Il cardinale a cena col potere

Caro Federico Orlando, mi onoro di avere, tra i miei amici, molti sacerdoti e qualche vescovo.
Posso testimoniare del disagio e persino dello sconcerto da essi mostrato per la partecipazione del
cardinal Bertone alla mensa dei potenti allestita in casa Vespa.

Non solo e non tanto per il chiaro intento politico di essa, a dispetto di ogni ipocrisia: il ridisegno
degli equilibri politici dentro la maggioranza di centrodestra
. Come non rammentare il vano
intervento del cardinal Ruini, per il tramite di Dino Boffo, perché Berlusconi si riprendesse indietro
Casini alla vigilia delle ultime elezioni politiche (un episodio che Casini ha interesse a far
dimenticare per raccontare la leggenda della sua coerente linea di smarcamento da Berlusconi)? A
riprova che cambiano i musicanti e magari si bisticciano su a chi tocchi occuparsi della politica
italiana, ma la musica non cambia.
Nonostante un papa che sembra volare alto, consapevole e
pensoso dei limiti della Chiesa e dell’esigenza di una sua purificazione-conversione.

Dicevo: disagio e sconcerto non solo per la impropria scelta di parte dei più alti vertici ecclesiastici,
ma soprattutto per la palese inopportunità in radice di associarsi a uomini e giochi di potere,
attestando una promiscuità che fa male alla Chiesa e alla politica italiana.
Specie in un tempo di
imbarazzante degrado che semmai dovrebbe suggerire una distanza critica e profetica. Penso con
viva preoccupazione ai contraccolpi di tali comportamenti sulla limpida testimonianza e sulla
generosa azione evangelizzatrice di quei pastori, del tutto alieni dalle lusinghe del potere. Così pure
mi interrogo su quanto sia difficile prevenire e contrastare sentimenti anticlericali tra i laici (intesi
come non cattolici) per bene non inclini all’opportunismo compiacente verso le gerarchie.

Spesso si stigmatizza la distanza dei politici dai cittadini, ma a quanto pare la distanza di alcuni
prelati romani dalla Chiesa di base non è inferiore.

Franco Monaco     in “Europa” 14 luglio 2010
 

 




Un cardinale di troppo

Non è dato sapere se il cardinale Bertone fosse al corrente o meno di tutte le trame politiche italiane
che i commensali tentavano di tessere a quella cena a casa di Bruno Vespa, una scena degna de Il
fascino discreto della borghesia
di Luis Buñuel. Ma sarebbe sbagliato vedere in quella serata
soltanto un episodio della pericolosa vicinanza tra Vaticano e politica italiana, oppure un esempio
delle incoerenze tra la linea politica recente del Vaticano (la benedizione della Lega alle elezioni
regionali) e gli intenti di quella cena (orchestrata da Berlusconi ai danni dell’alleato leghista),
oppure una riprova delle differenze tra la linea del cardinale Bertone e quella della presidenza della
Cei del cardinale Bagnasco.

In quella cena vi è tutto questo, ma vi sono anche due dei problemi più gravi del pontificato di
Benedetto XVI: le contraddizioni tra la visibile distanza del pontefice dal mondo della politica e la
disinvoltura della sua segreteria di stato, e l’evidente incapacità della macchina vaticana di gestire
l’immagine del papa e della chiesa nello spazio pubblico.
Se Giovanni Paolo II aveva lasciato indisturbata la Curia romana, il pontificato di Benedetto XVI,
invece, ha portato a una rivincita dei “prelati teologi” ai danni dei prelati provenienti dalla scuola
diplomatica:
agli occhi di alcuni, è finalmente giunta l’ora dell’arrivo in curia romana degli
incorruttibili contro i corruttibili (o addirittura corrotti). Nel governo della chiesa sembra quindi
essere giunta l’ora dei teologi praticanti al posto dei teologi non praticanti la teologia (la definizione
di “teologo non praticante” fu rivolta al cardinale Ruini dall’ex presidente Cossiga durante la
presentazione di un libro: era il 17 giugno 2005, e Cossiga lo intendeva come un complimento).
Questa vittoria dei “prelati teologi” è una delle poche fonti del consenso interno di papa Ratzinger,
che intende manifestare la volontà di tornare ad una chiesa meno politicizzata, meno diplomatica,
più evangelica, e anche meno italocentrica. In questa miscela – tutta ratzingeriana – di naïveté
politica e di crudo realismo antropologico vi è una delle ragioni della complessità e del fascino di
questo pontificato.

Ma alla luce della gestione della crisi degli ultimi mesi è evidente che questa opzione del pontificato
di Benedetto XVI è parziale e piena di incognite per il buon governo della chiesa mondiale. In
primo luogo, è un’opzione parziale perché è evidente che i “prelati teologi” premiati dalle nuove
nomine sono tutti appartenenti a una scuola teologica vicina a quella del pontefice attualmente
regnante
: così che una politica delle nomine tesa a fare pulizia nella chiesa sembra non molto
diversa da uno spoil system. La recente sostituzione, alla Congregazione dei vescovi, del cardinale
Re col cardinale Ouellet non è solo il passaggio da un cardinale di curia ad un teologo-vescovo di
carriera, ma anche e soprattutto il passaggio da un “uomo dell’istituzione” ad un uomo della filiera
teologica ratzingeriana della rivista Communio, emblema della presa di distanza di parecchia
teologia occidentale da una certa visione del Vaticano II. Un discorso non molto diverso si potrebbe
fare per la nomina di monsignor Fisichella a capo del nuovo Pontificio consiglio per la nuova
evangelizzazione.

In secondo luogo, questa immissione di “prelati teologi” al governo della chiesa mondiale è piena di
incognite perché è evidente il deficit di cultura istituzionale, diplomatica e politica che si è creato in
un mondo come la curia romana, dai meccanismi delicati e ancora in gran parte sconosciuti nella
loro profondità storico-politica (agli storici della chiesa è noto che non è stata ancora scritta una
vera “storia della curia romana”). Se è facile, almeno da Lutero in poi, far funzionare l’appello anti-
curiale, più difficile è identificare le anime dell’opposizione politico-teologica alla curia romana:
non funziona una chiave interpretativa destra contro sinistra, liberal contro conservatori, centralisti
contro autonomisti. La vis polemica contro il mondo ecclesiastico romano accomuna, oggi, sia i
sostenitori di Benedetto XVI (che vedono nelle sue sfortune il complotto di una curia che “rema
contro”), sia i cattolici conciliari (che sanno del tentativo frustrato del concilio di riformare la
curia), sia i cattolici impegnati nel sociale (che vedono nella curia romana il residuo di una chiesa
che sta coi potenti).

Ma questa confusione sotto il cielo di San Pietro non può essere scambiata per
consenso unanime. I proclami della chiesa militante (ratzingeriana e anti-ratzingeriana) in favore di
un repulisti della curia romana grazie alla nomina di prelati di nuovo conio non sono poi così
diversi dal “Roma ladrona” dei leghisti: con tutto quello che comporta questo “leghismo ecclesiale”
(dalle anime molteplici e diverse tra loro) di cui ha parlato Andrea Riccardi qualche tempo fa.
Il paradosso dell’era di Benedetto XVI è quindi tipico di un pontificato iniziato sotto le insegne
degli “incorruttibili al governo”, ma affidato a un segretario di stato come Bertone, il quale deve la
sua visibilità esclusivamente alla carriera in curia romana.
Tanto la chiesa cattolica liberal che
quella conservatrice sentono la nostalgia di una curia romana padrona di sé: emendata dai vizi e
dalle corruttele frutto della prossimità col potere e col denaro, ma cosciente del suo ruolo al servizio
della chiesa universale e meno proclive a frequentazioni inopportune e imbarazzanti. Per la politica
in Medio Oriente vale la massima “se non sei al tavolo, sei sul menu”. Ma al cardinale Bertone,
quella sera da Vespa, è riuscito il “miracolo” di essere contemporaneamente al tavolo e sul menu dei
cuochi della bassa cucina della politica italiana.


Massimo Faggioli     in “Europa” del 13 luglio 2010

 

 

 

La cena di Vespa per sedurre Casini

LE DOMENICHE di afa e di solleone incitano al raccoglimento e a pensieri non degradati dall'attualità. Emerge per esempio - ed è inconsueta la fonte dalla quale provengono questi segnali - un sentimento d'infelicità, una noia di vivere tra immagini false e verità mascherate, il senso d'un declino inarrestabile, la necessità di ricominciare da zero abbandonando ogni retaggio lungo una strada erta di sassi e opaca per la polvere che la sommerge.
 
Le fonti che emettono questi segnali sono inconsuete perché fino a poco tempo fa essi erano del tutto diversi: si esaltavano conquiste di buon governo, prevalenza di spiriti liberali, dominanza d'un privato efficiente e sano e un lodevole ritrarsi d'un pubblico ancora inquinato da ideologie e impoverito da sprechi e ruberie.
 
Sembrava - e così veniva fatto credere - che fossimo finalmente entrati in una fase costruttiva della quale perfino una rinata fede religiosa contribuiva a rafforzare i lineamenti e gli obiettivi fornendo un plus di valori ad una buona laicità capace di coniugare la fede con la ragione.
 
Come mai, nel volger di pochi mesi e addirittura di poche settimane questo quadro positivo ha lasciato il posto allo sconforto? Perché le tinte rosee che lo illuminavano hanno di colpo assunto colori foschi dominati da nubi plumbee cariche di pioggia e di fulmini? Viene in mente che la causa possa essere di materia economica, la crisi che ha investito l'intero pianeta e in particolare le economie occidentali dei paesi opulenti.

Ma non è così, non è questa l'origine dei segnali di sconforto: la crisi infatti è cominciata da oltre due anni e secondo gli esperti ha superato la fase più acuta; anche se molte preoccupazioni persistono, esse non spiegano quel sentimento di frustrazione che si va diffondendo e che molti "laudatores" delle nuove libertà registrano con sconsolato scoramento.
 
Personalmente non mi stupisco di questo capovolgimento di atmosfera, di questa caduta di speranze e opacità di futuro. Ho scritto un libro in cui si racconta la storia di un'epoca che ha alle sue spalle quattro secoli ed ora dà segnali di estenuazione. Può darsi che non sia il solo ad aver colto il gran finale della modernità, che ha rappresentato il culmine della civiltà occidentale ed ora si decompone di fronte ad una sorta d'invasione barbarica che azzera i retaggi e inventa nuovi linguaggi e nuovi modelli.
 
La modernità ha dato ciò che poteva ma non si è ancora spenta: sta difendendo i suoi valori che i nuovi barbari imbrattano e insultano. Può darsi - me lo auguro - che alcuni intellettuali organici a quel nuovo e barbaro potere si siano resi conto della deriva in corso e siano diventati disorganici, secondo una felice definizione di Umberto Eco. Sarebbe un evento fausto. Spero che non sia un vago miraggio destinato rapidamente a dissipare.

 

EUGENIO SCALFARI   La Repubblica  11/7/2010