Democrazia con l'elmetto

Nel condominio delle nostre istituzioni si sta aprendo una stagione di conflitti. Le avvisaglie sono
chiare, benché ancora nessuno abbia sparato il primo colpo di fucile. Sono altrettanto chiari i due
fronti contrapposti su cui si dispongono i condomini: da un lato gli organi di garanzia; dall’altro lato
gli organi politici. Sul primo fronte è acquartierata, da Tangentopoli in avanti, la magistratura; e
infatti il rapporto fra politica e giustizia indica un nodo irrisolto della nostra vita pubblica. Ma più di
recente vi si è aggiunto il tribunale costituzionale, dopo la sentenza che ha preso a morsi la legge
sulla fecondazione assistita. Senza troppi giri di parole, la maggioranza ha salutato questa decisione
come una ferita alla democrazia. Se è così, avremo altre ferite da medicare nel prossimo futuro,
quando la Consulta s’occuperà del lodo Alfano o del testamento biologico. Anche perché al suo
fianco va prendendo posizione un organo di garanzia politica qual è il presidente della Camera, che
a giorni alterni spedisce un altolà al governo. E soprattutto si profila una maggiore intransigenza del
Capo dello Stato. Dopo il caso Englaro, Napolitano ha moltiplicato le critiche contro l’uso troppo
disinvolto dei decreti, contro l’eccesso dei voti di fiducia, in ultimo - nel discorso di Torino - contro
un rischio autoritario nel nostro orizzonte collettivo. Certo, l’esecutivo può reagire minimizzando,
facendo orecchie da mercante: per l’appunto la strategia esibita in quest’ultima occasione. Tuttavia
il presidente può a sua volta trasformare la moral suasion nell’esercizio specifico e puntuale dei
propri poteri di veto, per esempio rinviando alle Camere le leggi di conversione dei decreti. E allora
i contendenti avranno un elmetto da indossare, dalle buone maniere passeranno alle maniere forti.
 

Un oroscopo infausto? Dipende dal giudizio sulla vecchia idea di Montesquieu: quella di separare i
poteri e le funzioni, di distinguere la decisione dal controllo. In Italia è un’idea in crisi ormai da
tempo, da quando alla separazione si è via via sostituita l’integrazione delle competenze
. Ci ha
messo del suo pure la Consulta, elaborando il canone della «leale collaborazione» fra i diversi attori
della cittadella burocratica. Ovviamente c’è del giusto, perché un aereo cade a picco se il pilota non
dialoga con il copilota. Ma c’è anche un pericolo, in primo luogo perché se tutti fanno tutto non
saprai mai a chi chiedere conto dei misfatti. E in secondo luogo perché la logica dell’integrazione
può risolversi - e spesso si risolve - nel predominio del più forte.
È accaduto con l’esperienza
regionale, e sta proprio in ciò la causa del suo fallimento. Nel 1947 i costituenti scolpirono un
modello che divideva con un colpo d’accetta le attribuzioni statali e regionali. Nel 1970, quando
finalmente le regioni si presentarono ai nastri di partenza, trovarono il circuito già occupato dalle
autoblu ministeriali. Furono perciò costrette a montare sul sedile posteriore, e da allora in poi si
sprecano i progetti di riforma. Ma è accaduto, per fare un altro esempio, riguardo al potere di grazia.
Per sessant’anni esercitato in condominio dal Capo dello Stato e dal governo, anzi riservando al
primo un ruolo puramente notarile. Finché Ciampi non ha sollevato un conflitto dinanzi alla
Consulta, che a propria volta ne ha sancito definitivamente le ragioni.
Ecco, i conflitti. La logica dell’integrazione - delle competenze e dei poteri - porta in ultimo alla
sedazione dei conflitti.
E infatti non c’è più distinzione né frizione tra il legislativo e l’esecutivo,
l’uno è protesi dell’altro.
Non c’è laicità, non c’è separazione tra sfera pubblica e sfera religiosa, da
quando è crollato il «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Thomas Jefferson.
Non c’è neppure un
referendum oppositivo in mano ai cittadini, da quando l’astensionismo lo ha disinnescato. Ma i
conflitti sono il sale delle democrazie, sono la via obbligata per restituirvi responsabilità e
chiarezza. Non a caso l’istituto del conflitto fra i poteri è un asse portante dello Stato di diritto. E
d’altronde l’alternativa si chiama organicismo, si chiama populismo, consiste nell’unità fittizia della
cittadinanza che parla solo attraverso la voce del suo Capo.
No, non dobbiamo aver paura dei
conflitti
. Preoccupiamoci piuttosto di non prendere troppi sedativi.

Michele Ainis     La Stampa 30 aprile 2009