Cadute, conflitti e culture

 Solo chi cade può risorgere, solo per chi è disperato è stata inventata la speranza, le citazioni consolatorie possono essere tante.
Personalmente, non credo abbiamo bisogno di consolazioni, ma di capire che la ragione profonda della sconfitta senza precedenti di queste elezioni (scomparsa parlamentare della Sinistra Arcobaleno, e maggioranza senza precedenti di Berlusconi), è dipesa da qualcosa che va oltre la politica, oltre le responsabilità dei leader Veltroni e Bertinotti, e scopre un deficit di cultura.
Un paese passivo, perfettamente malleabile dal potere. Penso in primo luogo allo scarto tra le previsioni (e il comportamento da candidato americano, imperativo categorico l'ottimismo) di Walter Veltroni e i risultati. Prima di comunicare, applicando con zelo le migliori tecniche e i migliori slogan americani, bisogna aver capito la realtà; e per capire la realtà bisogna essere aperti al mondo. Semplificare non aiuta: può rivelarsi un pericoloso autoinganno, consistente nel tagliare - considerandola trascurabile - la parte di realtà che non rientra nei propri schemi. Il Partito democratico deve perciò riflettere seriamente sulla democrazia. Non dico ripartendo da La libertà comunista di Galvano della Volpe, ma quasi. La democrazia non consiste nell'unità del proprio gruppo parlamentare, altrimenti il Pci di Togliatti sarebbe stato il massimo. Non c'è democrazia senza conflitto. Il conflitto ha una funzione insostituibile nella società (e dunque anche nei partiti che vogliono rappresentarla), consente l'espressione politica delle ragioni di disagio. Ecco perché la democrazia non consiste nella compattezza della maggioranza, nelle ossessioni della governance e della durata, nell'utopia della politica pura, quasi al di sopra delle parti . Ma - esattamente al contrario - nella discussione, nella partecipazione, nell'autogestione, nella politica che entra schierandosi in ogni piega della società, che mette in luce il rimosso e lo scomodo.

Non è una cosa nuova. Mi pare fosse già la strada che indicava il '68, col suo spostamento dell'asse della politica nella direzione delle libertà civili (il personale è politico) - qualcosa che in Italia è stato abbandonato dopo i referendum su divorzio e aborto, come schiacciata dal peso economico - simbolico dell' austerità - e che invece costituisce l'appeal profondo della Spagna di Zapatero. È la strada che può sicuramente riportare l'Italia in Europa, piuttosto che coltivare l'illusione (metà dimessa metà luciferina) di una via italiana diversa da tutte le altre, ennesima rivisitazione in calando dell'impossibile ossimoro del «compromesso storico». La cultura italiana è oggi subordinata rigidamente al politico. Dalla Rai di Petruccioli a quel che resta dell'ex Hollywood sul Tevere e del cinema italiano, dai teatri pubblici affidati a manager anziché ad artisti (con la correzione mediatica della presenza in veste di consulenti-testimonial di popolari volti noti ) alle Soprintendenze ai Beni Culturali mortificate e subordinate gerarchicamente... Le è perciò impossibile esercitare la sua funzione specifica: costruire mondi autonomi, possibilmente anche conflittuali tra loro (torna la parola conflitto, insostituibile in ogni concezione democratica )... Se si nega la legittimità e l'importanza del conflitto, se si pensa che la governabilità sia già un valore in sé, e che per facilitarla si debbano ricercare o addirittura costruire valori comuni, si nega proprio la libertà della cultura. La si trasforma in qualcosa d'altro, in educazione delle masse, in strumento di comunicazione simbolica dei progetti del potere. Qualcosa di troppo pesante per l'effimero, e di troppo leggero per competere con le culture forti del mondo, intimamente estraneo alla nostra contemporaneità, che puzza fortemente di vecchio. E che scade facilmente nel grottesco: ho ritrovato tutto l'americano del Kansas City di Alberto Sordi, nel grottesco jingle «I am Pd». Ho votato Veltroni, e in questa serie di sbagli non penso di aver sbagliato a farlo: ma, se lo avessi ascoltato prima, non so se avrei avuto la forza di farlo. Come Nanni Moretti (Palombella Rossa, un film profetico), credo che «chi parla male pensa male».

 

Renato Nicolini      Il manifesto 16/4/08