino al parossismo. Senza
paragoni possibili per sistematicità e pervasività con quella delle altre nazioni civili.
È di questi giorni la notizia che il Tg5 sorpassa il Tg1 non certo perché fornisca un´informazione
più completa, ma perché il programma che lo precede indugia con riprese dettagliate sul posteriore
di una soubrette.
A dispetto delle proteste della Cei, la condanna dei comportamenti e della concezione del mondo
esibita (fino a ieri vantandosene) dal premier, non implica un rigurgito bacchettone. Semmai è
giunto il momento di constatare come la riduzione umiliante del corpo femminile a un modello
unico monotono, sottomesso e plastificato, distorce, fino a provocare una diffusa caduta del
desiderio, lo stesso fascino dell´eros.

L´importante è che oggi da più parti, con la spinta di un protagonismo femminile che tarda a trovare
voci incisive, e non solo grazie alla fine della benevolenza ecclesiale nei confronti di Berlusconi, la
questione sia posta nei suoi giusti termini di dignità nazionale.

Gad Lerner    la Repubblica 7 luglio 2009