Essere ultimi
Cominciamo con un piccolo episodio, di quelli che racchiudono dentro di sé
molto. Un bimbo
eritreo è da qualche anno adottato da una famiglia italiana. Come tutti guarda
la televisione. Verso
l’inizio dell’anno vede al telegiornale il consueto ricevimento del corpo
diplomatico da parte del
sommo pontefice. Marmi, guardie, alte uniformi e, al centro dello sfarzo, un
uomo vestito di bianco.
Fissando il papa il bimbo rivolto al padre adottivo chiede: «Ma è ricco quello
lì?». Resta uno dei
grandi misteri della storia – che per non pochi credenti assume i tratti foschi
del tradimento o della
tragedia – comprendere come dalla predicazione scalza ed errante di un uomo la
cui vita finì sul
patibolo sia sorto tutto ciò. Se Dio poi lo fece risorgere e lo assise
alla sua destra, la domanda si fa
ancora più abissale: lo ha fatto perché, nel tempo, avessero corso siffatti
pseudotrionfi? Come
l’annuncio evangelico del «rovesciamenti di tutti i valori» possa aver portato a
strutture che fanno
parte integrale dei poteri del mondo rimane, almeno per il nudo credente,
inspiegabile. La polemica
può prendere di mira qualche frangia. Ci può opportunamente stupire di CL che ha
posto come
titolo del Meeting di quest’anno «o protagonisti o nessuno» (slogan assai simile
a «meglio un
giorno da leone che cento anni da pecora»). Con giustificata
perplessità ci si può chiedere cosa
c’entri il vangelo con una S. Sede che intrattiene colloqui, da pari a pari, con
altre istituzioni
mondane, rispetto alle quali, per alcuni versi, rivendica la propria superiorità
(ma invero ciò non
riguarda solo il papato di Roma).
Tuttavia il raggio della domanda è più vasto di queste esemplificazioni, grandi
o piccole che siano.
Ancora più difficile è comprendere come la struttura costantiniana della Chiesa
non abbia impedito
che fino a oggi risuonasse la voce del vangelo. Arduo è capire come la logica
del potere non abbia
messo un definitivo bavaglio a parole che proclamano la beatitudine degli
ultimi. Non semplice è
farsi ragione del perché non pochi abbiano speso e spendano la loro vita lungo
questa via. Anche
qui però un segno (o un solco) indelebile è stato tracciato. Una perdita
irreversibile c’è stata. Ai
nostri giorni, come in passato, basta guardare al mondo per comprendere che i
cristiani, da molto
tempo, non sono più ultimi. Il fatto che la parte più sviluppata del
mondo sia cristiana è una spia
non banale di questa situazione. La contaminazione resta inevitabile fino a
quando non si è toccati
dalla grazia dura (troppo dura) di essere resi, in proprio, davvero ultimi. Ma
si tratta di una
condizione vissuta solo da chi è costretto a ripetere in prima persona: «Dio
mio, Dio mio perché mi
hai abbandonato»; vale a dire è riservata a chi emette quel grido senza cogliere
Gesù vicino a lui in
quell’abbandono. In fin dei conti si tratta di una sorte consegnata solo a chi
non è cristiano o a chi
cessa di essere tale.
Il vero ultimo è colui che muore come Gesù, non già chi avverte, anche
nell’abbandono, Gesù al
suo fianco. La croce è grazia sub contraria specie: quando
è autentica si presenta come patibolo,
come una realtà che nessuno può scegliere. Da quando la Chiesa ha voluto essere
trionfante nella
storia, ai cristiani è dischiusa la possibilità, rara, di stare dalla parte
degli ultimi, ma a loro è quasi
del tutto preclusa la possibilità di essere davvero ultimi.
La stessa, giusta volontà di soccorrere
conferma questa sperequazione. Chi aiuta non è mai l’ultimo.
Il Figlio dell’uomo ha detto che alla fine dei tempi il
giudizio riguarderà la sua condizione di essere stato ultimo nella storia, vale
a dire
il suo essersi trovato dalla parte di chi è nel bisogno, di chi è esposto alla
possibilità di attendere
invano: «avevo fame e non mi è avete dato da mangiare» (cfr. Mt 25, 31-46). Il
passo di Matteo del
giudizio finale discrimina rispetto a chi ha soccorso o a chi non l’ha fatto
accogliendo i primi e
rinserrando, per sempre, i secondi alla loro chiusura; ma tace sulla sorte
finale di chi era nel
bisogno. Colui che non è ultimo è giudicato in base alle proprie opere o alle
sue omissioni. Ma
come non credere che chi è ultimo sia salvato dalla sua stessa condizione?
Il nascondimento storico
del Figlio dell’uomo in colui che è nel bisogno e la svelata presenza finale in
lui sono simboli di una
salvezza promessa nel tempo e dispiegata solo nell’ultimo giorno.
Il recente libro di Gabriella Caramore, La fatica della luce. Confini del
religioso (Morcelliana,
Brescia 2008), merita molta attenzione soprattutto per la sua rara capacità di
attraversare linee
divisorie (o sedicenti tali). Qui però lo riprendiamo solo per un passo che
dialoga con quanto
abbiamo cercato di dire. «Che altro possiamo fare? Che altro dovremmo
fare? Se non cercare di
riconoscere Dio nei volti, e nei silenzi – o nelle grida, che sono molto vicine
ai silenzi – dei muti,
degli oppressi, dei diseredati, dei violentati, di chi ha fame, di chi ha sete,
di chi patisce ingiustizia,
di chi si è messo in un angolo, di chi nulla può, in questo mondo, di chi tende
la mano, di chi è
umiliato, di chi è tradito, di chi è insultato, di chi è calunniato, di chi è
piccolo, di chi muore, e di
chi non riesce neppure a morire? Lì è Dio, credo. Li Dio ci attende, forse.»
(pp. 67-68). Senza
contrapporsi a quanto qui trascritto, per noi, che ultimi non siamo, si potrebbe
anche affermare il
contrario: «Lì Dio ci attende, credo. Lì, forse, c’è Dio se ci andiamo».
Piero Stefani in “Notam” n 315
(Lettera agli Amici del Gruppo del Gallo di Milano) del 6 ottobre 2008