Ginsborg: "Perché l'Italia non ha un'etica pubblica"

intervista a Paul Ginsborg, a cura di Simonetta Fiori


Eravamo la patria del "familismo amorale", oggi siamo quella del "familismo immorale"? Cognati
operosi, figli meritevoli, mogli dedite al business, soprattutto padri di famiglia soccorrevoli verso la
progenie.
Anche nel canovaccio degli ultimi scandali, le figure parentali rivendicano a pieno titolo
ruolo da comprimari. In qualche caso è proprio la responsabilità genitoriale che viene invocata
come causa e giustificazione di tanto penoso affannarsi («Ma io cosa ho fatto per mio figlio?»,
piange al telefono il servitore dello Stato). E uno straordinario family gathering allieta in Campania
le liste elettorali del Pdl, i cui colonnelli candidano consorti e compagne, figlie e nipoti.

Questa del "tengo famiglia" è una filosofia antica e tipicamente italiana, «un tratto che scaturisce
dalla mancata creazione di un'etica pubblica»,
sostiene Paul Ginsborg, lo storico che più s'è
occupato dell'istituto famigliare in relazione con lo Stato e la società civile. A quest'ambito di
ricerca è ora dedicata una raccolta di saggi, Famiglie del Novecento. Conflitti, culture e relazioni,
curata dallo studioso inglese insieme a Enrica Asquer, Maria Casalini e Anna Di Biagio
(Carocci,
pagg. 276, euro 27).  «Nella storia italiana», dice Ginsborg, «in alcuni passaggi critici, si sono create le possibilità per lo Stato di costruire una sfera pubblica forte, con le sue regole e i suoi codici di comportamento. È  accaduto all'indomani del processo di unificazione, e anche nella stagione successiva alla fine della Seconda guerra mondiale. È accaduto dopo Tangentopoli. Ogni volta ha agito la speranza della  cesura storica. Il salto weberiano, però, non c'è mai stato».

 

-Non è un caso che il "familismo immorale" nasca nell'Italia del "familismo amorale", secondo
la celebre definizione di Edward C. Banfield.

«Più che sull'aggettivo, mi concentrerei sulla parola familismo, che misura l'eccessivo potere della
famiglia nella società e nella sfera pubblica italiane
. Il paese di oggi non è certo il paese arretrato
investigato da Banfield nel 1957 nel suo saggio In The Moral Basis of a Backward Society. Al
centro della sua indagine era Chiaromonte, un borgo poverissimo della Basilicata. Quel che lo
studioso rimarcò fu l'assenza di società civile.
Le famiglie di Chiaromonte avevano un solo
obiettivo: massimizzare i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare,
supponendo che anche tutti gli altri si comportassero allo stesso modo
. Naturalmente non tutta la
penisola era ed è assimilabile al modello di Chiaromonte. Però ancora oggi l'Italia si misura con una
smisurata attenzione, spesso esclusiva, all'istituto famigliare».

-I recenti scandali mostrano qualcosa di più rispetto alla mancanza di un ethos comunitario. Si
è disposti a tradire la fedeltà allo Stato per sistemare o arricchire figli e consanguinei
.
«In questo caso il familismo è assai contiguo al clientelismo, che implica l'uso delle risorse dello
Stato per interessi privati.
Può essere interessante rilevare come nell'Europa mediterranea questi
fenomeni antichi non muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa
impressione, nell'Italia di oggi, è il prevalere dell'organizzazione verticale tra patrono e cliente su
quella orizzontale tra cittadini.
Nella precarietà del mercato del lavoro, diventa fondamentale la
relazione con il potente, che garantisce determinati accessi, per te e i tuoi figli: da qui un legame di
gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti e
democrazia».

-Ma la famiglia forte può essere considerata un ostacolo alla crescita democratica?
«Sì, se concentrata in modo sproporzionato sugli interessi materiali immediati. Al caso italiano
s'attaglia la riflessione di Isaiah Berlin sulle due libertà. Secondo lo studioso esiste "la libertà da" liberty
from
- ossia la libertà dall'interferenza di un altro soggetto rispetto alla tua azioneindividuale.

È la libertà come viene intesa dal nostro premier: nessuno, neppure lo Stato, dovrebbe
limitare la tua libertà. Esiste poi la "libertà di" - liberty to - ossia la libertà che scaturisce dalla
ricerca di un'azione collettiva condivisa. Ancora prima dell'avvento del berlusconismo, l'Italia
familista ha sempre praticato la prima di queste due libertà
».

-La relazione principale in Italia - lei lo rimarca nel suo ultimo saggio - è tuttora quella tra
famiglia e individuo, mentre in altre parti d'Europa, in Gran Bretagna o in Svezia, prevale
quella tra individuo e Stato.

«L'Italia è stata caratterizzata storicamente da un accentuato individualismo, da una società civile
debole soprattutto nel Sud e da uno Stato democratico di tarda formazione. Norberto Bobbio
sintetizzò tutto questo scrivendo che per le famiglie si sprecano impegno, energie e coraggio, ma ne
rimane poco per la società e per lo Stato».

-I demografi storici distinguono, nell'Europa occidentale, tra sistemi famigliari deboli e sistemi
famigliari forti, ricavandone una proporzione scoraggiante: più forte è la famiglia, più debole
è la società civile.

«Nel primo sistema - dove più conta l'individuo - rientrano com'è naturale la Scandinavia, la Gran
Bretagna, l'Olanda e il Belgio, ed alcune regioni della Germania e dell'Austria. Il secondo - dove più
conta famiglia - comprende l'Europa mediterranea. Sono essenzialmente due i fattori che
determinano la differenza: la longevità delle famiglie d'appartenenza - ossia l'età in cui si lascia la
casa paterna - e la rete di solidarietà famigliari in rapporto alla vecchia generazione. Attenzione però
alle generalizzazioni, come raccomanda lo stesso David Reher, l'artefice di questi studi. Anche
indagini recenti collocano la società civile italiana in un posto molto alto nella graduatoria
mondiale. Ieri i girotondi, oggi il popolo viola: nonostante tutto, la società italiana è ancora capace
di grande reattività».

-Il rapporto tra famiglia e società civile non è stato mai indagato a fondo: né in ambito
disciplinare né sul piano del pensiero politico.

«Sì, esiste un buco nero nel campo delle teorie politiche. In nessuna delle due tradizioni dominanti
nel Novecento, quella liberale e quella marxista, le famiglie sono al centro di una seria analisi in
quanto soggetti politici. Nel pensiero liberale la famiglia fu sistematicamente relegata alla sfera
estranea alla politica, trovando collocazione nel privato piuttosto che nel pubblico. Nel suo saggio
The Subjection of Women (1869) John Stuart Mill aveva dedicato un effimero riconoscimento
all'importanza della famiglia: i posteri preferirono ignorarlo».

-Nella tradizione comunista non ci fu maggiore attenzione.
«Il giovane Marx ebbe qualche intuizione nel riconoscere la famiglia e la società civile come
presupposti dello Stato, ma egli stesso non ebbe interesse ad approfondire il tema. Anzi nella sua
riflessione successiva la famiglia diventerà una delle tante espressioni dei rapporti economici. Più
tardi i bolscevichi finiranno per liquidarla come entità destinata a essere superata dalla
pianificazione socialista. Solo Trockij ebbe delle idee un po' diverse, ma non le sviluppò fino in
fondo».

-In un quadro di generale distrazione, risalendo al XIX secolo lei riconosce un'eccezione in
Hegel.

«Sì, in alcuni paragrafi dei Lineamenti della filosofia del diritto, il filosofo invita a esaminare gli
individui in relazione alle tre sfere sociali: famiglia, società civile e Stato. In particolare, Hegel
indagò il momento della "dissoluzione" della famiglia in rapporto alla società civile.
A me pare
tuttora una proposta stimolante sul piano del metodo».

-Però pochi l'hanno raccolta.
«Anche più recentemente, dopo l'Ottantanove, la riflessione saggistica sulla grande rinascita della
società civile nell'Europa dell'Est non ha mai incluso la famiglia. E John Rawls, il liberale che più
ha meditato sulla società attuale, dedica pochissimo spazio all'istituto famigliare, che resta un
soggetto passivo. Si potrebbe dire che la famiglia è un grande attore politico rimasto troppo a lungo
nascosto dalla storia».
 

la Repubblica  8 marzo 2010