I silenzi di un paese intero


La «non reazione» della Chiesa, certo. Ma nel '38 e negli anni successivi non reagì, non parlò, non
si oppose nessuno.
Il silenzio imbarazzato o accondiscendente nei confronti delle leggi razziali
promulgate dal fascismo coinvolse cattolici e laici, conservatori e progressisti. Le eccezioni furono
rarissime. Gli ebrei vennero lasciati soli, come il padre di Giorgio nel Giardino dei Finzi-Contini di
Giorgio Bassani, iscritto al Fascio di Ferrara, volontario nella Prima guerra mondiale. Nel '38 il
personaggio di Bassani vide improvvisamente la sua famiglia messa ai margini della società, dal
partito, dalle biblioteche, dal circolo del tennis, senza che nessuno, ma proprio nessuno spendesse
una parola contro la discriminazione. Vittorio Foa, che mai recriminò contro i coetanei che facevano
carriera mentre lui languiva nelle prigioni fasciste, verso la fine della sua vita ruppe il suo riserbo
(«non so bene perché diavolo lo faccio») e scrisse: «Non uno di quegli illustri antifascisti aveva
detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro
quella che è stata un'immonda violenza».

Dieci anni fa Giulio Andreotti si chiese perché non si fossero avviate indagini critiche «sul
comportamento di senatori come Croce, De Nicola, Albertini, Frassati, che disertarono la seduta del
20 dicembre 1938 facendo passare senza opposizione la legislazione antisemita». Vero. Ma non
risultano commenti altrettanto indignati di Andreotti sulle accuse che padre Agostino Gemelli,
Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, mosse nel '39 all'indirizzo degli ebrei, «popolo
deicida» che «va ramingo per il mondo » a scontare le conseguenze di quell'«orribile delitto».

E a proposito di Croce fa molta impressione leggere, nel libro L'espulsione degli ebrei dalle accademie
italiane di Annalisa Capristo, l'elenco degli intellettuali che risposero con zelo ed entusiasmo al
censimento per identificare «i membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle
Associazioni di scienze, lettere ed arti che cesseranno di far parte di dette istituzioni». Bastava una
compilazione burocratica e svogliata dei moduli, per chi non avesse avuto il coraggio di sottrarsi a
quel compito infame. E invece i Giorgio Morandi e i Gianfranco Contini, i Roberto Longhi e i
Natalino Sapegno, i Nicola Abbagnano e gli Antonio Banfi, gli Alessandro Passerin d'Entrèves e i
Giuseppe Siri (e centinaia con loro, illustri come loro) vollero sfoggiare «l'aggiunta di esplicite
dichiarazioni antisemite sotto forma di precisazioni ai vari quesiti tenuti nella scheda». Da Luigi
Einaudi, che sottolineò orgoglioso «l'appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile», a Ugo
Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito
tutte le domeniche».
Solitaria eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della
vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di
farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all'atto odioso e ridicolo insieme di
protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata».
Era già una «persecuzione»: ci voleva poco a capirlo, malgrado i risibili rosari autoassolutori del
«non sapemmo» e del «non capimmo».
Mentre Alberto Moravia implorava le autorità fasciste perché gli venisse data la possibilità di
continuare a scrivere sulle riviste («sono cattolico fin dalla nascita, mio padre è israelita, ma mia
madre è di sangue puro»), Guido Piovene recensiva rapito Contra Judeos di Telesio Interlandi. Il
giovane cattolico Gabriele De Rosa (in un «libercolo» che lo storico decenni dopo avrebbe definito
«goffo e scriteriato») inveiva contro «il focolare ebraico» in Palestina, alimentato dal popolo
responsabile della crocifissione di Gesù Cristo. Il giovane Giorgio Bocca discettava sui pericoli del
piano ebraico di conquista del mondo rivelata dai (falsi) Protocolli dei savi Anziani di Sion. Giulio
Carlo Argan, colto collaboratore del regime per la difesa dei beni culturali e artistici, in una
corrispondenza del 1939 dagli Stati Uniti dissertava sull'influenza del «potentissimo elemento
ebraico» in America. Una fornitissima appendice documentaria apparsa nella seconda edizione del
«lungo viaggio» di Ruggero Zangrandi «attraverso il fascismo» descrisse nel 1962 l'ampiezza del
consenso servile degli intellettuali alla politica antisemita del regime, ricostruito per la prima volta
in quegli stessi anni da Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo.
Rosetta Loy, nel suo libro La parola ebreo, ha definito la «Difesa della Razza» una «rivista dalla
grafica aggressiva e anticonvenzionale che aveva tra i suoi finanziatori la Banca Commerciale».
Sandro Gerbi ha confermato che sul quindicinale fossero comparsi «talvolta avvisi pubblicitari della
Comit, del credito Italiano, della Ras, dell'Ina e via dicendo», precisando però che quelle inserzioni
erano il frutto di «chiare direttive "superiori" del Minculpop e non di scelte autonome e di dirigenti
delle singole aziende». Non furono scelte «autonome». Ma furono o no, anch'esse, l'esito di una
tacita «non reazione»?

«Non reagirono» gli scrittori che, come è documentato dall'Elenco di Giorgio Fabre, non si
rifiutarono di firmare i manuali e le antologie scolastiche al posto degli autori ebrei il cui nome era
ostracizzato e dannato. Non reagirono i docenti universitari che ereditarono le cattedre lasciate
vacanti dai colleghi estromessi a causa della legislazione antisemita. Roberto Finzi ha rivelato che
per Ernesto Rossi, in carcere, la cacciata dei docenti ebrei avrebbe rappresentato «una manna per
tutti i candidati che si affolleranno ora ai concorsi». Rossi non si sbagliava: l'«affollamento» fu
macroscopico, corale, macchiato solo da qualche residuale caso di coscienza. Un capitolo
controverso di viltà collettiva che faticherà a chiudersi anche nell'Italia democratica
. Alberto
Cavaglion ha ricordato che la cattedra di letteratura italiana sottratta ad Attilio Momigliano sotto
l'effetto delle leggi razziali «dopo la fine della guerra sarà sdoppiata perché fosse restituita a chi era
stato illegittimamente cacciato, ma anche per non scomodare chi al suo posto era tranquillamente
subentrato». Chi, in altre parole, non aveva «reagito» nel '38 e negli anni successivi non perderà la
cattedra. E del resto le leggi razziali saranno completamente e radicalmente soppresse solo nel
1947, con una lentezza che forse tradì il turbamento per non aver saputo contrastare, coralmente e
individualmente, l'abiezione della legislazione antiebraica. La vergogna per non aver «reagito»: con
poche, ammirevoli, sporadiche eccezioni.

Pierluigi Battista      Corriere della Sera 17 dicembre 2008