Crocefisso, non tutto è diritto

Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole.
La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così;
infatti in discussione non c'era l'utilità, l'opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso,
la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere
di un uomo "appeso nudo alla croce", e così umiliato ed ucciso esposto alla vista di tutti. Non su
questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio
alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva
sull'obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche;
come dice la Corte
di Strasburgo "sull'esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa" nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo.

È evidente che a quest'obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si
oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione
europea e forse anche la Dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che
può accadere.
Anzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia,
sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell'Unione Atei e Agnostici Razionalisti
(Uaar), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i
motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia
nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle
ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l'appello alla Corte di Strasburgo e da
chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell'uomo; testo normativo certo
pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente
e atrocemente violati in tutto il mondo
, e alla compressione vicino allo zero che per contro la
presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti
a vederlo.

Inoltre mi dispiace che l'Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato
il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese
, mettendo
tra le motivazioni della sua memoria difensiva "la necessità di trovare un compromesso con i partiti
di ispirazione cristiana", che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica
politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c'è più una religione di
Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia
una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo
religioso, e sarebbe invece "un simbolo dello Stato italiano", "un simbolo della storia e della cultura
italiane", un segno "dell'identità italiana"
, "una bandiera della Chiesa cattolica, l'unica - ha osservato
il tribunale amministrativo di Venezia - a essere nominata nella Costituzione italiana"; anzi, secondo
il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e
rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio
di Strasburgo (un'organizzazione per l'attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione "è
offensiva per la Chiesa".
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come
religione civile.
E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un'identità, di un
nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle
mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la
memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che "avendo amato i suoi
fino alla fine" ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i
patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso
in vita mia.

E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria,
norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello
che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c'è solo il diritto
scritto; ci sono le consuetudini, c'è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era "cristiana",
oggi è agnostica, domani sarà laica
; si possono far crescere i processi, senza imposizioni e senza
strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi vitali, delle culture
diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i quali una società
rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire tutto in una volta e in
tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del
fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una
guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare
l'attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.

Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non
impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l'obbligo, tanto meno come simbolo d'identità
e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del
governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso
tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L'ultima cosa che vorrebbe quel Dio
schiavo che vi si trova appeso, è di portare l'inquietudine, l'inimicizia e lo scontro nei luoghi dove
una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.


Raniero La Valle     Liberazione  5 novembre 2009