Il futuro della fede

 

 Importanti considerazioni sul Futuro della fede e la sfida del pluralismo in un breve saggio del

teologo domenicano francese Claude Geffré, pubblicato nell’Annale 2007 della Chiesa in Italia,

Centro editoriale Dehoniano 2008. Sarebbe di grande speranza leggere un linguaggio così franco e

lucido nei documenti del magistero!

Cerco di enucleare la struttura portante, usando il più possibile le parole dell’autore: p. Geffré

muove dal riconoscere che la pluralità delle culture, dato comunque ineliminabile del presente, è da

vedere come “un’opportunità nella progressiva conquista della verità […] un’opportunità che

corrisponde a un misterioso disegno di Dio”. Qui non viene ricordata, ma non è da dimenticare che

la rivelazione neotestamentaria è quadriforme e, se ciò non è casuale, può significare che

l’espressione della verità religiosa non è monolitica già nei suoi fondamenti. Come viene

tradizionalmente presentato, il cristianesimo appare oggi “inadeguato rispetto alle aspirazioni

spirituali di molti dei nostri contemporanei”, mentre incontriamo nel mondo “uomini e donne che

hanno abbandonato qualsiasi fede religiosa, ma non hanno rinunciato a combattere per la giustizia”.

Possiamo quindi affermare che il mondo sta uscendo, o “è già uscito, dalla religione, se per

religione s’intende un’alienazione dell’autonomia della coscienza e una legittimazione

dell’ingiustizia”. Allora “come annunciare la singolarità della fede cristiana se storicamente il

cristianesimo è la religione dell’uscita dalla religione?” Questo il nodo centrale

dell’argomentazione: la singolarità del cristianesimo non sta nell’essere una religione migliore, più

vera, ma, appunto, nel riconoscere che la fede in Cristo rappresenta il superamento dell’idea di

religione e proprio per questo carattere “può incarnare oggi una delle espressioni possibili del futuro

della religione”. Il cristianesimo dovrà sempre di più porsi come “una libera risposta alla proposta

del messaggio evangelico, per entrare nella coscienza degli uomini e delle donne di oggi superando

la diversità delle culture e delle religioni”. Del resto “che cosa è più importante nella religione

cristiana? Un insieme di oggettivazioni dottrinali, un insieme di pratiche e riti o la potenza

imprevedibile dello spirito di Cristo?” “Una parola di Dio che non è più contemporanea non è già

più parola di Dio”: ne consegue inevitabilmente che “non c’è una reale trasmissione della fede

senza interpretazione”.

Sviluppare con coraggiosa coerenza questa idea significa essenzialmente, “secondo una vecchia

regola ermeneutica sempre valida, che bisogna interpretare un brano particolare tenendo presente il

testo nel suo insieme e la centralità del messaggio”, ma anche che può essere “necessario predicare

contro questo o quel testo del canone delle Scrittura affinché la parola di Dio sia annunciata come

buona novella di salvezza e di liberazione”. Naturalmente con acuto discernimento da esercitare,

come avrebbe raccomandato Lutero, con la assidua presenza dello Spirito Santo.

Nel ripensare a come riproporre la spiritualità cristiana all’umanità contemporanea, p. Geffré

individua alcuni principi incontestabili della modernità dai quali è impossibile prescindere:

“l’uguaglianza tra uomo e donna, il valore inviolabile della vita umana in questo mondo quale che

sia la prospettiva di una vita eterna, il rispetto della libertà di coscienza e il diritto alla libertà

religiosa, la dissociazione tra sessualità e procreazione, il diritto a un maggior benessere e non

soltanto alla salute, la laicità e l’indipendenza reciproca fra stato e istituzioni religiose”. Aperta

questa appassionante prospettiva, occorre trovare la fantasia per viverla nel mondo: secondo Claude

Geffré la prima vocazione profetica della Chiesa è di realizzare una “controcultura e operare con

altre istanze per la ricerca e la promozione di quello che io chiamo l’autenticamente umano, di cui

parla la costituzione Gaudium et Spes. Si tratta di resistere all’imperialismo di una cultura sempre

più monolitica che ci sommerge, una cultura all’insegna del consumo, del mero successo sociale,

del massimo sviluppo individuale, che ignora le grandi fratture delle nostre società liberali”. Il

 nuovo stile della presenza della Chiesa nel mondo sosterrà invece la cultura dell’amore e la giustizia

ecologica, ispiratrici di ogni scelta e ogni comportamento quotidiano per uomini e donne che

dovranno anche imparare “a mettere in pratica una saggezza sabbatica, quella del pudore, del

silenzio, della lode e dello stupore davanti alla bellezza del mondo creato”.

 

Ugo Basso       in “Notam” n. 316 del 20 ottobre 2008 (Lettera agli Amici del Gruppo del Gallo di Milano)