Il denaro non ha odore e l’Italia fa affari con il dittatore sudanese

La Camera pronta a ratificare accordi commerciali


Un dittatore tira l’altro, si sa. In principio fu Muhammar Gheddafi, poi il bielorusso Alexander Lukashenko (senza dimenticare il “democratico” Putin), e adesso tocca a Omar al-Bashir, presidente del Sudan in cui vige la sharia, la legge islamica, di vedersi omaggiare con un inaspettato riconoscimento politico dal governo di Silvio Berlusconi. La Camera s’appresta infatti questa settimana a ratificare un accordo commerciale tra Roma e Khartoum, frutto del “Memorandum of Understanding” firmato nel paese africano nel 2005, quando a palazzo Chigi c’era sempre il Cavaliere. Il fatto è che nel frattempo (a marzo del 2009) la Corte penale internazionale ha chiesto l’arresto di al-Bashir – e di qualche altro membro del suo gabinetto - per crimini di guerra e contro l’umanità per le stragi di civili ordinate in Darfur: tra i 180 e i 300mila morti a seconda delle stime, cui vanno aggiunti oltre due milioni e mezzo di sfollati. L’intesa però va ratificata - spiega il governo alle Camere - perché il Sudan “registra ormai da anni una costante crescita economica, il cui tasso è tra i più elevati nell’intero continente africano”. Insomma, pecunia non olet. E gli affari possibili sono parecchi: “La ricostruzione delle aree maggiormente colpite dal conflitto (Stati del Sud e zone centrali), cui è interessato ogni settore del sistema produttivo ed infrastrutturale”, poi “le opportunità derivanti dal fatto che il Sudan presenta zone ricche di risorse naturali”, senza contare la “rilevante produzione petrolifera nelle aree centrali e meridionali”. La Aps Engineering Roma, per esempio, s’è già presa un bell’appalto per una raffineria a Port Sudan, poi c’è la Cmc che costruisce un hotel a Khartoum (80 milioni), Enel Power che lavora alla stazione di pompaggio di Kash el-Girba, Siemens Italia che fornisce sottostazioni elettriche, Euromed e Mefit nel settore delle costruzioni, la Cec International che rifà il manto stradale a Juba per 67 milioni di dollari e altre ancora.

Ancora poca roba, se paragonata a Cina (il primo partner del Sudan), Giappone o Egitto, ma comunque un bel po’ di soldi. Solo che il governo sudanese continua a essere una dittatura criminale e il Paese è ben lontano da quello immaginato dopo l’Accordo di pace del gennaio 2005. Non è un caso che nell’intesa si sprechino le specificazioni sul diritto all’indennizzo di persone o società in caso di “guerra”, “altre forme di conflitto armato”, “rivoluzione”, “rivolta”, “insurrezione o disordini”, come pure in caso di “nazionalizzazioni”, “requisizioni” e “espropriazioni”. Una guerra, peraltro è “un’eventualità non remota”, ha chiarito il relatore del ddl di ratifica, il deputato Renato Farina, già esperto di politica internazionale per Niccolò Pollari. L’anno prossimo, infatti, secondo l’accordo di pace le ricche regioni meridionali voteranno un referendum che potrebbe sancirne il distacco dal resto del Paese, ma al-Bashir e i suoi non hanno alcuna intenzione di farsi sottrarre il loro bancomat. Intanto i tribunali speciali condannano “i terroristi” a morte a pieno ritmo (oltre 60, nel 2009), mentre in Darfur – sostiene il rapporto 2010 di Amnesty International – le violenze si sono intensificate e continuano gli stupri etnici perpetrati dalle milizie controllate dal governo. Una piccola nota di colore: a dieci anni dalla ratifica della Corte penale internazionale, l’Italia non ha ancora adeguato la sua legislazione interna. Tradotto: Roma è una delle poche capitali al mondo in cui al-Bashir potrebbe venire in visita senza essere arrestato.

Marco Palomba     il Fatto 6.7.10

 

 


"Malati, senza cibo e torturati qui in Libia siamo sepolti vivi"

L’appello di uno dei rifugiati: "Tirateci fuori dall´inferno"
"È scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti"



 «Possiamo parlare pochi minuti. E´ molto pericoloso. La polizia può arrivare da un momento all´altro. Ci controllano in continuazione. Per loro controllo significa picchiarci a sangue, con i bastoni, scariche elettriche. Ci danno cibo avariato e acqua piena di fango. Siamo in pericolo, temiamo di non farcela: molti sono ammalati, è scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti. Ormai abbiamo smesso anche di gridare. Siamo davvero allo stremo. Non abbiamo alternativa: restare sepolti qui sotto o finire di nuovo in Eritrea. In ogni caso, morire».
La voce del rifugiato arriva a tratti. E´ quasi un sussurro. Arriva dal cuore della Libia, dal centro di detenzione di Braq, 75 chilometri da Sebha, regione desertica centromeridionale. Lo chiameremo Mohammed, ma è un nome di fantasia. Svelare la propria identità è troppo pericoloso. Questione di vita e di morte. Basta poco per sparire, magari sotto metri di sabbia del deserto. Abbiamo ottenuto il numero di uno dei due cellulari. La linea si prende con difficoltà. Ma alla fine, dopo alcuni tentativi e sms rassicuranti, ci risponde la voce di un uomo. Una voce «da dentro». Una testimonianza diretta del dramma che stanno vivendo oltre 200 eritrei e somali, immigrati e rifugiati. Una storia assurda ma emblematica di come la politica dei respingimenti possa produrre delle ingiustizie: violazioni dei diritti internazionali dei rifugiati sanciti dalle Nazioni unite e sottoscritte anche dall´Italia. L´Italia degli accordi con la Libia.

«Adesso siamo in 205», ci racconta Mohammed. «Divisi in une stanze: 101 in una e 104 in un´altra. Tutti uomini. Dormiamo in piedi. Non riusciamo neanche a muoverci. Ci sono molti feriti e chi non resiste perde i sensi ma è sorretto dagli altri corpi. Se qualcuno crolla è spacciato: finire per terra significa restare soffocati. Veniamo dalla Somalia e dall´Eritrea. Come tanti altri volevamo andare in Italia, in Europa e poi magari in Canada. Molti tra noi erano già arrivati nel vostro Paese. Ma poi siamo stati trasferiti in Libia, nonostante avessimo tutti i requisiti per ottenere l´asilo politico. Respinti e basta, senza alcuna verifica. Siamo rimasti in Libia per un anno e sei mesi. Ci hanno rinchiusi nel Centro di accoglienza di Misurata: un centro molto bello, tenuto bene, dove era possibile anche uscire. Le donne per fare la spesa, i bambini per giocare e studiare, gli uomini per andare a lavorare nei cantieri edili. Poi è cambiato tutto, di colpo. Forse perché è stato chiuso l´ufficio dell´Unhcr. Niente più visite, niente più controlli medici, niente assistenza. Niente più uscite. Il centro è diventato una vera prigione. La vita, per i pochi che riuscivano a lavorare all´esterno, è diventata ancora più dura. Vessazioni, insulti, diritti inesistenti. Hanno smesso anche di pagarci sui cantieri. La sera del 29 giugno è scoppiata una rivolta. Ci hanno messo davanti un foglio nel quale accettavamo di rientrare in Eritrea. Sappiamo leggere: c´era scritto esattamente così.

Non avevamo alternative: l´Eritrea per noi significa torture e carcere. Molti hanno tentato una fuga, in trenta ci sono riusciti. Gli altri, dopo una battaglia durata fino all´alba con la polizia e i gruppi speciali, sono stati picchiati selvaggiamente, infilati in alcuni container e trasferiti in mezzo al deserto. Solo gli uomini, le donne sono rimaste a Misurata. Il viaggio è avvenuto di giorno e può immaginare in quali condizioni. Molti sono svenuti durante il trasferimento. Mancava l´aria, non c´è stato il tempo di prendere dell´acqua potabile. Nelle brevi soste - prosegue il rifugiato - colpivamo disperati sulle pareti infuocate del container. Le guardie aprivano e picchiavano con bastoni e mazze di ferro. C´erano molti feriti, avevano bisogno di cure. Altri stavano male, cominciavano i sintomi della dissenteria. Il viaggio è durato tutto il giorno. Ci hanno detto che è stata una punizione. Quando siamo arrivati a Braq faceva buio. Altri colpi, altre bastonate. Sembravamo un branco di animali. Sporchi, laceri, bruciati dal calore impossibile, ammassati gli uni sugli altri. Ci hanno chiuso in queste due stanze e ci hanno messo davanti lo stesso foglio nel quale accettavamo di essere rimpatriati in Eritrea. Abbiamo protestato, noi siamo dei rifugiati politici. Lo siamo da oltre due anni. La risposta è stato un altro pestaggio. Qualcuno, da Misurata, ha dato l´allarme. Abbiamo nascosto un paio di cellulari. Riusciamo ad usarli a fatica».
«Vogliamo avere fiducia - conclude Mohammed - vogliamo aggrapparci a tutto, vogliamo vivere. Siamo dei sepolti vivi, senza medicine, con delle condizioni igieniche terribili, tra la sporcizia, gli escrementi, poco cibo e pochissima acqua. L´Italia deve reagire, deve premere sul governo libico. Siamo gente che è fuggita con le famiglie, i bambini, le nostre donne da un paese che ci ha condannato. Chiediamo un po´ di luce in questo tunnel buio e disumano. Chiediamo solo di poter vivere. Devo chiudere, arrivano i poliziotti. Spero di sentirla di nuovo, spero di superare anche questa notte».

Daniele Mastrogiacomo    Repubblica 7.7.10

 

 

 
Eritrei detenuti in Libia
Il Consiglio d’Europa chiede conto all’Italia
Frattini non risponde ma, assieme a Maroni, manda una lettera al “Foglio”: «Mediazione in corso con Tripoli». Che, intanto, picchia i prigionieri feriti


Non è più il silenzio dell’imbarazzo. È molto di più. E di più grave: è il silenzio dei complici. Il silenzio del governo italiano nei confronti dei disperati appelli che giungono dal carcere di Brak, nel sud della Libia, dove sono segregati oltre 200 eritrei. Picchiati, torturati, senza cibo, acqua, assistenza medica. «Abbiamo bisogno di ottenere lo status di rifugiati, perché stiamo morendo nel deserto». È la richiesta di aiuto lanciata da uno dei segregati raggiunto da CNRmedia. «Siamo a Brak, vicino al confine con il Niger. Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano, ci torturano. La tortura è frequente, tutto è frequente..». «Alcuni di noi prosegue il racconto erano stati arrestati perché già abitavano in Libia, altri sono stati presi nelle città, altri ancora sono stati respinti dall’Italia lo scorso anno. Anche se avrebbero avuto il diritto di essere accolti come rifugiati sono stati respinti...».

Respinti dall’Italia. Abbandonati al loro destino. Un destino di sofferenza, forse di morte. «Tra di noi racconta uno dei segregati ci sono anche 18 donne e bambini. Ad alcune persone sono state spezzate le braccia, gambe, hanno le teste rotte. Le torture sono state molto pesanti...». Testimonianze drammatiche. Come quella raccolta da don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani: «I feriti (diciotto) che hanno chiesto di essere curati denuncia Zerai per tutta risposta sono stati picchiati selvaggiamente... E mentre venivano malmenati, le guardie gridavano loro: è quello che meritate per esservi ribellati alle nostre leggi...».
Aiuto richiesto, aiuto negato. «Siamo qui senza speranza dice a CNRmedia uno dei disperati di Brak senza alcun tipo di aiuto... Nessuno può venirci a vedere, nessuno viene a proteggerci... Abbiamo il diritto di essere riconosciuti come rifugiati, abbiamo bisogno di aiuto da parte della comunità internazionale proprio qui e ora. Perché stiamo morendo nel deserto.... Incalza Amnesty International: a seguito dell’Accordo di amicizia, partenariato e cooperazione concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Secondo i dati del governo italiano rileva Amnesty tra maggio e settembre 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia. Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone «riconsegnate» alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza e diversi minori.

L’Italia sotto osservazione. Con due lettere inviate lo scorso 2 luglio al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al ministro degli Interni, Roberto Maroni il cui testo è stato reso noto solo ieri il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha chiesto al governo italiano di «collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Secondo i numerosi rapporti ricevuti dal Commissario Hammarberg prima del trasferimento dei 250 eritrei da un campo di detenzione all’altro, «il gruppo sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti da parte della polizia libica, e molte delle persone detenute sarebbero rimaste gravemente ferite». Sempre in base ai rapporti ricevuti scrive Hammarberg nella lettera tra i migranti, che rischierebbero ora l’espulsione verso l’Eritrea o il Sudan, vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, e il gruppo includerebbe anche persone che sono state ricondotte in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. «Data la recente decisione delle autorità libiche di porre fine alle attività dell’Unhcr nel Paese, è divenuto estremamente difficile avere conferme sull’accuratezza di questi rapporti», scrive il commissario che, vista la «serietà delle accuse», domanda all’Italia di collaborare al fine di «chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». La risposta arriva... via Il Foglio. «In queste ore scrivono Frattini e Maroni in una lettera al quotidiano di Giuliano Ferrara è in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all’identificazione dei cittadini eritrei, i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status, e poter loro offrire un’occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio».
Da Mosca, Frattini fa sapere che Tripoli « ha già dato segnali di importante disponibilità» per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia». «Il contributo dell’Italia non è mai mancato e non mancherà afferma il titolare della Farnesina ma lo faremo nei modi che portano al risultato e non in quelli che servono a far pubblicità a qualcuno, senza ottenere il risultato». «Il risultato insiste si ottiene guardando cosa sta accadendo, chiedendo la collaborazione delle autorità libiche, perché la Libia è uno Stato sovrano e noi rifiutiamo l’approccio colonialista che alcuni sembrerebbero indicare». Controreplica: «L’Italia ricorda Hammarberg ha il dovere di vigilare sul rispetto dei diritti umani e di evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in Paese dove rischiano di essere torturati o maltrattati».

Umberto De Giovannangeli     l’Unità 7.7.10