Il cuore nero dell’Italia


Perché mai il ministro della Difesa, il disinvolto e talvolta simpatico Ignazio La Russa, si ricorda di rendere omaggio ai combattenti della Repubblica Sociale proprio a Porta San Paolo, a Roma, dove la Resistenza ebbe il suo inizio nel settembre del 1943? E ancora: perché mai il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno si premura di ridimensionare le colpe del fascismo fra leggi razziali e operato complessivo, ossia “male assoluto sì male assoluto no, manco un po’?”. Già, come mai? Proviamo a mettere sul (o sotto il) tappeto alcune risposte. In grado magari di comprendere sia gli sforzi di completezza dell’uno sia la volontà di chiarezza dell’altro, nella certezza di non fare torno né a Gianni né a Ignazio. Vista, se non altro, la comune provenienza politica, ergo culturale e antropologica. Lo fanno lo fanno lo fanno poiché ritengono che sia giusto così, dunque per un anelito di giustizia nei confronti delle vittime della “loro” guerra, anzi, dei vinti che indossavano la camicia nera. Lo fanno perché è necessario andare avanti con la “pacificazione”, visto che c’è voluta una vita perché si parlasse di “guerra civile”, o no? Lo fanno perché ritengono che il fascismo non fosse poi così schifoso come ritengono alcuni, detrattori, gente prevenuta, sì, proprio prevenuta, mentre c’è del buono, c’è dell’eccellente. Lo fanno perché il fascismo è pur sempre una forma di “Made in Italy”, e, con i tempi che corrono, mica ce poi sputa’ sopra, no? Lo fanno perché c’avevano uno zio che era fascista, ma era personcina per bene, e poi perché Mussolini ha costruito le stazioni e, restando in territorio urbano, ha redento l’Agro Pontino, e pure in questo caso mica ce poi sputa’ sopra, no? Lo fanno perché qualcuno, è successo addirittura all’estero, gli ha detto che non si devono vergognare del fascismo, visto che al tempo del fascio “i treni arrivavano in orario” e, prova a sputacce sopra pure stavolta. Lo fanno perché Berlusconi gli ha detto di farlo, anzi, gli ha intimato proprio così: se non lo dite voi, lo dico io, scommettiamo? Lo hanno fatto perché devono - comprensibile realpolitik elettorale, eddài, provate a mettervi nei loro panni! - altrimenti certuni che credono nella tradizione finisce che votano direttamente Berlusconi, che infatti è capace di dirlo direttamente lui, sì, che è così, tanto a Silvio non gli costa niente, figurati se corre il rischio d’essere accusato di apologia. Lo fanno perché, come narra un vecchio discorso bellico sul risentimento dei veri fascisti contro gli Stati Uniti d’America, l’esercito a stelle e strisce ha sconfitto l’invincibile armata del cosiddetto “Reich millenario” decretando così la “morte dell’Europa”: vedi, in proposito quel vecchio manifesto di Gino Boccasile dove appare un soldato di colore, anzi, “un negro” che si è appena aggiudicato per pochi dollari la Venere di Milo. Oppure, giusto per citare un grande artista italiano rimasto fascista anche dopo la guerra, Alberto Burri: «Non è giusto che Pollock costi quanto costa e Burri non altrettanto...». Noticina necessaria: non per nulla Ignazio, il più scafato fra i due, sempre lì a Porta San Paolo, ha citato il tentativo disperato delle truppe speciali della Rsi di opporsi allo sbarco degli Alleati. Lo fanno perché da qui a qualche anno potrebbe tornare il remake del fascismo, e allora, pensandoci bene, che ragione c’è di stare ancora in campana? Lo fanno perché il problema degli ebrei esiste relativamente, visto che un sacco di persone della comunità, gente che a Roma abita fra il Portico d’Ottavia e via Fonteiana a Monteverde Vecchio, alle ultime elezioni hanno votato per Gianni, se senza neppure porsi il problema che l’uomo porta la celtica al collo. Lo fanno perché credono nella libertà, e se credi davvero nella libertà puoi anche ritenere che il fascismo sia stato una pagina d’oro della storia d’Italia, ma che dico?, d’Europa, anzi, del mondo. Lo fanno perché ritengono di assecondare un sentire comune. Maggioritario. Lo fa (Alemanno, in questo caso) per dare una soddisfazione al suocero. O no?
f.abbate@tiscali.it

Fulvio Abbate      l’Unità 10.9.08

 




Democrazia e fascismo ai tempi della destra


NON c´è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.
Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l´unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.
Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l´identità della destra dopo 14 anni, l´esaltazione dell´eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all´errore dell´innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l´aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell´arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d´ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient´affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.
È facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.
Nell´immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L´orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell´assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c´è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel ´25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l´elitismo da un lato e il razzismo dall´altro, e dunque si può separare – come appunto fa Alemanno – l´esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l´"anticiviltà".
Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel ´38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l´orrore supremo dell´Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall´assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell´anniversario, ottant´anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l´ordine di ammazzare un deputato d´opposizione.
Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un´autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia – a partire dalla Resistenza – come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo – una specie di autismo politico – che concepisce la sua grandezza nell´edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com´è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora – naturalmente a senso unico – anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.
Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c´è, ma nella prassi di governo della destra. È come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa. Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos´è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.
Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell´antifascismo in nome dell´anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. È ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune – con i suoi pregiudizi – si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.
Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c´era un sentimento civile condiviso: un´"idea comune della democrazia". È´ ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c´è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà. Da un lato c´è un´idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall´altro lato c´è l´idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l´eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.
Ce n´è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell´irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l´istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l´orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall´altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all´intero Paese? Non solo: quell´idea comune della democrazia – che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell´identità civile del Paese – non si può declinare e costruire già dall´opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?

Ezio Mauro     Repubblica 10.9.08