Clandestini, l’errore della Moratti

Caro sindaco Letizia Moratti, è di qualche giorno fa la Sua equazione tra immigrati clandestini e
criminalità
: “Il clandestino che non ha un lavoro regolare normalmente delinque”. Ci risulta difficile
pensare a un clandestino con un lavoro regolare. Ci sta quindi dicendo che tutti i clandestini sono
delinquenti? E sulla base di quali dati giunge a una tale inquietante conclusione?
Le poniamo queste
domande perché i dati di cui disponiamo ci portano a conclusioni molto diverse dalle sue. E
crediamo che il dovere del primo cittadino sia quello di documentarsi prima di alimentare pregiudizi
diffusi.

Tra ottobre e novembre 2009, la Fondazione Rodolfo Debenedetti ha condotto un’indagine sugli
immigrati in otto comuni del Nord Italia, tra cui Milano. L’innovativo metodo di campionamento
(per blocchi di abitazioni anziché in luoghi frequentati da alcuni immigrati) rende la ricerca l’unica
in Italia a essere rappresentativa degli immigrati irregolari. Tutti i comuni interessati hanno dato il
patrocinio (gratuito) all’indagine, tranne il comune di Milano, che oltretutto è quello in cui sono
state raccolte il maggior numero di interviste. Né lei né l’assessore alle Politiche sociali ci avete
ricevuto quando abbiamo chiesto un incontro per illustrarvi l’indagine e per chiedervi di renderne
edotta la cittadinanza. Ecco alcuni dei principali risultati che abbiamo conseguito e che saremmo
lieti di esporle in maggiore dettaglio se ce ne concederà la possibilità.

Primo, non ci sono differenze significative fra immigrati regolari e irregolari nella percentuale di chi dichiara di avere avuto
problemi con la giustizia in Italia.

Secondo, sappiamo da altre fonti (Istat) che la probabilità di
essere denunciati è più alta per gli immigrati irregolari che per quelli regolari, ma comunque è ben
inferiore al cento per cento da lei ipotizzato. Rapportando i numeri dell’Istat alla popolazione totale
degli immigrati irregolari, si può stimare che circa il 18 per cento degli irregolari è stato oggetto di
una denuncia nel 2005. Almeno un quarto delle denunce riguarda, però, reati legati
all’immigrazione clandestina in quanto tale e non crediamo che il senso delle sue parole fosse “è
irregolare chi è irregolare”.

Terzo, l’irregolarità è una condizione da cui quasi tutti gli immigrati
sono passati. Il 60 per cento degli immigrati attualmente regolari da noi intervistati ha vissuto un
periodo non breve di irregolarità. Sono arrivati senza permesso di soggiorno e hanno dovuto
attendere diversi anni prima di essere regolarizzati. I tempi di attesa medi per il rinnovo o la
concessione del permesso di soggiorno sono infatti di tre anni. Non abbiamo ragione di ritenere che
in questo lasso di tempo gli immigrati diventino tutti delinquenti.

Quarto, durante il periodo in cui non si ha un regolare permesso di soggiorno si incontrano maggiori difficoltà nel trovare lavoro
perché non si può passare per i canali di assunzione legali: a Milano solo il 55 per cento degli
immigrati irregolari lavora e il 31 per cento sostiene di essere in cerca di un lavoro. Anche chi trova
lavoro, ha per lo più impieghi saltuari e a condizioni peggiori, forse perché sotto il ricatto del
proprio datore di lavoro (salari dal 20 al 30 per cento più bassi a parità di altre condizioni, turni di
notte, meno ore totali ma concentrate nei week end, etc.). Circa il 40 per cento degli irregolari sono
impiegati nell’edilizia dove vengono spesso disattese norme elementari di sicurezza sul lavoro. In
quest’ultimo caso, il reato è commesso dal datore di lavoro, non certo dall’immigrato.

Quinto, gli immigrati irregolari sono fortemente ghettizzati nel tessuto urbano. In via Padova il 25 per cento
degli immigrati intervistati è irregolare. L’indice di segregazione abitativa (un indice delle
differenze nella distribuzione degli immigrati rispetto alla popolazione autoctona) per gli immigrati
irregolari a Milano è il più alto tra i comuni considerati. Il primo censimento dei senzatetto a Milano
condotto nel 2008, anche in questo caso senza ricevere il patrocinio del Comune, ha messo in luce
che il 68 per cento dei senza fissa dimora a Milano è straniero (in totale 619 persone) e, di questi, il
13 per cento non ha un permesso di soggiorno. Molte sono badanti che hanno perso il lavoro e la
casa al tempo stesso. Sono persone che in gran parte potrebbero essere reinserite nel tessuto sociale.

Lasciamo comunque a Lei l’interpretazione di questi dati e soprattutto il loro utilizzo nella
definizione di politiche più appropriate per gestire il fenomeno dell’immigrazione nella nostra città.

Le suggeriamo di parlarne anche coi Suoi colleghi sindaci e con i ministri competenti perché il
problema dell’immigrazione non può essere affrontato da un solo Comune. In questi colloqui per
favore faccia precedere l’analisi dei dati, gli studi di fattibilità, alle parole.
Ad esempio, faccia
presente al ministro Gelmini che la sua proposta di limitare le presenze di immigrati in ogni
quartiere al 30 per cento, come nelle scuole, comporterebbe deportazioni in massa degli immigrati.
Dal solo quartiere di via Padova bisognerebbe spostare più di mille immigrati trovando loro un
alloggio in quartieri con bassa densità di immigrati. I dati che le abbiamo voluto ricordare
testimoniano il fatto che ci stiamo muovendo su di un terreno minato, trattandosi di fasce di
popolazione che vivono in condizioni di marginalità e che, in assenza di alternative, possono finire
nelle braccia delle organizzazioni criminali. Non crediamo che sia interesse di nessuno, neanche di
chi vuole cavalcare sentimenti diffusi per raccogliere qualche consenso in più, gettare benzina sul
fuoco.

Cordialmente.

Tito Boeri* e Marta De Philippis**       il Fatto Quotidiano  19 maggio 2010

*direttore scientifico fondazione Rodolfo Debenedetti

** responsabile dell’indagine sull’immigrazione irregolare per la Fondazione Rodolfo Debenedetti